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Perchè odio Game of Thrones

Avevo 14 anni quando per la prima volta presi in mano uno dei libri di Martin. Si intitolava Il Trono di Spade e stava nella sezione della biblioteca dove tempo addietro avevo scoperto la saga di Excalibur di Bernard Cornwell. “Se questo libro è bello solo la metà de Il Re d’Inverno” pensai “vale assolutamente la pena leggerlo”. Il Trono di Spade si rivelò essere piuttosto in linea con l’amata opera di Cornwell, ma meglio. Era più crudo, più intrigante e soprattutto dipingeva un mondo straordinariamente ricco. Da lì diventai GOT addicted, 10 anni prima che questa espressione venisse coniata. O, per essere più precisi, ASOIAF addicted, visto che la saga prendeva il titolo di A Song of Ice and Fire.

Credo che questa premessa illustri quanto io sia legato alla collana di libri scritta da Martin e quanto ciò ha influenzato il mio parere sulla serie TV. Tuttavia cercherò di rendere più chiaro possibile come le mie opinioni circa lo scarso valore del prodotto televisivo non siano dettate da forme di feticismo per l’opera originale, ma che dipendano piuttosto da difetti reali e importanti dell’adattamento. Per correttezza informo che, tanto nella lettura quanto nella visione della serie sono arrivato solo alla fine del quarto libro/stagione.

Cominciamo: Perchè odio Game of Thones?

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1) LO STORYTELLING È PESSIMO
Mi trovo spesso a sostenere che se i libri fossero stati utilizzati come script per Game Of Thones, così come sono stati prodotti, la serie sarebbe stata migliore. Questo perché Martin nasce autore televisivo, e nel dare vita a A Song of Ice and Fire impiega al meglio queste sue capacità, creando scene memorabili e dialoghi brillanti. Numerosi momenti della saga cartacea sembrano una vera e propria sceneggiatura e anche quando la narrazione diventa più descrittiva e meno dialogica il fotorealismo delle scene, il ritmo incalzante e la gestione accurata dei punti di vista sono estremamente cinematografici. Un adattamento fatto bene sarebbe stato più fedele possibile all’opera originale. Ma in casa HBO è mancato polso, e gli autori hanno operato un sabotaggio in due mosse. Per prima cosa hanno contratto in maniera estrema i tempi narrativi, privando di respiro la narrazione e rendendo il ritmo forzato, e per seconda cosa hanno prosciugato la vicenda eliminando tutto ciò che era stato reputato secondario. Il risultato è piuttosto paradossale: un’opera molto più condensata e insieme molto più povera, in cui i personaggi si muovono con motivazioni confuse, in una geografia politica e territoriale solo abbozzata. Interminabili scene di riempimento vengono piazzate qua e là per fare minutaggio, senza che l’intreccio progredisca o i rapporti tra i personaggi si sviluppino. Difficilmente mi dimenticherò la sequenza soft porno della prima stagione in cui Viserys e Doreah si dedicano a 5 minuti di petting e battute senza senso in una vasca di legno: una scena di una bruttezza, di un’inutilità e di un imbarazzo estremo, che indica un’incapacità di scrittura fuori dal comune. Nel libro scene di questo tipo sono presenti, ma, oltre ad essere scritte con più cura, contribuiscono insieme a decine di altri momenti, più o meno centrali, al grande affresco di Westeros. E potrei enumerare decine di pezzi come questi, che non aggiungono niente e hanno il solo scopo di portare la puntata ai 50 minuti: dagli allusivi dialoghi tra Varys e Ditocorto nella prima stagione, alle volgari scenette nel bordello nella seconda stagione, dai simpatici scambi tra Arya e Tywin nella terza, fino ai siparietti tra Arya e il Mastino, nella quarta. E se da un lato Game of Thrones è stacolmo di  ridondanti dialoghi riempitivi, dall’altro lascia poco spazio agli eventi centrali, il cui sviluppo e le cui conseguenze sono trattati con frettolosità e superficialità. È il caso dell’incoronazione a Re del Nord di Robb, dei continui scontri nella Terra dei Fiumi, della rivalità tra Stannis e Renly, dei giochi di potere di Tywin-Baelish e il processo a Tyrion. Tutto abbozzato, tutto confuso. Perfino io che conoscevo la vicenda a memoria mi sono trovato spesso spaesato da una sequenza di scene male impastate, che non offrivano punti di riferimento spazio-temporali, con equilibri di potere malgestiti ed eventi centrali con poca o nessuna conseguenza sulla vicenda.

2) I PERSONAGGI PRINCIPALI HANNO LA VITA TROPPO FACILE
Arya, Daenerys, Jon. Questi personaggi hanno dei problemi anche nei libri, perché sono trattati in modo diverso rispetto agli altri. Si tratta di eroi ed eroine con attorno un’aura di purezza e di fortuna che stona tanto in un’opera cruda e realistica come A Song of Ice and Fire. Ed è palese che non moriranno fino alla fine: perché sono i protagonisti, coloro che tireranno le fila della storia. Tuttavia nell’opera di Martin c’è un prezzo da pagare per questa immortalità narrativa: ininterrotte difficoltà e atroci sofferenze. In un mondo in cui rimanere in vita per più di un libro è un miracolo, farlo comporta passare attraverso continue sventure. Nella serie no. La fuga di Arya nella terra dei fiumi è edulcorata all’inverosimile, con la nostra eroina che scampa con facilità alle torture e ai lavori forzati e finisce a fare la bella vita di palazzo per poi fuggire e incontrare un Mastino ben contento di proteggerla. Cosa hai da fare il broncio, cara Arya, che ti sei fatta poco più che una scampagnata? Jon nella serie risulta un babbeo assolutamente incapace di comprendere i pericoli a cui va incontro, che con una faccia da pesce lesso passa attraverso una moltitudine di scontri armati, l’incontro con un estraneo, diverse missioni suicide e la vita da traditore. Non percepiamo neanche un filo di drammaticità in quello che nel libro è un percorso di crescita estremamente doloroso: il Jon televisivo è di una stupidità e di una fortuna disarmanti. E infine Daenerys, idealista e testarda, nei libri compie una serie di azioni avventate che avranno conseguenze terribili e la terranno costantemente in difficoltà, senza controllo sugli eventi, e infelice. Nella serie la sua storyline è un interminabile cammino trionfale, che inizia con una relazione con Drogo più che soddisfacente a fronte di quella cartacea che è contraddistinta dal terrore viscerale. Questi protagonisti sono capricciosi, inesperti e ottusi, eppure marciano intoccati attraverso una storia che miete vittime ad ogni puntata. Una schifezza.

3) I PERSONAGGI SECONDARI SONO TRASCURATI
In una delle puntate centrali della prima stagione Eddard Stark sta svolgendo i ruoli giuridici del Re quando dei contadini malandati chiedono giustizia per un’azione di saccheggio operata ai loro danni da Gregor Clegane. In questa sequenza, oltre alla sofferenza dei contadini, si percepisce la paura incussa da questo spietato guerriero e la risolutezza di uno stremato Eddard nel condannare l’azione con una sentenza politicamente pericolosa. Si tratta di una scena molto dura e molto bella, che nel libro produce derive narrative inaspettate. Peccato nella serie questa caschi completamente nel vuoto: essa non porta a nessuna conseguenza nel rapporto tra Eddard e Robert, non lancia la sottotrama di Beric, non svela le mosse di Tywin per far scoppiare la guerra e non sviluppi il personaggio di Gregor Clegane – nei libri protagonista assoluto delle battaglie nella terra dei fiumi e di conseguenza nella storyline di Arya. Gregor farà una comparsata nella prima stagione tagliando in due un cavallo, nella seconda stagione cambierà attore e avrà un ruolo estremamente secondario, nella terza non comparirà un solo secondo, e nella quarta stagione verrà giusto ripresentato (con una terza faccia) la puntata stessa del duello con Oberyn Martell. Gregor Clegane, uno dei personaggi più minacciosi del libro, viene trattato dalla serie alla stregua dello scudiero di Tyrion e Game of Thrones è PIENO di queste mancanze nella caratterizzazione dei personaggi secondari. La lettera di Sansa che tradisce il padre è tagliata. L’incesto tra Jaime e Cersei è solo un pretesto per la morte di Eddard senza alcun valore psicologico. Stannis non ha un briciolo della caratterizzazione del libro e risulta burattino nelle mani di Melisandre. Il Mastino manca completamente di conflittualità interiore. Il rapporto dei Baraheon con i Tyrell è confuso e posticipato di due stagioni, tagliando così Renly fuori dall’equazione. I personaggi di Shae, Talisa e Ross sono una fonte di vergogna estrema per chiunque abbia letto i libri. Insomma, non c’è un minimo di interesse da parte degli autori in tutte queste sfumature, e per questo l’opera televisiva risulta poverissima.

IN CONCLUSIONE
Da questo mare di problemi ho ricavato una semplice deduzione: gli sceneggiatori di Game of Thrones sono dei cani. Per questo io odio Game of Thrones: perchè David Benioff and Daniel Weiss hanno fatto a pezzi un universo narrativo che in passato ho amato appassionatamente. La serie ha dei punti di forza notevoli nella messinscena, in alcune scelte registiche e soprattutto nelle performance attoriali. Ma tutto questo scompare di fronte alla totale assenza di consapevolezza e gusto nella scrittura, che rovina personaggi, scene, background politici e culturali, e una delle narrazioni a più ampio respiro di sempre. Tutto quello che c’è di buono nella scrittura di Game of Thrones è dovuto al valore dell’opera originale, che ancora si intravede in mezzo alle macerie di una storia distrutta dall’incompetenza autoriale. Valore che ha permesso il successo della serie TV. Sono deluso e amareggiato per il successo di un’opera che è solo un’ombra del grande lavoro di Martin. Non mi resta che annegare il mio dispiacere nel VINOH.

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Pubblicato da su 5 agosto 2017 in Drammatico, Fantasy, Psicologico

 

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Quella Casa nel Bosco

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Titolo originale: The Cabin in the Woods
Titolo italiano: Quella casa nel Bosco
Anno: 2012
Nazionalità: USA
Regia: Drew Goddard
Sceneggiatura: Drew Goddard, Joss Whedon
Interpreti: Kristen Connolly, Fran Kranz, Jesse Williams, Chris Hemsworth, Sigourney Weaver

Perchè questo film
Devo ringraziare il gestore di Tapirullanza, tra amici il Tapiro, per avermi riportato alla memoria questo promettente film, che avevo nella wish list da troppo tempo perchè potessi ricordarmene da solo. Il Tapiro ha lanciato sul suo sito il mese dell’orrore partendo da variazioni sul genere teen horror “house in the woods”, arrivando a parlare di Quella Casa nel Bosco alla seconda settimana, qui. Il suo articolo è ottimo ma consiglio di rimandare la lettura a chi volesse godersi le mille sorprese che il film ha in serbo dall’inizio alla fine. Quando a me, cercherò di accennare solo qualcosa di molto generico sull’opera che abbiamo davanti, per invogliare alla visione, e solo a quel punto entrerò nel vivo della recensione.
Sicuramente può aiutarvi a scegliere sapere che il film ha il 91% pomodori freschi su Rotten Tomatoes, un punteggio di 7,1 su imdb e circa metà commenti di youtube scritti da analfabeti incazzati che si aspettavano di assistere all’ennesimo slasher boschivo. Più ci si sposta verso il pubblico generalista più le opinioni si polarizzano, mentre la maggior parte dei critici è concorde nel dire che si tratta di una pellicola di valore. Di certo non abbiamo davanti un film che lascia indifferenti.

Un po’ di aggettivi
Un arguto commento su Rotten Tomatoes recita: “If The Cabin in the Woods were a meal, it would consist of 90 minutes of studying a well-written menu, and then ordering the cream pie, which arrives in your face. Sweet, sweet release”. Non avrei saputo illustrare meglio la sensazione di libidinosa spaesatezza che il film genera da un certo punto in poi. Quella Casa nel Bosco è… spiazzante, bizzarro, divertito, elettrizzante e soprattutto, soprattutto originale. Perchè ci sono anche degli scivoloni e delle soluzioni un po’ pigre, perfino qualche calo di ritmo, ma sono difetti che seriamente scompaiono di fronte all’irriverenza e alla fantasia del prodotto, che è davvero davvero originale. Pirandelliano. Escheriano. Completamente rovesciato.

Image2Altri aggettivi.

Un po’ di spoiler
la prima parte del film secondo me è la migliore: è un mix frizzantissimo di teen drama ottimamente scritto e corporation comedy alla The Office, con doppia atmosfera di attesa che diventa sempre più inquietante. A questo si aggiunge un gioco coi clichè semplicemente delizioso, partendo da quella tinta bionda nella prima scena che retrospettivamente fa davvero schiantare dal ridere. Idem per il montanaro pazzoide alla pompa di benzina, dei cui deliri mistici tutti i personaggi – e proprio tutti – non possono che ridere e per la serie di strizzate d’occhio nella sequenza obbligo-verità. È un peccato secondo me che la scrittura non riesca a dare sufficiente spazio a tutti i ragazzi, con Marty che ha una battuta per tutto e ruba la scena anche a personaggi che in quel momento vorrebbero essere più a fuoco. In particolare fa una figura involontariamente barbina Holden, il quale non riesce a ricoprire il ruolo che dovrebbe avere, mettiamola così. Fa numero e poco altro. Comunque, nonostante alcuni disequilibri, i personaggi sono molto più interessanti che negli altri teen horror: cosa ovvia dal momento che essi arrivano a ricalcare certi stereotipi bidimensionali perchè così dice il copione mentre in realtà c’è sotto molto altro. Come hanno detto alcuni commentatori se anche si fosse trattato di un horror ordinario, con questi ragazzi e questa scrittura sarebbe stato un horror molto piacevole.
Dall’altra parte, come fa notare il Tapiro, anche la parte aziendale è gestita con sapienza. I colleghi scherzano, sclerano a caso, si rinfacciano gli errori, sfottono gli altri reparti, perfino scommettono (trovata davvero tanto divertente che riesce a trasformare una situazione di grande tensione in pura ilarità). Non si tratta di una corporazione caratterizzata da perfezione militaresca, ma di persone normali che si trovano a dover portare a termine un lavoro psicologicamente molto duro. Tutto funziona davvero ad orologeria per i primi quaranta minuti. Poi BOOM inizia l’escalation, con una scena un po’ volgarotta ma che ci sta. Il punto è che tale escalation comunque era prevista nel copione per cui, a parte qualche ideuzza, non sorprende più di tanto: le lacune di caratterizzazione, volute o no che fossero, vengono fuori e c’è una certa frettolosità che rovina l’ottimo lavoro di preparazione. Certo si tratta di un’escalation comunque sui generis, ma io l’ho percepita un po’ fiacca. Si tenta una pistola di Cechov con la scena della moto, ma è una pistola abbastanza telefonata. E poi arriva la terza parte…

Meta(-meta)-narrazione
Ora che abbiamo il nostro cuscinetto anti SPOILER possiamo dirlo. Tutto il film è un trionfo meta narrativo, che ha come obiettivo principale quello di sfottere i luoghi comuni di genere mostrando quando devono essere manipolate persone e situazioni affinché esse possano rientrare nel canovaccio slasher-horror classico. Come comportarsi però una volta che il gioco si è esaurito e i poveri ragazzi sono stati maciullati nel rituale cinematografico satanico così come era stato progettato? Gli sceneggiatori hanno optato per un divertissement citazionista in cui i due sopravvissuti scatenano l’inferno liberando mostri per la sede corporativa. Davvero spassoso, bisogna dire. Quindi i due decidono di non sacrificarsi per il mondo in una scena di scazzo edonista a parer mio di cattivo gusto (che però può sottointendere che il passaggio di spugna non sia rivolto all’umanità ma al cinema horror, con una svirgolata metaforica). E niente, fine.
Però, però, forse c’è di più. Non è chiaro perché la regia non è chiara, ma più di una volta mentre il rituale prosegue e gli zombie fanno fuori uno a uno i ragazzi saltano fuori guasti sospetti che fanno pensare a una manipolazione dell’azienda da parte di qualcun altro. Poi iniziano i clichè da fanta-horror corporativo (pulsanti rossi che scatenano il finimondo), i deus ex machina non si interrompono nonostante non ci sia più nessuno a gestirli (la ragazzina zombie che arriva al momento giusto!) e i luoghi comuni continuano a sprecarsi (un buco nel muro verso la salvezza, srlsly?). Ho pensato: non sarà mica che tutto il film, inclusa la parte aziendale, è una mega trappolona di livello superiore, un meta-rituale di altro tipo, in cui non sono i ragazzi le vittime sacrificali ma l’azienda stessa? Ritualception, tipo. Ho continuato a pensarlo per un po’, solo che il film termina lì senza alcuna rivelazione. Delusione.
Delusione a meno che gli elementi fossero già stati posizionati tutti sul tavolo e non ci fosse bisogno far vedere il nuovo malefico burattinaio che ha indotto i guasti e indirizzato la storia verso il tragico epilogo, perchè quel burattinaio è il regista! Lo è senza dubbio in effetti, per il nostro ludibrio, ma intendeva davvero esplicitarlo o si tratta una sovrastruttura che ho aggiunto io per spiegarmi difetti intrinseci, involontari della seconda parte della pellicola? Onestamente non lo so, ma solo il fatto che il regista sia stato in grado di farmi nascere seri dubbi sulla natura delle scelte che caratterizzano il finale della sua opera significa che è riuscito a fare l’impossibile: cogliermi con le brache calate proprio quando pensavo di aver capito le regole del gioco. Ben fatto Goddard, ben fatto.

Voto: 8/10

 
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Pubblicato da su 13 ottobre 2014 in Commedia, Horror, Metafiction, Teen

 

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Dellamorte Dellamore

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Titolo originale:
Dellamorte Dellamore
Anno: 1994
Nazionalità: Italia
Regia: Michele Soavi
Interpreti: Rupert Everett, François Hadji-Lazaro, Anna Falchi
Tratto dall’omonimo romanzo di Tiziano Sclavi

Perché questo film
Qualche giorno fa una cara amica ha nominato Dylan Dog, confessando che le sarebbe piaciuto provare a leggerne qualche numero, e chiedendomi consiglio. Sapeva che in passato ero stato un grande appassionato. Immediatamente sono corso in camera di mio fratello – dove teniamo orgogliosi una collezione di quasi 100 albi – e ho iniziato a scorrere i titoli cercando di ricordare le suggestioni che mi aveva dato ciascuno di essi. Dovevo trovare tre numeri adatti ad introdurre una persona totalmente digiuna nell’assurdo mondo di dell’indagatore dell’incubo. È successo che mi sono messo a rileggere un albo dopo l’altro, con maggiore senso critico di una volta, forse, ma non minor trasporto. Ora che ho ripreso in mano i fumetti, posso affermare con sicurezza che Tiziano Sclavi è riuscito a dare vita a qualcosa veramente speciale: ad ogni nuova pagina mi rendevo sempre più conto che niente di quel che avevo mai visto o letto assomigliava, neppure lontanamente, al mix di ironia, follia, brutalità e umanità dei Dylan meglio riusciti. Il loro sapore era unico.
Ovviamente questo discorso varrebbe se escludessimo gli altri lavori di Sclavi, ingiustamente poco conosciuti. I suoi romanzi, frutto tra le altre cose di una ricerca stilistica non da poco, sono popolati di personaggi tra il drammatico e il ridicolo che ricordano molto quelli dell’universo dylandogiano, come Block, Groucho, Madame Trelkowski e lo stesso Dylan. E tendono ad oscillare tra surreale e iperreale. Comprensibile che i romanzi di Tiziano abbiano qualcosa in comune con i suoi fumetti, direi. Ma non è finita qui: due film sono stai tratti da suoi lavori. Il soggetto di Nero. è stato sviluppato parallelamente per il cinema e per la narrativa, mentre Dellamorte Dellamore è una vera e propria trasposizione dell’omonimo romanzo. La recensione di oggi è di quest’ultimo titolo. Non si parlerà mai abbastanza di Dellamorte Dellamore, un film che merita tutte le attenzioni che ha ricevuto e anche molte di più. Si tratta di un’opera contradditoria, difficile, che si è guadagnata i più entusiastici complimenti e le più feroci critiche.
Ho guardato Dellamorte Dellamore molti anni fa, un file abbastanza rovinato, e praticamente non me lo ricordavo più. Oggi l’ho recuperato, l’ho rivisto e credo, dopo tanto tempo, di essere pronto a scriverne. Segue il mio parere.

Le due anime del film
“Mi chiamo Francesco Dellamorte. Nome buffo no? Ho anche pensato di farmelo cambiare, all’anagrafe. Andrea Dellamorte sarebbe molto meglio per esempio. Sono il custode del cimitero di Buffalora. Non so com’è cominciata l’epidemia, so solo che alcuni cadaveri, non tutti per fortuna, entro 7 giorni dal decesso di notte si risvegliano e diventano morti che camminano. Io il chiamo ritornanti, anche se non capisco perchè abbiano tanta voglia di ritornare.”
Ecco qui, la prima voce fuoricampo del film. Beffarda, distaccata, con un retrogusto amaro, non avrebbe sfigurato in textbox posto di fianco alla tavola iniziale di un fumetto. Un dichiarazione di stile, in pratica.
Sì, Dellamorte Dellamore è un film fumettoso. Di più, è un film frammentato, episodico, che presenta diverse derive splatter, apparente nonsense psicologico, e una spolverata di metafisica esistenzialista. È pieno di zombie bruttissimi e di personaggi caricati fino al ridicolo, insiste sul morboso accostamento sesso-morte, spinto fino alla necrofilia, e lo fa con una leggerezza spregiudicata e decisamente dissonante. Diversi personaggi vomitano, sbavano, sanguinano copiosamente, sbranano e si fanno sbranare. Una schifezza. In tanti hanno definito il film una schifezza.
Poco male. Lì fuori è pieno di B-Movie osceni, sanguinolenti e non esattamente credibili, che tuttavia si sono ritagliati una fetta di pubblico grazie agli eccessi sgraziati che sono stati capaci di proporre. Dellamorte Dellamore ha qualcosa in comune con questo cinema rozzo e casalingo. Ma no, la pellicola di Soavi non è un film spazzatura. Possiede alcune delle caratteristiche dei suoi cugini trash, ma, dove questi potevano offrire, a livello di contenuti, poco più che un vuoto nichilismo, Dellamorte Dellamore è un tripudio di emozioni. Insieme a Francesco Dellamorte, esattamente come insieme a Dylan Dog, lo spettatore sensibile si commuove, si dispera, si aliena, si confonde e si rassegna. E ride.

Film, fumetto, romanzo
È sbagliato, ovviamente, sostenere – come è stato fatto – che Dellamorte Dellamore sia l’unico vero film di Dylan Dog. Certamente è più vicino all’opera cartacea di quanto lo sarà mai qualsiasi cosa fatta dagli americani, ma si tratta di due prodotti diversi, come vedremo. D’altra parte non si può negare che film e fumetti abbiano molte caratteristiche in comune: in entrambe le opere sfocate e drammatiche storyline si srotolano all’interno di una cornice umana molto convincente, popolata di personaggi caricaturali ma mordaci e punteggiata di uscite sarcastiche.
Dylan Dog e Francesco Dellamorte, il primo camicia rossa, il secondo bianca, entrambi con il volto dell’attore inglese Rupert Everett, sono uno l’alterego dell’altro in molti sensi. Sono autoironici, sono trasandati, sono malinconici. Ma dove il primo combatte un perenne corpo a corpo con un turbinante universo di individui sconfitti, che in un modo o nell’altro si trasformano in mostri, il secondo è con sé stesso che fa a pugni. La noia, la solitudine, la delusione e un profondo intreccio di eros e thanatos trascineranno Francesco Dellamorte molto in basso. Inoltre, come in Dylan Dog non risulta mai molto chiaro se il paranormale sia effettivamente esistente o si tratti di poco più che presenze che aleggiano ai bordi della coscienza del mondo, non capiamo se in Dellamorte la spirale di violenza che si innesca a un certo punto sia effettivamente reale oppure no. Ma, se nel primo caso la maggior parte dei fantasmi fluttuano attorno all’indagatore dell’incubo, e non dentro, nel secondo infestano direttamente il protagonista.
Il romanzo di Sclavi è ancora più sporco e cinico del film, in realtà. Quel Dellamorte, seduto su un scarcasmo ancor più rancido dei ritornanti, è uno spaventapasseri ben più odioso della sua controparte di cellulosa. E definire lo Gnaghi di carta un mostro deforme significherebbe fargli un complimento. Seguendo il commento di un sagace utente su Youtube, che definiva il film un horror shakesperano, si potrebbe dire che il libro è piuttosto un horror freudiano e il fumetto (tra le altre cose) un dramma bergmaniano. La pellicola è una notevole sintesi tra l’anima delle due opere di Sclavi: abbiamo un Dylan Dog meno romantico e più abbruttito, che abita una Buffalora a dir poco spettrale.

Struttura
Il ritmo del film è buono, anche se nella parte centrale la ridondanza di certe scene può arrivare ad annoiare. È proprio questa sezione la più scabrosa e sanguinolenta, con un regista che insiste parecchio sui dettagli orrorifici. Soavi è fin troppo bravo nel raccontare la fisicità della morte, con la sua puzza, il suo pallore, le unghie marce e cadenti, la pelle livida e sporca; così bravo che ci prende un po’ troppo gusto e finisce col sottomettere la fascinazione gotica della prima parte del film ad una deriva body horror che alla lunga diventa ripetitiva. In questa parte si susseguono sottotrame una via l’altra: l’amore impossibile tra l’assistente di Francesco (Gnaghi, grasso, ritardato e iperemotivo) e lo zombie della giovane figlia del sindaco; l’attaccamento morboso di una ragazza al suo innamorato morto; la scena incredibilmente trash della castrazione; l’invasione dei boy scout zombie, con annessa suora assassina. Un sacco di morti viventi, un sacco di storie tristi, perfino struggenti, che finiscono molto male. Quanto è sgangherata la lunga parte centrale di questo film! Non è certo un punto di forza, questo, ma bisogna dire, neanche di debolezza. Più che altro si tratta di un marchio di fabbrica. Il successo di Dylan Dog fu conseguenza, tra le altre cose, dell’improbabilità di strutture narrative che si reggevano in piedi per miracolo, fatte di scene sconnesse ma internamente molto valide. Parole non mie, ma addirittura di Umberto Eco, che per questa intensità sconnessa ha paragonato il fumetto di Sclavi a niente popò di meno che alla Divina Commedia.
Anche se ho parlato di “strutture narrative che si reggono in piedi per miracolo”, in realtà non c’è di mezzo nessun miracolo. Il fatto è che, nel fumetto come nel film, le vicende centrali sono incapsulate in una dimensione umana così vera e così bella da permettere loro di acquistare molto più senso di quello che avrebbero avuto se fossero state presentate da sole. L’inizio e il finale del film sono senza alcun dubbio le parti migliori, così come le incursioni di alcuni dei personaggi secondari più gustosi che vi sarà mai capitato di incontrare. Straniero è il nome del commissario di polizia in ogni singolo lavoro di Sclavi e qui è uno svampito uomo di mezza età che si depista da solo ogni volta che si presenta qualche indizio concreto; il sindaco è una caricatura delle figure politiche interessate solo all’esito delle future elezioni, assolutamente incapace di pensare ad altro se non alla successiva campagna elettorale; Gnaghi è allo stesso tempo ributtante e tenerissimo, così innocente e così desolatamente segnato dalla sua malattia (il ritardo mentale non è mai trattato con superficialità da Sclavi); infine Francesco Dellamorte è un solitario patologico talmente autolesionista da suscitare ben presto una grande pena in chi guarda, nonostante il sarcasmo con cui egli riesce ad affrontare la sua vita.

Tematiche
Nel caso vi stiate chiedendo di cosa parla il film, tolti tutti i fronzoli psicologici, lo splatter e l’ironia nera, ecco la mia opinione: morte, amore e tempo. Dei primi due aspetti ho già accennato qualcosa, ma in generale riassumerei la cosa dicendo che l’amore qui è visto come forza distruttiva, ben più dell’odio, qualsiasi cosa sia l’odio. Un bellissimo “dialogo” verso la fine del film mette bene in chiaro questo punto.
La terza tematica meriterebbe qualche parola in più ma non vorrei spoilerare più di quel che ho già fatto. Si può dire che la progressiva fatica della routine che si tramuta in claustrofobico panico da intrappolamento è una delle tematiche ricorrenti nell’opera di Sclavi. Anche in Dellamorte è presente, in maniera poco esplicita e subdolamente disseminata un po’ ovunque (la tv, il sindaco, il “ritorno dei morti”), ed esplode in un finale da capogiro che io personalmente colloco nella mia top 5 dei finali più geniali e inaspettati di tutto cinema. Un finale che, a modo suo, propone una Pistola di Cechov maiuscola, enorme, totale. Si può dire che ha le potenzialità di fare ripensare a tutta la vicenda.

Concludendo
E ora qualche osservazione disordinata.
– Anna Falchi non sa recitare, ma fisicamente è davvero tanto simile ad alcune delle fiamme di Dylan Dog (Amber ad esempio, in Golconda). Purtroppo ha una parte molto importante nella storia, che rovina quasi totalmente.  Anna Falchi è il difetto principale di Dellamorte Dellamore, difficile da perdonare anche di fronte al meraviglioso seno messo in mostra ripetutamente.
– Il film ha avuto parecchio più successo in Inghilterra, negli States e in Germania che in Italia. In parte questo deve essere dovuto al fatto che la voce impastata e imbalsamata della Falchi è stata risparmiata alle audience estere grazie ad un sapiente doppiaggio; in parte ciò dimostra che il film possiede un respiro internazionale, e che se quei delinquenti del Platinum Studio avessero avuto un po’ più di rispetto per il materiale originale avrebbero potuto guadagnare parecchio di più dalla versione transoceanica di Dylan Dog.
– La colonna sonora è spaziale. Sarà che sono un fan dei motivetti ossessionanti alla Clint Mansell, sarà che ho apprezzato particolarmente il modo in cui riusciva a sposarsi con il fascino decadente delle ambientazioni cimiteriali, sarà che per me l’elettronica nelle soundtrack non è mai troppa. Sarà che sono un fan di Manuel De Sica. Però, wow.
– Nei titoli di coda compaiono i nomi di due scultori. Scultori, esatto. Il cimitero è pieno di statue, alcune parecchio suggestive, ma ancora prima che per queste sono rimasto a bocca aperta di fronte a un modellino dell’isola dei morti di Arnold Bocklin. Una citazione di gran classe. C’è anche una bella citazione da un’opera di Magritte e un’altra da Quarto Potere. Viene omaggiata perfino Arancia Meccanica di Kubrick, anche se qui in maniera non tanto sottile e per questo un po’ pacchiana.

Io odio i B-Movie. Li trovo insulsi, autocompiaciuti e inutilmente volgari. Anche qui, in questo film, ci sono almeno un paio di scene esagerate e gratuite. Il punto è che Soavi si fa perdonare, per la sua maestria con la macchina da presa, per il team artistico di altissimo livello che è riuscito mettere insieme e, anche se non è merito suo, per ambientazione e storia, che sono fantastiche. Io consiglio Dellamorte Dellamore a tutti, davvero a tutti. Qualcuno abbandonerà la visione dopo pochi minuti schifato, qualcuno lo finirà solo per poterne dire male, qualcuno rimarrà interdetto a lungo, qualcuno lo considererà un prodotto malriuscito per poi rivalutarlo, qualcuno lo adorerà. Qualunque sia la vostra reazione almeno avrete visto qualcosa di diverso da solito, realmente diverso. E mi ringrazierete, spero.

Voto: 10/10

 
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Pubblicato da su 12 gennaio 2014 in Commedia, Drammatico, Horror, Psicologico

 

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