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La Casa di Jack

la casa di jack

“Arancia Meccanica è un pasticcio ideologico, una fantasia fascista mascherata da avvertimento orwelliano. Finge di opporsi allo squadrismo e al controllo delle menti, ma tutto ciò che fa è celebrare la rivoltante figura del suo eroe. […] La verità è che Alex non è uno stupratore sadico a causa della società in cui vive, o dei suoi genitori, o della condotta della polizia. Lo è a causa del produttore, regista e autore del film, Stanley Kubrick. I registi a volte sono un po’ ipocriti nel parlare dei loro personaggi in terza persona, come se fossero davvero un prodotto dei tempi. No, io penso che Kubrick sia troppo modesto in questo: Alex è solo una sua creazione.”

Così scriveva il celebre critico cinematografico Roger Ebert Il 2 febbraio del 1972, a pochi mesi dall’uscita nelle sale di Arancia Meccanica. Voto: 2 stelle su 5.
Quello citato potrebbe essere un estratto di una recensione de La Casa di Jack, una volta sostituiti i nomi propri. Infatti, secondo molti critici, Jack non sarebbe altro che l’incarnazione di una compiaciuta fantasia di Von Trier, che con il suo lavoro eleva l’efferatezza ad arte e ne glorifica l’autore.

Io trovo che l’opera di Von Trier abbia diversi punti di contatto con quella di Kubrick, e per questo motivo ho recuperato la recensione di Roger Ebert. La Casa di Jack e Arancia Meccanica sono infatti simili a partire dalla reazione della critica, disgustata dalla “operazione simpatia” compiuta nei confronti del male. Entrambi i film provocano un forte disagio in chi guarda, per la surrealtà della violenza e per la grottesca bizzarria delle aggressioni compiute dai protagonisti. Si finisce per ridere di scene a dir poco crudeli. Arte e violenza si intrecciano in entrambe le pellicole, anche attraverso momenti musicali che spesso prevedono immagini apparentemente scollegate dagli eventi mischiarsi in un montaggio fortemente simbolico. Le voci fuoricampo di Alex e Jack accompagnano gli eventi rendendoci empatici con la loro vicenda e i loro fini. Addirittura entrambi i protagonisti appaiono più volte all’interno di scene in costume allegoriche che ne rappresentano lo stato d’animo. Infine Lars Von Trier cita esplicitamente Kubrick in una esilarante sequenza di doppio occultamento di cadavere velocizzata in maniera molto simile all’orgia presente in Arancia Meccanica sulle note di Rossini.

Io non credo che La Casa di Jack sia un film che celebra l’assassino come potenziale artista o l’artista come potenziale assassino. Questo è forse il punto di vista di Jack, uomo mediocre, dal pessimo gusto e dalla fortuna sfacciata. E potrebbe anche essere il punto di vista di un Lars Von Trier immaginario, che aleggia su tutta la pellicola come un burattinaio eccitato. Ma il Lars Von Trier reale, sempre in bilico tra genio e follia, sempre ad un passo dall’eccesso, ci racconta un’altra storia. Ci racconta del fallimento di un uomo ossessionato da se stesso, che non trova pace, che sprofonda negli abissi del proprio ego lasciando dietro di sè una scia di devastazione. Un uomo grottesco, ridicolo, che si crede una grande mente ma in realtà è solo delirante.
Se è vero che La Casa di Jack è un film autoriferito, in cui Von Trier parla di se stesso e della sua opera, è anche vero che si tratta di un film ferocemente autocritico, in cui il regista non si concede alcuna possibilità di redenzione. Io posso accettare un cinema egocentrico quando questo non esplode in momenti di narcisismo espressivo, ma piuttosto di severo biasimo di se stessi – come avviene anche in Mother! di Aronofski. L’operazione di Von Trier è particolare perché il film nasconde la sua anima autocritica dietro una patina di apparente autocompiacimento.

Il disagio suscitato dall’opera, come quello vissuto con Arancia Meccanica, è proprio il gioco che fa funzionare il film. È l’anima ironica de La Casa di Jack: il fatto che, indugiando sulla violenza con fare divertito, finiamo per sentirci come se nostra nonna fosse lì seduta di fianco a noi, inorridita. La Casa di Jack ci fa vergognare di noi stessi e non c’è critica più forte di quella che genera senso di colpa. Altro che film celebrativo, l’opera di Lars Von Trier è un’umiliazione continua. Tra una risata e una fitta di dolore.

Voto: 10/10

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Pubblicato da su 6 marzo 2019 in Horror, Psicologico, Satira

 

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Perchè What Remains of Edith Finch doveva essere un film

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Primo articolo su un videogioco.

Pronti via.

What Remains of Edith Finch è un gioco esplorativo story-driven in prima persona, quello che molti definirebbero un walking simulator dal momento che per la maggior parte tempo si gironzola ascoltando la voce della protagonista. Così Edith ci rende partecipi dei suoi ricordi e delle sue emozioni man mano che percorriamo la vecchia casa di famiglia, scoprendo i luoghi della sua infanzia. Il lato ludico consiste, oltre che nell’esplorazione, in sezioni di gioco separate dall’ambientazione principale, nelle quali si entra imbattendosi nelle testimonianze scritte degli altri personaggi della storia. Torniamo indietro nel tempo, il nostro punto di vista cambia, e siamo tenuti ad agire per risolvere la situazione e scoprire il segreto nascosto. Piano piano riusciamo a ricostruire lo sfortunato passato della famiglia di Edith, fino al trisnonno, con l’albero genealogico che si dischiude di fronte a noi.

What Remains of Edith Finch racconta di una sciagurata famiglia sull’orlo dell’estinzione, i cui membri sono tutti morti prematuramente. Sembrerebbe che una qualche maledizione gravi sulla genealogia della protagonista, o sulla loro enorme casa famigliare, ma la verità è molto più cruda. L’irresponsabilità genitoriale, in tutte le sue declinazioni, ha portato alla morte violenta dei figli dei Finch per generazioni, e questa malsana inettitudine si è tramandata fino ai nostri giorni. Nel gioco, oltre ad interpretare una Edith sempre più esterrefatta, combattuta tra il rimorso e la curiosità, vestiamo i panni di tutti i membri della sua famiglia nel momento della loro morte. Sono attimi molto intensi di luce e di ombra. Memorabile l’esperienza allucinatoria di Molly, una bambina di 10 anni avvelenata dalle bacche che aveva mangiato dopo essere stata privata della cena per una punizione. Oppure, altrettanto forte è vivere in prima persona il suicidio di Lewis, depresso dal mix tra un lavoro alienante e una psiche fragile.

What Remains of Edith Finch è una bellissima opera videoludica: poetica, emozionante e sorprendente. Eppure, e questo è il motivo per cui scrivo qui, questo gioco non aveva bisogno di essere un gioco. Un medium più tradizionale come il cinema ne avrebbe valorizzato la storia senza nulla togliere alle atmosfere magiche del prodotto originale. Come film What Remains of Edith Finch avrebbe sì perso in interattività e immersività, ma avrebbe guadagnato in ritmo, scorrevolezza e leggibilità. Ad esempio non ci sarebbero stati i fisiologici momenti morti in cui non si sa come progredire, non ci sarebbero state le lunghe sessioni sull’albero genealogico della famiglia a capire chi è figlio di chi, e non ci sarebbero stati i minigiochi nei momenti flashback.

Ma poi, soprattutto, What Remains of Edith Finch, ha una storia troppo bella per essere vissuta solo da piccole nicchie di videogiocatori. Il suo è un racconto dalle enormi potenzialità mainstream, che mischia dramma e fantasia in una vicenda agrodolce sulla vita, sulla morte e sulle responsabilità. Se fosse un film invece di essere un gioco indie, ne potremmo parlare a lavoro, o a scuola, o al bar. Sarebbe nei cineforum, nelle classifiche dei film più pazzi di sempre, spunterebbe fuori nell’home page di Netflix o di Amazon Prime decenni dopo la sua uscita nelle sale. Diventerebbe un cult e tutti annuirebbero se io dicessi che What Remains of Edith Finch mi ha spezzato il cuore.Gli amici saprebbero di cosa si tratta e non avrei bisogno di scrivere su un blog per esprimere quello che mi ha trasmesso. Sono molto amareggiato che un’opera di questo valore caschi pressoché nel nulla e lasci dietro di sé un silenzio così assordante.

 

 
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Pubblicato da su 12 febbraio 2019 in videogiochi

 

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Mother!

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In una Instagram Story postata 10 minuti dopo aver terminato Mother! scrivevo:
“Avevo paura di guardare Mother!. Sospettavo che fosse un film completamente folle. Ora che l’ho visto posso dire che è davvero un film completamente folle e facevo bene ad averne paura.”

Queste sono state per lungo tempo le uniche parole che mi sono sentito di dire sul film. La pellicola mi aveva davvero sconvolto e facevo molta fatica a rifletterci. Ad ogni modo, a furia di tornarci su, dei pensieri venivano a galla. Ho cercato di razionalizzarli, di ripulirli dalle emozioni scomposte che il film mi aveva causato, e di scriverli qui sotto.

Tutta la produzione cinematografica di Aronofski ruota attorno a situazioni psicofisiche estreme. Pi Greco è un film sulla malattia e sull’ossessione. Requiem for a Dream è un film sulle dipendenze e sulla disperazione che ne deriva. The Fountain è un film sulla paura della morte e sull’incontrollabile desiderio di superarla. The Wrestler è un film sul fallimento, fisico e mentale. Black Swan è un film sull’umiliazione del corpo, visto come nemico e come ostacolo.
Senza negare che si tratti di un’opera più esistenzialista delle precedenti, intrisa di simbolismo religioso, secondo me Mother! segue il filo dei precedenti film di Aronofski. La pellicola possiede infatti l’impronta del regista, secondo cui la vita nient’altro è che una patologia.

L’elemento patologico in Mother! è la paura degli altri. Possiamo chiamarla agorafobia o semplicemente ansia sociale, quella sensazione di avere gli occhi puntati addosso, di essere giudicati non all’altezza, lasciati da parte e rifiutati. Mother! è un racconto di invasione, desiderata o temuta, e vissuta con inquietudine dai primi innocui momenti al tragico finale. La paura degli altri è nelle menzogne di un estraneo che entra in casa senza un apparente motivo, è nelle provocazioni sessuali di sua moglie, nella collera violenta dei loro figli. La paura degli altri è nell’indifferenza di un marito abusivo, nel chiasso di una festa non desiderata, nella sporcizia della folla, nell’assordante caos di un baccanale. La paura degli altri è nell’annullamento di sé di fronte al prossimo, nella paralisi e nel rifiuto della vita. Questi elementi possono sembrare scollegati, ma in realtà si susseguono in una catena consequenziale cristallina, dando vita ad un racconto di rifiuto e di dipendenza il cui svolgimento risulta perfettamente naturale nella sua oscura surrealtà.

La lettura del film però non si ferma qui. Una volta sperimentata la traumatica esperienza dell’agorafobia secondo Aronofski non resta che chiedersi da cosa essa sia causata. La risposta è solo implicitamente suggerita dal regista, compare scrutando a fondo dentro il film e cogliendo le allegorie religiose. A me è giunta nel momento in cui ho associato l’immaginario di Mother! con quello di Perfect Blue, capolavoro di Satoshi Kon già citato visivamente da Aronofski in Requiem for a Dream. Sto parlando del senso di colpa, traumatico stato d’animo che porta al rifiuto della vita. Il senso di colpa del peccatore, secondo il cristianesimo, oppure il senso di colpa dell’uomo moderno, che inquina e devasta la natura. Il senso di colpa di un uomo di fronte al fallimento o di una donna che sente di non bastare al proprio uomo. O ancora il senso di colpa di tutti noi, per non essere mai all’altezza, per aver deluso tutti, o semplicemente per il fatto di esistere. Il senso di colpa è il trauma che genera i mostri raccontati in Mother!, in cui gli altri sono il vero incubo perché sono in grado di smascherarci nella nostra inadeguatezza.

Mother! è un meraviglioso, terrificante film sull’angoscia causata dall’incapacità di perdonare noi stessi. È così spaventoso perché è profondo e inaspettato, e nella sua assurdità risulta così reale.

Voto: 10/10

 
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Pubblicato da su 4 febbraio 2019 in Drammatico, Horror, Psicologico, Satira

 

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Her

her

Her è un mediocre film romantico, uno scadente film di critica sociale, ed un eccezionale film di fantascienza. Potrebbe sembrare che questo implichi che si tratti di un’opera riuscita a metà, in cui certi aspetti funzionano e altri no, ma non è necessariamente così. Io direi che piuttosto, a differenza di come si guarda il film, esso risulta più o meno efficace.

Come film romantico Her è piuttosto ordinario. Samantha e Theodore si conoscono, si innamorano, stanno insieme, lui ha delle perplessità, lei cerca di fargliele superare, lei diventa gelosa, i due chiariscono e poi si lasciano. Il racconto sentimentale è emotivamente molto carico, perfino troppo, ma non risulta particolarmente interessante se non in un paio di punti. Ovviamente c’è la peculiarità di un rapporto tra essere umano e software a colorare il tutto, ma ciò non possiede risvolti romantici così forti: per la maggior parte del tempo è un po’ come se i due si trovassero in una relazione a distanza, oppure si fossero conosciute in rete senza incontrarsi.

Come critica sociale Her è ancora meno efficace. Molti commentatori hanno sottolineato come il film volesse rappresentare, attraverso la relazione tra Samantha e Theodor, i rapporti sentimentali nell’epoca di internet: virtuali, alienanti, poco impegnativi e destinati a fallire. Più volte nel film viene dichiarato che Theodore si sia innamorato dell’IA per sfuggire alla realtà, in modo da avere una relazione senza complicazioni e responsabilità. Questa anima distopica è avvalorata da elementi di contesto come il lavoro di Theodore, scrittore di lettere su commissione che si impegna a creare una corrispondenza sentimentale per clienti che non ne hanno il tempo o le capacità. Eppure questo tentativo di critica sociale si schianta contro l’effettiva relazione tra Samantha e Theodor, che non è affatto il surrogato di una normale. Al contrario questa è sincera e intensa, si rafforza di fronte alle avversità e risulta tutt’altro che semplice per i due, che devono scendere a compromessi ed accettare le proprie diversità. Insomma la loro coppia non sembra avere niente di meno rispetto ad una normale, a parte la dimensione fisica.

Dove il film stupisce è il lato fantascientifico. Samantha è la prima IA cinematografica priva di corpo ad avere un atteggiamento completamente umano, pieno di sfumature, spontaneo e con una gamma emotiva ampia. E non solo batte HAL 9000 dieci a zero, ma se la cava bene anche paragonata con i celeberrimi androidi di film come Terminator, Blade Runner e Ghost in the Shell, che hanno il vantaggio di possedere un corpo. Tutto sta nella sfaccettata profondità del lato passionale di Samantha, che invece è spesso stato sacrificato – stilizzandolo o deformandolo – nelle intelligenze artificiali della fantascienza classica. È vero che l’estrema umanizzazione di Samantha potrebbe sembrare una scelta pigra, utile a schivare le complicazioni di un rapporto sentimentale tra un uomo e una IA solo parzialmente all’altezza. Ma io non penso che sia così. Secondo me la scelta di dotare Samantha una cognizione e di un’emotività così sviluppate è consapevole e coraggiosa, anche perché va di pari passo con una serie di diversità materiali con il partner umano. Ci sono molti dettagli che sottolineano come lei non sia veramente una persona, dalla sua velocità di lettura all’assenza di sonno, dalla capacità di avere centinaia di conversazioni contemporaneamente alla sua percezione del tempo. Senza contare ovviamente tutte le complicazioni legate all’incorporeità, inizialmente vissute come problematiche e poi come liberatorie. Samantha è un software a tutti gli effetti, e al tempo stesso è l’IA più umana mai vista sullo schermo.

Voto: 7/10

 
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Pubblicato da su 26 gennaio 2019 in Commedia, Drammatico, Fantascienza, Satira

 

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Ralph Wrecks the Internet

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Ci sono i film di animazione per bambini, semplici, colorati, pieni di gag elementari. Poi ci sono i film di animazione per adulti, drammatici, espliciti, in grado di trattare temi importanti. E infine ci sono sono i film di animazione che sono al tempo stesso per bambini e per adulti, perché riescono a creare storie universalmente emozionanti e personaggi memorabili. A quest’ultima categoria appartengono i miei film di animazione preferiti, come Lilo e Stitch, Dragon TrainerWreck-it Ralph e le pellicole di Miyazaki.

Fino alla visione di Ralph Wrecks the Inernet non pensavo che potesse esistere un quarto tipo di film di animazione. Un film in grado di convincere tanto i bambini quanto gli adulti, ma non per la vicenda trasversalmente appassionante colma di personaggi con cui è possibile empatizzare fortemente. No. Ralph Wrecks the Internet ha una vicenda lineare fino alla banalità, con personaggi macchiettistici e una marea di gag idiote. E al tempo stesso propone un fanservice spinto che riempie fino al 50 percento del film, zeppandolo di riferimenti alla cultura pop, citazioni ed easter eggs. Il risultato è un film scadente che però riesce a catturare i genitori e i figli facendo leva sui loro universi di riferimento.

Questo è esattamente l’opposto di quello che io apprezzo in un film. Una cosa paracula, priva di organicità, stracolma di elementi superflui che tolgono tempo al reale approfondimento psicologico e allo sviluppo della vicenda. Il successo di tale gioco di prestigio, che conduce alla glorificazione di un aborto cinematografico, mi porta ad odiare il film profondamente.

Il mio voto è 2/10.

 
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Pubblicato da su 13 gennaio 2019 in Animazione, Avventura, Commedia, Fantascienza, Fantasy

 

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Prisoners

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Prisoners è un poliziesco cupo, tanto nell’estetica quando nell’azione. Racconta di un rapimento di due bambine, per questo prigioniere, e della reazione dei genitori all’evento.
Intanto, nel corso della vicenda, avvengono altri rapimenti, più o meno slegati da quello principale, più o meno inaspettati.
Di conseguenza prisoners può essere riferito a tutte le vittime o anche, più in generale, alla condizione umana.

Il film non è affatto gradevole: è duro, oscuro, lento, pesante.
Poco male, ci ci sono capolavori con queste caratteristiche. Eppure tali capolavori hanno sempre qualcosa di più, che sia nelle atmosfere, nel messaggio, nelle psicologie dei personaggi o nelle scelte registiche.
Prisoners invece ha ben poche frecce al proprio arco per farsi volere bene, a meno che si desideri vivere due ore di intenso disagio.
Ricorda come atmosfera alcune serie TV (Bosch, True Detective, The Fall), che però a loro favore hanno una narrazione un po’ più grintosa e dei cliffhanger in grado di tenere alta l’attrazione. Dal momento che in Prisoners c’è meno sprint e non c’è mai un reale colpo di scena il film perde lo spettatore piuttosto facilmente.

Inoltre Prisoners ha qualcosa di sbagliato al di là del mood generale. È particolarmente indulgente con il protagonista che, in uno stato di rabbiosa disperazione, compie atti efferati che non vengono quasi affatto condannati. Gli altri personaggi ne sono indifferenti o vagamente turbati, la polizia non sembra particolarmente interessata, e l’autore stesso di queste azioni non vive la cosa con dolore ma solo inutile rabbia. La storia non lo punisce, anzi, giustifica le sue azioni in più punti fino ad una semi-glorificazione.
In questo aspetto il film diventa quasi un revenge movie, genere che mi provoca intenso disgusto nel suo puntare ad emozioni molto basse. La cosa mi ha ricordato un altro film molto indulgente nei confronti della protagonista, osannato da pubblico e critica, e che ho io odiato profondamente: Three Billbords outside Ebbing, Missouri.

Voto 4/10 (solo per le prove attoriali).

 
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Pubblicato da su 2 gennaio 2019 in Drammatico, Thriller

 

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Spiderman Homecoming

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Spiderman Homecoming: un film che riesce nelle cose difficili e fallisce in quelle facili.

Questo è il giudizio che mi sentirei di dare al film, in una riga.

Perchè gli obiettivi ambiziosi che si era posto li raggiunge alla grandissima, con un universo Marvel presente e credibile, il personaggio di Spiderman molto centrato e un villain finalmente entusiasmante. Ma non solo, perché il film supera di moltissimo le aspettative per quanto riguarda l’ossatura relazionale, mettendo in scena rapporti tra i personaggi di prim’ordine, sinceri, asciutti, emozionanti. Se a questo si somma l’instancabile comicità e un colpo di scena bello spiazzante si può solo applaudire di fronte alla perizia con cui è stata scritta la sceneggiatura. Tutte cose DIFFICILI, perchè creare un microcosmo umano interessante non è scontato, specialmente in una tipologia di film in cui questa componente è sempre stata trascurata.

E quindi dov’è che Spiderman Homecoming non riesce? A parer mio nella messa in scena di quelli devono essere i pilastri di un cinecomic: epicità, adrenalina e percezione del pericolo. Perchè questo Spiderman ha delle scene d’azione confuse, con un ritmo altalenante e poca spettacolarità. Non si provano i brividi ad assistere al confronto tra l’eroe e i nemici che si trova davanti, e l’esaltazione per la vittoria, per il riscatto, per il superamento dei propri limiti è praticamente assente. E questo perché Peter non è mai davvero in difficoltà, la posta in gioco non è molto alta o molto chiara e Spiderman è overpowered in una maniera sbagliata: se il rapporto inesperienza/forza è efficace nella creazione di scene divertenti, non riesce ad esserlo dal punto di vista strettamente drammatico, che poi è quello più importante a livello di storytelling. La sfida del pathos è stata superata anche da cinecomic mediocri come Iron Man 2 (e in piccola parte perfino dall’aborto di Batman V Superman) e per questo io la considero FACILE. È un peccato che un film di qualità come Spiderman Homecoming fatichi tanto in questo.

Che poi, in realtà, come ha detto la maggior parte dei critici: il film è incredibilmente divertente, chi se ne frega del resto?

Voto: 6/10

 
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Pubblicato da su 9 luglio 2018 in Action, Commedia, Superhero Movie, Teen

 

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