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I Sospiri del mio Cuore

sospiri
Titolo originale
: Mimi o Sumaseba (trad. lett. Se tendi l’orecchio)
Titolo italiano: I Sospiri del Mio Cuore
Anno: 1995
Nazionalità: Giappone
Regia: Yoshifumi Kondō
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki

Perché questo film
La scorsa settimana mi trovavo in uno dei tanti centri Mondadori di Milano quando, girovagando tra gli scaffali della sezione cinema, ho avuto un attacco di serendipità. Avrei guardato e recensito un anime d’annata, preferibilmente non troppo mainstream, del genere racconto urbano, favola di formazione o novella ambientalista – tutte cose che giapponesi sanno fare davvero molto bene. Mentre scorrevo con lo sguardo la corposa collezione di animazione nipponica a disposizione, tre titoli sono riusciti ad attirare la mia attenzione. Viaggio verso Agartha si presentava come una leggera e colorata avventura fantasy, una specie di incrocio tra Laputa e Howl, diretta da un regista emergente ma, secondo la quarta di copertina, molto talentuoso; Le voci della nostra infanzia, dai disegni più ruvidi e scoloriti, sembrava proporre una vicenda meno trasognata, contraddistinta dall’asprezza del secondo dopoguerra; I sospiri del mio cuore (titolo chiaramente frutto di una pessima scelta di distribuzione), appariva come un dramma adolescenziale di crescita, maturazione e disillusione. Dopo essermi segnato i titoli sono tornato a casa e ho cercato i film su internet. L’eccellente qualità dello streaming de I sospiri del mio cuore mi ha convinto subito. E così ecco qui la nuova recensione.

Genere
Appena sopra ho scritto che il film “appariva come un dramma adolescenziale di crescita, maturazione e disillusione”. Appariva. Le mie impressioni iniziali si sono rivelate esatte? Beh, abbastanza, anche se non completamente.
Il termine dramma può venire utilizzato con varie intenzioni e accezioni e quindi, a differenza della quale si sceglie, esso può rivelarsi più o meno appropriato. Se ci si affida all’etimologia classica è un semplice sinonimo di “storia”, fondamentalmente privo di sfumature, mentre se lo si utilizza nel suo significato più spinto esso può assumere tinte anche molto oscure, arrivando a combaciare con il termine “tragedia”. Io intendevo, e generalmente intendo, una via di mezzo tra questi due estremi: per me un dramma è una storia ricca di conflitto, qualsiasi genere di conflitto, e soprattutto conflitto che può risolversi come non risolversi e che può condurre sia a grandi dolori sia a grandi gioie. Non c’è un giudizio di valore. I sospiri del mio cuore è un film pieno di incontri e di scontri: tra ragazzi e ragazze, tra genitori e figli, tra realtà e aspirazioni, tra presente e futuro. Dunque, per me, è un dramma.
“Adolescenziale” (senza la i, mi raccomando!) è un altro termine abbastanza vago. Bisognerebbe mettersi d’accordo sul momento in cui inizia l’adolescenza e quando finisce. Volendo essere particolarmente pedanti i ragazzi protagonisti, che hanno 13 anni, si trovano proprio nel periodo di transizione tra pre-adolescenza ed adolescenza. Che cosa diavolo sia la pre-adolescenza non saprei dire, per cui preferisco parlare di passaggio tra infanzia e adolescenza, che è fondamentale, insomma, perché i desideri di indipendenza diventano prepotenti, si inizia a pensare alla direzione da dare alla propria vita e la componente emotivo-sessuale vive un’amplificazione non da poco.
Crescita, maturazione e disillusione sono momenti importanti del percorso verso la dimensione adulta. I ragazzi protagonisti nel corso della vicenda maturano moltissimo, e non in maniera indolore. C’è una gran turbolenza nel modo di porsi di Shizuku, c’è energia, confusione, desiderio e paura: la sua crescita è complessa e conflittuale e per questo drammatica, e molto vera. Ma non me la sentirei di parlare di disillusione. Nella vita di tutti i giorni disillusione fa rima con rassegnazione, con la consapevolezza di dover accettare anche i lati peggiori della vita. No, I sospiri del mio cuore non è un film disilluso, anzi è un film speranzoso. I personaggi realizzano di dover scendere a compromessi con il mondo, che non si può avere tutto e soprattutto che non si può averlo subito, ma questa comprensione dona gusto ai quotidiani progressi, piuttosto che scolorirli.
Poi, in più, il film offre diverso altro materiale a cui sarebbe possibile dare un nome. Vi è una componente musicale non secondaria, che incornicia la vicenda e riemerge ora qui ora lì. La dimensione fantastica, quasi mitica, che aleggia per la prima parte del film, a un certo punto irrompe con una certa forza sulla scena. L’ambientazione suburbana è importante (oltre che visivamente suggestiva), dipinge vite frenetiche e stressanti, da cui diventa importante trovare rifugio.

Storia e Personaggi
Ma insomma, di cosa parla, I sospiri del mio cuore? Parla di Shizuko e di Seiji, destinati ad incontrarsi, il cui iniziale attrito si trasforma in un sincero affetto, che poi diventa amore. Ma c’è dell’altro. I ragazzi sono tormentati dalle loro ambizioni. Dal loro bisogno di avere ambizioni. Della necessità di mettersi alla prova. Di esprimere loro stessi. E di dimostrare qualcosa al mondo. Avranno bisogno l’uno dell’altro per chiarirsi le idee, lasciarsi andare, fare progetti e trovare il coraggio necessario per imbarcarvicisi.
Ma tutto questo in maniera sottile e non banale, non vi è nessun aperto patetismo o esplicita comunione tra di loro; semplicemente l’individualità dell’uno giunge a trovare in quella dell’altro uno spunto di riflessione, una fonte di energia, uno specchio in cui riflettersi e una realtà con cui confrontarsi.
È bellissimo assistere alla crescita del rapporto tra i due, a tutte le sfide e alle frecciatine che inizialmente si lanciano, al percorso emotivo che li conduce dall’imbarazzo all’ammirazione, dalla tenerezza all’attaccamento. Ed è abbastanza emblematico il fatto che la maggior parte degli antagonismi che l’uno e l’altro devono affrontare vengono dalle rispettive famiglie. In particolare Shizuko ha una madre assente e non esattamente premurosa e una sorella maggiore severa e poco comprensiva. Si tratta si figure appropriatemene sfocate, sempre in movimento, troppo indaffarate per potersi fermare ad ascoltare; non sono in cattiva fede, semplicemente fanno fatica a capire la giovane ragazza e tendono a considerare i loro problemi molto più grandi di quelli di lei. È difficile per Shizuko, cresciuta in mezzo alle pretese, ai silenzi e probabilmente a leggere pressioni economiche, riuscire ad esprimersi in libertà. Per fortuna l’incontro con Seiji e con il suo vecchio nonno la libereranno dalle fatiche della quotidianità familiare e le insegneranno a guardarsi dentro un po’ di più. Il nonno in particolare è un personaggio molto positivo, calmo, paziente e saggio. Paradossalmente è più vicino lui al mondo dei ragazzi di quanto lo siano i loro genitori, così indaffarati e così distanti. La vecchiaia, sembra dirci il regista, insieme alla passione per la musica, predispone all’ascolto, alla comprensione all’aiuto.

Concludendo…
Un po’ di cose disordinate.
I disegni sono pazzeschi, e c’era da aspettarselo, dato che si tratta di un film dello Studio Ghibli. I disegnatori sono fantastici nel loro saper catturare con pochi tratti lo stato d’animo dei personaggi. Lo stile degli anime, se si escludono le sue derive più naturaliste, è uno stile stilizzato, espressionista, che enfatizza la mimica facciale; solo che, mentre questa caratteristica viene utilizzata solitamente per suscitare comicità o orrore o altre ben definite emozioni, qui, grazie allo studio di Miyazaki, diventa arte. L’incontro tra la sintesi emotiva compiuta dal leggero tratto con cui sono disegnate le figure e la suggestione pittorica dei fondali è magico.
Il film, per me, dura un po’ troppo. E’ bello in ogni suo punto, ma verso i 2/3 ho iniziato a percepire un po’ di affaticamento, in parte per la lentezza dei tempi narrativi, in parte perché la storia prende una svolta particolare e si resta per molto tempo in attesa che succeda qualcosa di sostanzioso. Per quel che mi riguarda l’attesa viene ripagata – anche se non in maniera pirotecnica ma con una scena di grande intima intensità che vede protagonista Shizuko e il nonno di Seiji – però che fatica arrivarci! Il finale invece, anche se inizialmente può sembrare mutilato e lasciare a bocca asciutta, secondo me è ottimo. Una storia di transizione e trasformazione non poteva che concludersi con un inizio, è giusto così.
Infine, il target. Uno dei grandi pregi di questi film è che parlano un po’ di tutto, e lo fanno in maniera accessibile sia ai più giovani sia a chi è più maturo. Consiglierei I sospiri del mio cuore ai tredicenni in crisi di identità come ai loro genitori che fanno fatica a capirli e non sanno bene come comportarsi. Lo consiglierei ai ragazzi come alle ragazze, perché, nonostante l’anima del film sia femminile, la storia di Shizuko insegna come è possibile comprendersi e comunicare, oltre che tra generazioni anche tra sessi diversi. E infine consiglierei il film a chiunque sta affrontando dei cambiamenti nella propria vita, in particolare persone come me, cioè ragazzi-adulti, in parte spinti dal forte desiderio di emancipazione e in parte trattenuti da un’incatenante necessità di protezione. Miyazaki, Kondo e lo Studio Ghibli ci possono fare forza e aiutare a capire dove stiamo sbagliando.

Voto: 9/10

 
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Pubblicato da su 8 dicembre 2013 in Animazione, Commedia, Drammatico, Teen

 

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A Late Quartet

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Titolo originale
: A Late Quartet
Titolo italiano: Una Fragile Armonia
Anno: 2012
Nazionalità: USA
Regia: Yaron Zilberman
Interpreti: Philip Seymour Hoffman, Christopher Walken, Imogen Poots, Catherine Keener

Perché questo film
In famiglia, da me, si è sempre ascoltata moltissima musica classica. Mio fratello suona il violino da più di 10 anni e, un po’ per questo, un po’ per indole personale, i miei sono da sempre appassionati – tra le altre cose – di musica da camera. Avevo scaricato per mia mamma la versione inglese di questo film quando ancora in Italia non si parlava di distribuzione e ieri, mentre decidevo cosa guardare e recensire, me lo sono trovato davanti. Ho pensato: “un film drammatico che tratta le difficoltà di un microcosmo musicale, con Philip Seymur Hoffman… figata!” Così mi sono preso il pomeriggio libero e l’ho guardato. Segue il mio parere.

Trama
Stati Uniti, giorni nostri. La solida alchimia di un famoso quartetto di archi entra in crisi nel momento in cui il membro più anziano, il violoncellista Peter, inizia ad accusare i primi sintomi del morbo di Parkinson. Daniel e Robert, rispettivamente primo e secondo violino entrano in conflitto per diversi motivi, legati al passato e al presente, e si litigano il ruolo. Robert e Juliet, marito e moglie, vivono i conflitti interni al gruppo in maniera poco adulta e poco unita, e finiscono per allontanarsi. La loro figlia, Alex, reagisce in maniera rabbiosa alla crisi coniugale dei genitori, portando a galla vecchi dolori e cercando consolazione là dove non dovrebbe. Juliet è stata adottata da Peter dopo la morte della madre, e ha conosciuto Robert grazie al quartetto, dopo avere avuto una storia con Daniel. Quel che vediamo sullo schermo è un intreccio fitto di legami affettivi e professionali, che spesso tendono a sovrapporsi e si organizzano a comporre un quadro intenso, centrato sulle relazioni, sui loro risvolti ombrosi, sulla loro forza  – e ciò fa di A Late Quartet un film sulla famiglia, ancor prima che un film sulla musica.

Struttura
Leggendo la sinossi si potrebbe pensare che il film voglia parlare di un po’ troppe cose, e una sensazione simile la si prova anche guardandolo. È un equilibrio difficile quello a cui ambisce il regista Yaron Zilberman, che si impegna a fondo affinché la sua narrazione risulti centripeta e non centrifuga. E ci riesce… cioè, il baricentro della narrazione rimane sempre il quartetto, con il suo passato, i suoi problemi, i suoi rapporti di forza e le sue storie d’amore. A Late Quartet è un film sui ruoli, sui conflitti che essi possono causare tra le persone e nelle persone, specie quando lavoro e famiglia tendono ad amalgamarsi troppo. C’è grande consapevolezza di scrittura nel gestire le identità personali e collettive cui partecipano Peter, Daniel, Robert e Juliet, nel mostrarle in conflitto e poi in crisi. Ma, mentre da un lato questa consapevolezza e questa pragmaticità registica consentono al film di rimanere compatto e non sbrindellarsi in una coralità che avrebbe avuto poco a che fare i temi trattati, da un altro lato rendono l’opera un po’ stilizzata, un po’ troppo composta, e in definitiva non così sorprendente. Almeno, non sorprendente sul piano narrativo. La storia è ben congegnata, gli equilibri tra personaggi efficienti, tuttavia a volte si annusa l’artificio dietro tutto questo, nell’impegno ad aprire e chiudere parentesi così diligentemente, a recuperare tutti i dettagli introdotti per riutilizzarli. La conseguenza di ciò è che quasi nulla di quel che si vede arriva a coinvolgere veramente, nulla ci lascia così stupiti e il tutto rischia di passare e finire senza lasciare molta traccia. A Late Quartet è un film un po’ moscio, perchè un po’ troppo garbato.

Interpretazione
Questo se non ci fossero due ulteriori livelli cinematografici in grado di arricchire di molto l’esperienza dello spettatore. Il primo – ce lo si poteva aspettare – è la recitazione. Chi guarda un film così, me compreso, molto prima che per la storia o per le tematiche trattate, lo fa per gli attori.
Philip Seymur Hoffman, per non chi lo conoscesse, è un camaleonte: sembra essere nato per tutti i ruoli in cui ha recitato. Qui intrepreta Robert, un secondo violinista lievemente frustrato che, scosso dalla malattia di Peter, arriva a rendersi conto di aver rinunciato a troppe cose nella vita. La struttura del film non ci permette di immergerci completamente nella dimensione umana di David, non dispone di scene volte a fare interiorizzare al pubblico la sua confusione, la sua testardaggine, il suo crescente astio nei confronti di David, ma, per fortuna, molte emozioni passano grazie alla grande interpretazione di Philip Seymur Hoffman. Il suo sguardo basso e rabbioso, la sua postura, la sua voce veemente ma spezzata raccontano lo stato di mortificazione del personaggio in maniera molto vivida.
Cristopher Walken è forse ancora più intenso nella sua interpretazione di Peter. Quello sguardo vispo ma a tratti sconsolato, quella punta di risolutezza in una voce altrimenti pacata, i movimenti rapidi e precisi, da violoncellista navigato, che si sbriciolano a causa del Parkinson. La sua è una prova incredibile. Tutti gli attori sono incredibili, così come lo è l’abilità del dirigerli. Chapeu a Zilberman su questo.

Musica
Il secondo aspetto importante per la riuscita del film è il dialogo che la narrazione ha con la musica. Musica che inizialmente porta alla scoperta della malattia di Peter, ed è quindi destabilizzante, musica che accompagna il gruppo al momento di maggiore conflitto del film e, alla fine, musica che sostiene, che colma i vuoti e che unisce le persone. L’opera 131 di Beethoven, una delle più difficili del compositore, presentata fin da subito come una corsa da far venire il fiatone, chiosa la storia, la riempie di sfumature e ne offre una lettura alta, sublimata. Della musica si parla più e più volte: persone che amano la musica e vivono di musica non possono che confrontarcisi continuamente. Così una descrizione del lavoro del secondo violino, sommesso ma colorato, che dà profondità alla melodia, viaggiando “appena sotto la superficie”, diventa un po’ la descrizione dello stile di vita che si è scelto Robert. Oppure, il suggerimento di Peter ai suoi allievi di valorizzare quel che di buono c’è in un’interpretazione piuttosto che di struggersi per quel che non funziona individua il grande problema che hanno un po’ tutti, da Daniel a Juliet, ovvero non riuscire a trovare sufficiente quel che di bello hanno nella loro vita. Ancora, la sfida che Robert lancia a Daniel, di lasciarsi andare di più nella musica, abbandonando la freddezza e il calcolo a favore della passione, segnerà un momento importante nella vicenda, perché verrà presa un po’ troppo alla lettera.

Insomma, A Late Quartet sarà forse un po’ prevedibile, costruito (come certa musica) in maniera matematica, ma questo aspetto è identificabile solo una volta che si è giunti alla conclusione e si tirano le somme. Stare dentro al film, e farsi trascinare dalla crescente turbolenza della storia, venire ammaliati dal grande lavoro attoriale ed essere stimolati dai dialoghi, è molto appagante. Nulla risulta davvero scontato, nulla davvero noioso. Oltre ad essere un po’ moscio e troppo garbato, come detto, A Late Quartet è un film stratificato e maturo, che merita di essere visto.

Voto: 7/10

 
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Pubblicato da su 3 novembre 2013 in Drammatico, Musicale

 

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