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Perché odio Game of Thrones

Avevo 14 anni quando per la prima volta presi in mano uno dei libri di Martin. Si intitolava Il Trono di Spade e stava nella sezione della biblioteca dove tempo addietro avevo scoperto la saga di Excalibur di Bernard Cornwell. “Se questo libro è bello solo la metà de Il Re d’Inverno” pensai “vale assolutamente la pena leggerlo”. Il Trono di Spade si rivelò essere piuttosto in linea con l’amata opera di Cornwell, ma meglio. Era più crudo, più intrigante e soprattutto dipingeva un mondo straordinariamente ricco. Da lì diventai GOT addicted, 10 anni prima che questa espressione venisse coniata. O, per essere più precisi, ASOIAF addicted, visto che la saga prendeva il titolo di A Song of Ice and Fire – Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco.

Credo che questa premessa illustri quanto io sia legato alla collana di libri scritta da Martin e quanto ciò abbia influenzato il mio parere sulla serie TV. Tuttavia cercherò di rendere più chiaro possibile come le mie opinioni circa lo scarso valore del prodotto televisivo non siano dettate da forme di feticismo per l’opera originale, ma che dipendano piuttosto da difetti reali e importanti dell’adattamento. Per correttezza informo che, tanto nella lettura quanto nella visione della serie sono arrivato solo alla fine del quarto libro/stagione.

Cominciamo: Perchè odio Game of Thones?

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1) LO STORYTELLING È PESSIMO
Mi trovo spesso a sostenere che se i libri fossero stati utilizzati come script per Game Of Thones, così come sono stati prodotti, la serie sarebbe stata migliore. Questo perché Martin nasce autore televisivo, e nel dare vita a A Song of Ice and Fire impiega al meglio queste sue capacità, creando scene memorabili e dialoghi brillanti. Numerosi momenti della saga cartacea sembrano una vera e propria sceneggiatura e anche quando la narrazione diventa più descrittiva e meno dialogica il fotorealismo delle scene, il ritmo incalzante e la gestione accurata dei punti di vista sono estremamente cinematografici. Un adattamento ben fatto sarebbe avrebbe fatto virtù di queste caratteristiche, invece di spremere semplicemente la vita dall’opera originale in cerca di un facile successo. Ma in casa HBO è mancata visione, e gli autori hanno operato un sabotaggio in due mosse. Per prima cosa hanno contratto in maniera estrema i tempi narrativi, privando di respiro la narrazione e rendendo il ritmo forzato, e per seconda cosa hanno prosciugato la vicenda eliminando tutto ciò che non fosse centrale per i protagonisti. Il risultato è piuttosto paradossale: un’opera molto più condensata e insieme molto più povera, in cui i personaggi si muovono con motivazioni confuse, in una geografia politica e territoriale solo abbozzata. Interminabili scene di riempimento vengono piazzate qua e là per fare minutaggio, senza che l’intreccio progredisca o i rapporti tra i personaggi si sviluppino. Difficilmente mi dimenticherò la sequenza soft porno della prima stagione in cui Viserys e Doreah si dedicano a 5 minuti di petting e battute senza senso in una vasca di legno: una scena di una bruttezza, di un’inutilità e di un imbarazzo estremo, che indica un’incapacità di scrittura fuori dal comune. E potrei enumerare decine di pezzi come questi, che non aggiungono niente e hanno il solo scopo di portare la puntata ai 50 minuti: dagli allusivi dialoghi tra Varys e Ditocorto nella prima stagione, alle volgari scenette nel bordello nella seconda stagione, dai simpatici scambi tra Arya e Tywin nella terza, fino ai siparietti tra Arya e il Mastino, nella quarta. E se da un lato Game of Thrones è stacolmo di  ridondanti momenti riempitivi, dall’altro lascia poco spazio agli eventi centrali, il cui sviluppo e le cui conseguenze sono trattati con frettolosità e superficialità. È il caso dell’incoronazione a Re del Nord di Robb, dei continui scontri nella Terra dei Fiumi, della rivalità tra Stannis e Renly, dei giochi di potere di Tywin-Baelish e il processo a Tyrion. Tutto abbozzato, tutto confuso. Perfino io che conoscevo la vicenda a memoria mi sono trovato spesso spaesato da una sequenza di scene male impastate, che non offrivano punti di riferimento spazio-temporali, con equilibri di potere malgestiti ed eventi centrali con poca o nessuna conseguenza sulla vicenda.

2) I PERSONAGGI PRINCIPALI HANNO LA VITA TROPPO FACILE
Arya, Daenerys, Jon. Questi personaggi hanno dei problemi anche nei libri, perché sono trattati in modo diverso rispetto agli altri. Si tratta di eroi ed eroine con attorno un’aura di purezza e di fortuna che stona tanto in un’opera cruda e realistica come A Song of Ice and Fire. Ed è palese che non moriranno fino alla fine: perché sono i protagonisti, coloro che tireranno le fila della storia. Tuttavia nell’opera di Martin c’è un prezzo da pagare per questa immortalità narrativa: ininterrotte difficoltà e continue sventure. In un mondo in cui rimanere in vita per più di un libro è un miracolo, farlo comporta soffrire atrocemente. Nella serie no. La fuga di Arya nella terra dei fiumi è edulcorata all’inverosimile, con la nostra eroina che scampa con facilità alle torture e ai lavori forzati e finisce a fare la bella vita di palazzo per poi fuggire e incontrare un Mastino ben contento di proteggerla. Cosa hai da fare il broncio, cara Arya, che ti sei fatta poco più che una scampagnata? Jon nella serie risulta un babbeo assolutamente incapace di comprendere i pericoli a cui va incontro, che con una faccia da pesce lesso passa attraverso una moltitudine di scontri armati, l’incontro con un estraneo, diverse missioni suicide e la vita da traditore. Non percepiamo neanche un filo di drammaticità in quello che nel libro è un percorso di crescita estremamente doloroso: il Jon televisivo è di una stupidità e di una fortuna disarmanti. E infine Daenerys, idealista e testarda, nei libri compie una serie di azioni avventate che avranno conseguenze terribili e la terranno costantemente in difficoltà, senza controllo sugli eventi, e infelice. Nella serie la sua storyline è un interminabile cammino trionfale, che inizia con una relazione con Drogo più che soddisfacente a fronte di quella cartacea che è contraddistinta dal terrore viscerale. Questi protagonisti sono capricciosi, inesperti e ottusi, eppure marciano intoccati attraverso una storia che miete vittime ad ogni puntata. Dove era bello leggere di eroi ed eroine in grado di tenere la testa alta anche di fronte alle peggiori sventure (tortura, stupro, perdita, stenti, etc) ora abbiamo il fastidioso successo di personaggi vuoti.

3) I PERSONAGGI SECONDARI SONO TRASCURATI
In una delle puntate centrali della prima stagione Eddard Stark sta svolgendo i ruoli giuridici del Re quando dei contadini malandati chiedono giustizia per un’azione di saccheggio operata ai loro danni da Gregor Clegane. In questa sequenza, oltre alla sofferenza dei contadini, si percepisce la paura incussa da questo spietato guerriero e la risolutezza di uno stremato Eddard nel condannare l’azione con una sentenza politicamente pericolosa. Si tratta di una scena molto dura e molto bella, che nel libro produce derive narrative inaspettate. Peccato nella serie questa caschi completamente nel vuoto: essa non porta a nessuna conseguenza nel rapporto tra Eddard e Robert, non lancia la sottotrama di Beric, non svela le mosse di Tywin per far scoppiare la guerra e non sviluppi il personaggio di Gregor Clegane – nei libri protagonista assoluto delle battaglie nella terra dei fiumi e di conseguenza nella storyline di Arya. Gregor farà una comparsata nella prima stagione tagliando in due un cavallo, nella seconda stagione cambierà attore e avrà un ruolo estremamente secondario, nella terza non comparirà un solo secondo, e nella quarta stagione verrà giusto ripresentato (con una terza faccia) la puntata stessa del duello con Oberyn Martell. Gregor Clegane, uno dei personaggi più minacciosi del libro, viene trattato dalla serie alla stregua dello scudiero di Tyrion e Game of Thrones è PIENO di queste mancanze nella caratterizzazione dei personaggi secondari. La lettera in cui Sansa tradisce il padre è tagliata. L’incesto tra Jaime e Cersei è solo un pretesto per la morte di Eddard ed è dimenticato dopo la prima puntata. Stannis risulta un burattino nelle mani di Melisandre, perdendo il suo austero senso di giustizia. Il Mastino manca completamente di conflittualità interiore. Il rapporto dei Baratheon con i Tyrell è confuso e posticipato di due stagioni, tagliando così Renly fuori dall’equazione. I personaggi di Shae, Talisa e Ross sono una fonte di vergogna estrema per chiunque abbia letto i libri. Insomma, non c’è un minimo di interesse da parte degli autori in tutte queste sfumature, la cui assenza impoverisce la Westeros televisiva in maniera inaccettabile.

IN CONCLUSIONE
Da questo mare di problemi ho ricavato una semplice deduzione: gli sceneggiatori di Game of Thrones sono dei cani. Per questo io odio Game of Thrones: perché David Benioff and Daniel Weiss hanno fatto a pezzi un universo narrativo che in passato ho amato appassionatamente. La serie ha dei punti di forza notevoli nella messinscena e nelle performance attoriali, che salvano la giornata più di una volta. E ha il vantaggio di partire da materiale originale di altissima qualità – la saga cartacea. Ma tutto questo scompare di fronte alla totale assenza di consapevolezza e gusto nella scrittura, che rovina personaggi, scene, background politici e culturali, e una delle narrazioni a più ampio respiro di sempre. Tutto quello che c’è di buono nella scrittura di Game of Thrones è dovuto al valore dell’opera originale, che ancora si intravede in mezzo alle macerie di una storia distrutta dall’incompetenza autoriale. Valore che ha permesso il successo della serie TV. Sono deluso e amareggiato per il successo di un prodotto che è solo l’ombra del grande lavoro di Martin. Non mi resta che annegare il mio dispiacere nel VINOH.

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Pubblicato da su 5 agosto 2017 in Drammatico, Fantasy, Psicologico

 

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Perchè amo Capitan America

b475388c73a29f9d5ed852e68494b89bIo, per anni aspro critico del grande successo Disney-Marvel mi sono trovato spesso a difenderlo sui social dagli attacchi degli haters, in particolare fanboy DC Comics. Perché questo? Di certo non ho rivalutato la mediocrità di oltre la metà dei film in questione, anzi, sono il primo che spesso ne mette in discussione aspetti come la storia o il ritmo.
Eppure da un po’ di tempo a questa parte ho cambiato modo di percepire il Marvel Cinematic Universe, al punto che ora riesco a vedere i grandi pregi del progetto in mezzo ai tanti difetti. Ed il merito è tutto del lavoro fatto su quell’anonimo, impopolare personaggio che è Captain America.

Dunque. Io, come la maggior parte del pubblico cinematografico della Marvel, non ho mai toccato i fumetti, e quindi parlo in ottica prettamente filmica. Captain America non ha poteri strabilianti, non ha il tipico istrionismo supereroistico e non ha un briciolo della formula teen che funziona tanto bene nel cinema fantastico contemporaneo. E come se non bastasse viene interpretato da un attore con un curriculum misero rispetto ai colleghi in calzamaglia (Downey Junior, Renner, la Johansson, Ruffalo). Di conseguenza il Captain America cinematografico non si regge in piedi da solo, ma ha bisogno di interagire con altri personaggi e di affrontare delle difficoltà fuori dal comune. Ed è qui che succede il miracolo: non solo dai Marvel Studios escono soggetti e sceneggiature interessanti ma viene fuori un personaggio che grazie all’interazione con quello che gli sta attorno risplende.

Ho riflettuto a lungo su come fosse possibile che dal macchinario Disney-Marvel siano provenuti film tanto belli quanto il secondo e il terzo Captain America.  E la risposta che mi sono dato è che essi riescono a mettere insieme i punti di forza di più generi: il filone supereroistico, lo spionaggio politico alla James Bond e la guerra.
La parte supereroistica è la cornice dove si svolge tutto, e va ammesso che il background marveliano è veramente figo – sono piuttosto le varie vicende a peccare. Abbiamo più eroi in conflitto tra di loro, poteri galattici che si manifestano progressivamente sulla Terra e un bestiario di bizzarrie anche autoironiche che spaziano tra le dinività, gli esperimenti di laboratorio finiti male e le intelligenze artificiali. La tecnologia in particolare è trattata con grande creatività ed è lo snodo di molte storie e personaggi.
Il mix tra thriller politico e guerra invece è tutto di Captain America e dei suoi film. Ora, io sono un fan di questi due generi, che trovo incalzanti e insieme drammatici: tutto ciò che riesce ad essere Captain America nei suoi momenti buoni. Ed è per questo che ho apprezzato tanto Winter Soldier e Civil War.

Prendete un ragazzone malinconico, idealista ed un po’ ingenuo, rendetelo una letale arma da combattimento, fatelo assistere alla morte del migliore amico e fatelo sacrificare per la patria, per poi risvegliarlo in un mondo che non è più il suo. A riassumere questa parabola l’unico aggancio con il passato è l’ex ragazza la quale, sposatasi con qualcun altro, ora è decrepita e morente. Intanto, il mondo è cambiato, il sogno americano si è sgretolato, è diventato necessario scendere a compromessi che raramente fanno contento qualcuno e l’eroismo forse non esiste più. In questo contesto Captain America è una forza positiva in un mondo confusionario fino all’incomprensibilità, che se affrontato nel modo sbagliato umilia, emargina e punisce. E come reagisce questo soldato d’altri tempi, spezzato dentro dal tempo e dalle tragedie? Con caparbietà, disciplina, ottimismo e cuore. Lo fa quando ha ragione, ma è comunque solo contro tutti (Winter Soldier) e lo fa quando non siamo affatto sicuri che abbia ragione, ma lo capiamo bene perché sappiamo quello che ha passato (Civil War). Io ho amato il modo di Captain America di affrontare le difficoltà, è composto e intelligente, realistico, e tutt’altro che fumettoso. In un mondo di cinecomic popolato di personalità sopra le righe, pazzi, buffoni, stupidi e superficiali è una boccata d’aria vedere Captain America alle prese con difficoltà che sarebbero anche nostre e superarle non solo per mezzo delle sue capacità sovraumane ma soprattutto della sua forza d’animo. Ed è ugualmente una boccata d’aria assistere al suo impercettibile fiaccarsi per i dispiaceri e le fatiche, con naturalezza. Quest’ultima cosa, tra l’altro, è davvero il colpo da maestro della scrittura di Civil War, che ben pochi hanno colto: la capacità di raccontare sottilmente le psicologie in gioco e mostrare come il loro attrito possa portare all’escalation.

Tutt’ora mi chiedo come la produzione responsabile della bellezza dei film di Captain America possa aver partorito quelle porcherie di Thor 1 e 2, o un terzo Iron Man che riesce ad essere quasi peggio di Man of Steel. Tuttavia l’universo Marvel è interessante al di là della qualità dei singoli film e sono contento di averlo capito, anche se così tardi.

In definitiva consiglio a tutti la visione della trilogia di Captain America (tenendo duro per un primo capitolo un po’ fiacco), a cui andrebbero probabilmente affiancati anche i due film degli Avengers. E suggerisco di tenere a mente questo: un bel film non è per forza impregnato di artisticità (genuina o contraffatta che sia), può anche solo mettere in scena una bella storia, raccontando personaggi interessanti. Snyder avrebbe molto da imparare da alcuni film Marvel.

 
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Pubblicato da su 27 luglio 2016 in Action, Drammatico, Fantascienza, Superhero Movie

 

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Hunger Games

locandinaTitolo originale: The Hunger Games
Titolo italiano: Hunger Games
Anno: 2012
Nazionalità: USA
Regia: Gary Ross
Interpreti: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Lenny Kravitz, Stanley Tucci, Donald Sutherland
Tratto dall’omonimo romanzo di Suzanne Collins

Perché questo film
Sono anni che Hollywood prova a lanciare nuovi franchise teen fantasy, con l’intenzione di replicare l’enorme successo della saga di Harry Potter. La formula inizialmente pareva semplice: non vi era che da prendere una serie di romanzi di successo destinati prevalentemente ai giovani, adattarli più fedelmente possibile, metterli in mano a un regista talentuoso ma non troppo in vista e investire molti soldi in scenografie, costumi, effetti speciali e cast. Eppure, se si esclude il caso Twilight, che ha saputo approfittare di un’onda modaiola sconcertante, solo il sopra citato Harry Potter è riuscito a conquistare il mondo anno dopo anno, crescendo in dimensioni e incassi ad ogni nuovo film, e concretizzando un finale da capogiro in termini di numeri. Nel frattempo, invece, enormi avvii di franchise come Eragon e La Bussola d’Oro neanche sono stati in grado di superare il primo ostacolo, hanno floppato e non si sono visti rinnovati; e saghe come Le Cronache di Narnia o Percy Jackson, che al momento contano più di un titolo, non si possono certo giudicare grandi successi, anzi, danno l’impressione di procedere a scossoni, attraverso il reinvestimento dei loro stessi guadagni.
Hunger Games è atterrato sulla scena cinematografica fantasy in un momento propizio, con Harry Potter e Twilight conclusi, gli altri franchise abbastanza instabili, e il mondo dei kolossal popolato da supereroi più divini che umani. Questo e altri fattori (che discuterò più sotto) hanno condotto Hunger Games a ricevere una calorosa accoglienza e un discreto e diffuso consenso. A breve uscirà in Italia il secondo capitolo: verrà confermato il successo della saga oppure no? Ho scelto questo film per la recensione della settimana perché trovavo questa domanda interessante.

Immaginario
Partiamo col definire il prodotto di cui stiamo parlando. Come ho accennato sopra il film appartiene al grande calderone del teen fantasy, ovvero film di avventura con elementi fantastici i cui protagonisti sono dei ragazzi. Qui in realtà già notiamo una variazione sul tema, dal momento che non è presente nessun elemento propriamente magico, e il fantastico è introdotto solo per mezzo di una tecnologia futurepunk, dal design pulito ma dotato di qualche elemento vintage, che include ambienti di realtà aumentata totalmente immersiva, vestiti che prendono fuoco, treni magnetici ad alta velocità e delle specie di navi volanti per il trasporto dei militari. L’impressione generale è che si tratti di un minestrone più estetico che funzionale, ma nonostante questo non è sgradevole. Si percepisce molto bene il fasto eccentrico di Capitol City, l’esagerata opulenza di una classe sociale che costruisce, spreca e inventa sempre nuovi modi per divertirsi. Pur nella sua convenzionalità il confronto tra la ricchezza di questo mondo, con la sua ostentazione ritualizzata, e la umile miseria della vita dei protagonisti è efficace. È certamente banale (e modaiolo) il voler demonizzare il consumismo declinandolo nella sua forma più sfrenata in maniera da poterlo contrapporre alla semplicità e alla rettitudine delle province oppresse, ma è comunque sempre meglio della solita battaglia del bene contro il male. Perlomeno qui chi scrive si prende l’impegno di evitare il completo appiattimento dei molti personaggi cercando di sfumarli di grigio. In particolare i mentori dei due protagonisti sono provvisti di personalità sensate e il presentatore, uno Stanley Tucci assolutamente sopra le righe, è conturbante e spassoso.

Target
Sarebbe facile criticare Hunger Games sostenendo che è troppo poco realistico, troppo poco cruento, troppo poco imprevedibile. Certo, c’è in fondo di verità in queste affermazioni, ma non bisogna dimenticare che sia il film sia il libro hanno un target preciso, che si indica con la sigla YA, ovvero Young Adults. Insomma è un film di avventura per ragazzi, che presenta una situazione di conflitto ambientata in un mondo parallelo in cui scelte politiche non esattamente felici hanno portato a scontri, repressioni e la creazione di disuguaglianze importanti. Un film del genere, che ovviamente non pretende di essere un’opera d’arte, non va giudicato per quel che avrebbe potuto essere, ma piuttosto per quello che non è riuscito ad essere. In particolare Hunger Games, vedremo, costruisce delle premesse estremamente promettenti che non riesce a ripagare del tutto, complice una narrazione un po’ frammentata e una seconda parte scontata e poco coinvolgente.

Parte I
Per me il film ha un buon inizio. La vita e la personalità di Katnis vengono presentate in maniera secca ma funzionale nei primi dieci minuti di pellicola, che non è un vero e proprio inizio in medias res, ma quasi: la sorellina da consolare, la reazione al soffio del gatto, la concentrazione durante la caccia al cervo, lo scambio di battute con Gale, la collera, la rassegnazione, la soddisfazione, l’intesa, la confidenza, l’affetto. Si tratta di un incipit fatto di dettagli, di sguardi, di battute che sottintendono molte cose che lo spettatore non conosce ancora, ma arriverà ad imparare presto. È il vantaggio di avere per le mani un libro di successo: i dettagli stanno tutti lì, ed è sufficiente prenderli e spargerli qua e là, che già il mondo e i personaggi prendono vita.
Poi a un certo punto iniziano ad accadere un sacco di eventi in maniera piuttosto frettolosa – anche qui, cosa tipica dei romanzi, se non fosse che lì sono impastate in mezzo al mucchio di pensieri del protagonista, mentre nel film no – e ci si ritrova in un batter d’occhio in tutt’altra ambientazione, la Capitol City di cui si parlava sopra. E lì si da il via a presentazioni di nuovi personaggi, situazioni formali, riti di iniziazione, consigli, spiegazioni, auguri, crisi di identità eccetera. Capita spesso di chiedersi: “Ma perchè questo?”. Il tutto non annoia, ma non è neanche il massimo: la realtà urbana è molto ricca, ma la regia, che aveva brillato durante i primi 20 minuti di film, qui perde smalto, si attacca alla sceneggiatura e non propone praticamente nessun guizzo. Quel che era partito in maniera ispirata piano piano diventa sempre più scolastico e le belle inquadrature strette, molto adatte alla prima parte, non si allargano ad abbracciare la magnificenza della città, che avrebbe meritato qualche volo d’uccello, qualche piano sequenza o perlomeno un montaggio meno scolastico.

Parte II
È un peccato che il secondo capitolo del film non sia all’altezza di tutta l’impalcatura costruita a fatica durante la precedente ora. Non biasimo particolarmente il regista in realtà, perché in fondo la storia era quella lì e il confronto illustre non poteva essere schivato in nessun modo. Rendere appetibile un Battle Royale softcore, privo dell’ultraviolenza, dell’insano terrore dei partecipanti, della spaventosa figura di Kitano e della crudele ironia di fondo, era un’impresa praticamente impossibile. Infatti succede che, non appena ci si rende conto che il film non sta facendo sul serio, tutta la storia arriva a perdere il carico drammatico accumulato e, passate un paio di scene dopotutto abbastanza coinvolgenti, diventa una vera palla. È vero, gli eventi si concatenano decentemente e vengono sfruttati tutti gli elementi introdotti in precedenza, ma non basta, per me non basta: è tutto finto, cartonato, la vicenda va avanti per coincidenze, per morti accidentali, per mezzo di eventi pilotati che non chiamo deus ex machina solo per educazione. Chi ha un minimo di esperienza nella visione dei film e si era fatto delle aspettative sullo sviluppo della vicenda ci rimane davvero male. Insomma, i ragazzi si devono ammazzare a vicenda, alcuni sono amici, è una cosa terribile! Chissà chi lo farà, come la farà e il modo in cui reagirà di conseguenza! Mi dispiace per voi, ma non troverete risposte a nessuna di queste domande perchè il film non fa mai davvero sul serio. Grande delusione.

Finale
A me il finale è piaciuto, non quanto l’inizio, ma mi è piaciuto. L’ho trovato meno scontato del resto del marasma accaduto dell’arena, ed arriva a proporre un piccolo colpo di scena. Inoltre credo che porti la storia su un nuovo livello che potrà essere ampiamente indagato nei film successivi. Non tutti i contrasti vengono appianati, anzi, si percepisce un orizzonte in fermento. E questo, nonostante tutto, mi fa venire voglia di andare al cinema a vedere il nuovo capitolo. Chi l’avrebbe mai detto, eh!

Voto: 6/10

 
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Pubblicato da su 25 novembre 2013 in Avventura, Fantasy, Teen

 

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