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A Late Quartet

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Titolo originale
: A Late Quartet
Titolo italiano: Una Fragile Armonia
Anno: 2012
Nazionalità: USA
Regia: Yaron Zilberman
Interpreti: Philip Seymour Hoffman, Christopher Walken, Imogen Poots, Catherine Keener

Perché questo film
In famiglia, da me, si è sempre ascoltata moltissima musica classica. Mio fratello suona il violino da più di 10 anni e, un po’ per questo, un po’ per indole personale, i miei sono da sempre appassionati – tra le altre cose – di musica da camera. Avevo scaricato per mia mamma la versione inglese di questo film quando ancora in Italia non si parlava di distribuzione e ieri, mentre decidevo cosa guardare e recensire, me lo sono trovato davanti. Ho pensato: “un film drammatico che tratta le difficoltà di un microcosmo musicale, con Philip Seymur Hoffman… figata!” Così mi sono preso il pomeriggio libero e l’ho guardato. Segue il mio parere.

Trama
Stati Uniti, giorni nostri. La solida alchimia di un famoso quartetto di archi entra in crisi nel momento in cui il membro più anziano, il violoncellista Peter, inizia ad accusare i primi sintomi del morbo di Parkinson. Daniel e Robert, rispettivamente primo e secondo violino entrano in conflitto per diversi motivi, legati al passato e al presente, e si litigano il ruolo. Robert e Juliet, marito e moglie, vivono i conflitti interni al gruppo in maniera poco adulta e poco unita, e finiscono per allontanarsi. La loro figlia, Alex, reagisce in maniera rabbiosa alla crisi coniugale dei genitori, portando a galla vecchi dolori e cercando consolazione là dove non dovrebbe. Juliet è stata adottata da Peter dopo la morte della madre, e ha conosciuto Robert grazie al quartetto, dopo avere avuto una storia con Daniel. Quel che vediamo sullo schermo è un intreccio fitto di legami affettivi e professionali, che spesso tendono a sovrapporsi e si organizzano a comporre un quadro intenso, centrato sulle relazioni, sui loro risvolti ombrosi, sulla loro forza  – e ciò fa di A Late Quartet un film sulla famiglia, ancor prima che un film sulla musica.

Struttura
Leggendo la sinossi si potrebbe pensare che il film voglia parlare di un po’ troppe cose, e una sensazione simile la si prova anche guardandolo. È un equilibrio difficile quello a cui ambisce il regista Yaron Zilberman, che si impegna a fondo affinché la sua narrazione risulti centripeta e non centrifuga. E ci riesce… cioè, il baricentro della narrazione rimane sempre il quartetto, con il suo passato, i suoi problemi, i suoi rapporti di forza e le sue storie d’amore. A Late Quartet è un film sui ruoli, sui conflitti che essi possono causare tra le persone e nelle persone, specie quando lavoro e famiglia tendono ad amalgamarsi troppo. C’è grande consapevolezza di scrittura nel gestire le identità personali e collettive cui partecipano Peter, Daniel, Robert e Juliet, nel mostrarle in conflitto e poi in crisi. Ma, mentre da un lato questa consapevolezza e questa pragmaticità registica consentono al film di rimanere compatto e non sbrindellarsi in una coralità che avrebbe avuto poco a che fare i temi trattati, da un altro lato rendono l’opera un po’ stilizzata, un po’ troppo composta, e in definitiva non così sorprendente. Almeno, non sorprendente sul piano narrativo. La storia è ben congegnata, gli equilibri tra personaggi efficienti, tuttavia a volte si annusa l’artificio dietro tutto questo, nell’impegno ad aprire e chiudere parentesi così diligentemente, a recuperare tutti i dettagli introdotti per riutilizzarli. La conseguenza di ciò è che quasi nulla di quel che si vede arriva a coinvolgere veramente, nulla ci lascia così stupiti e il tutto rischia di passare e finire senza lasciare molta traccia. A Late Quartet è un film un po’ moscio, perchè un po’ troppo garbato.

Interpretazione
Questo se non ci fossero due ulteriori livelli cinematografici in grado di arricchire di molto l’esperienza dello spettatore. Il primo – ce lo si poteva aspettare – è la recitazione. Chi guarda un film così, me compreso, molto prima che per la storia o per le tematiche trattate, lo fa per gli attori.
Philip Seymur Hoffman, per non chi lo conoscesse, è un camaleonte: sembra essere nato per tutti i ruoli in cui ha recitato. Qui intrepreta Robert, un secondo violinista lievemente frustrato che, scosso dalla malattia di Peter, arriva a rendersi conto di aver rinunciato a troppe cose nella vita. La struttura del film non ci permette di immergerci completamente nella dimensione umana di David, non dispone di scene volte a fare interiorizzare al pubblico la sua confusione, la sua testardaggine, il suo crescente astio nei confronti di David, ma, per fortuna, molte emozioni passano grazie alla grande interpretazione di Philip Seymur Hoffman. Il suo sguardo basso e rabbioso, la sua postura, la sua voce veemente ma spezzata raccontano lo stato di mortificazione del personaggio in maniera molto vivida.
Cristopher Walken è forse ancora più intenso nella sua interpretazione di Peter. Quello sguardo vispo ma a tratti sconsolato, quella punta di risolutezza in una voce altrimenti pacata, i movimenti rapidi e precisi, da violoncellista navigato, che si sbriciolano a causa del Parkinson. La sua è una prova incredibile. Tutti gli attori sono incredibili, così come lo è l’abilità del dirigerli. Chapeu a Zilberman su questo.

Musica
Il secondo aspetto importante per la riuscita del film è il dialogo che la narrazione ha con la musica. Musica che inizialmente porta alla scoperta della malattia di Peter, ed è quindi destabilizzante, musica che accompagna il gruppo al momento di maggiore conflitto del film e, alla fine, musica che sostiene, che colma i vuoti e che unisce le persone. L’opera 131 di Beethoven, una delle più difficili del compositore, presentata fin da subito come una corsa da far venire il fiatone, chiosa la storia, la riempie di sfumature e ne offre una lettura alta, sublimata. Della musica si parla più e più volte: persone che amano la musica e vivono di musica non possono che confrontarcisi continuamente. Così una descrizione del lavoro del secondo violino, sommesso ma colorato, che dà profondità alla melodia, viaggiando “appena sotto la superficie”, diventa un po’ la descrizione dello stile di vita che si è scelto Robert. Oppure, il suggerimento di Peter ai suoi allievi di valorizzare quel che di buono c’è in un’interpretazione piuttosto che di struggersi per quel che non funziona individua il grande problema che hanno un po’ tutti, da Daniel a Juliet, ovvero non riuscire a trovare sufficiente quel che di bello hanno nella loro vita. Ancora, la sfida che Robert lancia a Daniel, di lasciarsi andare di più nella musica, abbandonando la freddezza e il calcolo a favore della passione, segnerà un momento importante nella vicenda, perché verrà presa un po’ troppo alla lettera.

Insomma, A Late Quartet sarà forse un po’ prevedibile, costruito (come certa musica) in maniera matematica, ma questo aspetto è identificabile solo una volta che si è giunti alla conclusione e si tirano le somme. Stare dentro al film, e farsi trascinare dalla crescente turbolenza della storia, venire ammaliati dal grande lavoro attoriale ed essere stimolati dai dialoghi, è molto appagante. Nulla risulta davvero scontato, nulla davvero noioso. Oltre ad essere un po’ moscio e troppo garbato, come detto, A Late Quartet è un film stratificato e maturo, che merita di essere visto.

Voto: 7/10

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Pubblicato da su 3 novembre 2013 in Drammatico, Musicale

 

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