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The Boys

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The Boys si presenta come uno sguardo anti-holliwoodiano sul mondo dei supereroi: crudo, violento, sessualmente esplicito, ci racconta come i superpoteri possano essere utilizzati per piegare il mondo al proprio volere. Il marketing aggressivo, al centro della vicenda quanto lo è della nostra quotidianità, una volta unito a capacità sovrumane e a un profondo cinismo, promette di dare vita ad una distopia molto oscura. Il giusto trionfo di una narrativa opposta a quella proposta dalla Marvel.

Non è così. The Boys non è affatto il prodotto anti-holliwoodiano che vorrebbe farci credere. È invece una serie commerciale in tutti i suoi momenti chiave, non è autoriale, non riesce ad osare veramente e pur presentando una visione anticonvenzionale del superuomo è molto convenzionale nelle sue scelte narrative. Lo Chiamavano Jeeg Robot è un film di supereroi anti-holliwoodiano, Super è un film di supereroi anti-holliwoodiano, e perfino Watchmen riesce ad esserlo, con un po’ di fiatone. The Boys non lo è.

Bisogna capire questo e accettarlo per potersi godere realmente la serie. Perché in realtà i riferimenti alla cultura pop, il giocare con gli stereotipi, i colpi di scena, una cazzutaggine un po’ retrò e la fondamentale ignoranza di fondo sono molto piacevoli. E la dimensione psicologica e relazionale dei personaggi, pur con qualche scivolone, è sopra la media. The Boys è più un prodotto alla Deadpool che alla Watchmen, e infatti è diventato in fretta la serie più vista su Amazon Video: chiacchieratissima, esplicita al punto giusto, anticonformista al punto giusto, intrigante al punto giusto. È stato un colpo da maestro commercialmente parlando.

The Boys è un mix di cose che funzionano a tempi alterni, in un momento sembrano mosse geniali e il momento dopo delle trovate da quattro soldi. Quasi tutto involontario, perché gli autori si prendono molto sul serio – forse troppo? Billy Butcher passa dall’essere un Punisher incazzato alla parodia del poliziotto cattivo anni 70. Hugie a metà della serie perde completamente la concentrazione e viene svuotato da obiettivi, desideri, emozioni, ricordi: tabula rasa. Mentre A-Train e Abisso sono personaggi scritti molto bene con una psicologia interessante e approfondita, Queen Maeve e Kimiko non hanno uno straccio di personalità. La Vaught è una specie di tigre di carta, a tratti sfavillante e invincibile a tratti assolutamente incapace di compiere qualsiasi tipo di azione e di reagire agli eventi. Frenchie è un personaggio fantastico, sembra uscito da un film di Tarantino, ma parla troppo. Tutti parlano troppo. Si nota la tendenza ad infilare interminabili dialoghi pieni di silenzi e sguardi per fare minutaggio.

Ma ci sono due personaggi che secondo me rappresentano perfettamente il successo e il fallimento della serie: Patriota e Starlight. Starlight è uno dei personaggi peggio costruiti che abbia visto negli ultimi tempi: è banale, stereotipata, senza alcun guizzo o accenno di evoluzione. Si tratta fondamentalmente di una insopportabile Mary Sue, moralmente superiore, bellissima, amata da tutti. A differenza degli altri personaggi può comportarsi a propria discrezione senza che vi siano conseguenze – cosa che in un mondo crudo e realistico come quello di The Boys è particolarmente odiosa (qualcuno ha detto Deaenerys?). Sul finale diventa protagonista di un deus ex machina telefonatissimo che neanche nei Power Rangers.
Al contrario Patriota è un grande personaggio: praticamente onnipotente, leader autorevole e temuto, restituisce una sensazione di enorme forza e insieme di grande controllo. Al tempo stesso è anche un uomo crudele e vendicativo che desidera solo appagare il proprio ego. Però dietro queste due facciate c’è dell’altro, c’è dell’ambiguità, c’è un passato colmo di segreti e c’è una profonda infelicità.

Patriota è il motivo per continuare a guardare The Boys, Starlight è il motivo per smettere di guardarla. La prima stagione promette molto e ripaga in parte, semina tanto e raccoglie poco. Potrebbe essere perché è scritta in maniera poco lucida o perché è solo un pezzo di un grande disegno. Lo scopriremo vivendo.

Voto: 6,5/10

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Pubblicato da su 10 agosto 2019 in Action, Drammatico, Metafiction, Superhero Movie

 

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Mother!

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In una Instagram Story postata 10 minuti dopo aver terminato Mother! scrivevo:
“Avevo paura di guardare Mother!. Sospettavo che fosse un film completamente folle. Ora che l’ho visto posso dire che è davvero un film completamente folle e facevo bene ad averne paura.”

Queste sono state per lungo tempo le uniche parole che mi sono sentito di dire sul film. La pellicola mi aveva davvero sconvolto e facevo molta fatica a rifletterci. Ad ogni modo, a furia di tornarci su, dei pensieri venivano a galla. Ho cercato di razionalizzarli, di ripulirli dalle emozioni scomposte che il film mi aveva causato, e di scriverli qui sotto.

Tutta la produzione cinematografica di Aronofski ruota attorno a situazioni psicofisiche estreme. Pi Greco è un film sulla malattia e sull’ossessione. Requiem for a Dream è un film sulle dipendenze e sulla disperazione che ne deriva. The Fountain è un film sulla paura della morte e sull’incontrollabile desiderio di superarla. The Wrestler è un film sul fallimento, fisico e mentale. Black Swan è un film sull’umiliazione del corpo, visto come nemico e come ostacolo.
Senza negare che si tratti di un’opera più esistenzialista delle precedenti, intrisa di simbolismo religioso, secondo me Mother! segue il filo dei precedenti film di Aronofski. La pellicola possiede infatti l’impronta del regista, secondo cui la vita nient’altro è che una patologia.

L’elemento patologico in Mother! è la paura degli altri. Possiamo chiamarla agorafobia o semplicemente ansia sociale, quella sensazione di avere gli occhi puntati addosso, di essere giudicati non all’altezza, lasciati da parte e rifiutati. Mother! è un racconto di invasione, desiderata o temuta, e vissuta con inquietudine dai primi innocui momenti al tragico finale. La paura degli altri è nelle menzogne di un estraneo che entra in casa senza un apparente motivo, è nelle provocazioni sessuali di sua moglie, nella collera violenta dei loro figli. La paura degli altri è nell’indifferenza di un marito abusivo, nel chiasso di una festa non desiderata, nella sporcizia della folla, nell’assordante caos di un baccanale. La paura degli altri è nell’annullamento di sé di fronte al prossimo, nella paralisi e nel rifiuto della vita. Questi elementi possono sembrare scollegati, ma in realtà si susseguono in una catena consequenziale cristallina, dando vita ad un racconto di rifiuto e di dipendenza il cui svolgimento risulta perfettamente naturale nella sua oscura surrealtà.

La lettura del film però non si ferma qui. Una volta sperimentata la traumatica esperienza dell’agorafobia secondo Aronofski non resta che chiedersi da cosa essa sia causata. La risposta è solo implicitamente suggerita dal regista, compare scrutando a fondo dentro il film e cogliendo le allegorie religiose. A me è giunta nel momento in cui ho associato l’immaginario di Mother! con quello di Perfect Blue, capolavoro di Satoshi Kon già citato visivamente da Aronofski in Requiem for a Dream. Sto parlando del senso di colpa, traumatico stato d’animo che porta al rifiuto della vita. Il senso di colpa del peccatore, secondo il cristianesimo, oppure il senso di colpa dell’uomo moderno, che inquina e devasta la natura. Il senso di colpa di un uomo di fronte al fallimento o di una donna che sente di non bastare al proprio uomo. O ancora il senso di colpa di tutti noi, per non essere mai all’altezza, per aver deluso tutti, o semplicemente per il fatto di esistere. Il senso di colpa è il trauma che genera i mostri raccontati in Mother!, in cui gli altri sono il vero incubo perché sono in grado di smascherarci nella nostra inadeguatezza.

Mother! è un meraviglioso, terrificante film sull’angoscia causata dall’incapacità di perdonare noi stessi. È così spaventoso perché è profondo e inaspettato, e nella sua assurdità risulta così reale.

Voto: 10/10

 
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Pubblicato da su 4 febbraio 2019 in Drammatico, Horror, Psicologico, Satira

 

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