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La Truffa dei Logan

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Logan Lucky è un film che funziona: è divertente, sorprendente e a tratti emozionante. Deve molto alla scrittura della sceneggiatrice Rebecca Blunt e ad un cast di alto livello al suo servizio (Channing Tatum, Adam Driver, Daniel Craig, Sebastian Stan). E deve molto anche al regista Steven Soderbergh, che ha creduto fino in fondo in questo progetto un po’ fuori dalle righe.

Logan Lucky è anche un film piuttosto innocuo, che edulcora realtà impegnative come il carcere, la disoccupazione, l’invalidità ed il divorzio. Ma se l’adulto che è in me storce un po’ il naso di fronte a questa operazione, il mio bambino interiore ne è più che felice. Perché grazie a questo ammorbidimento, oltre a generare un genuino divertimento, il film riesce a raccontare una bella realtà umana popolata di modelli femminili positivi e modelli maschili alternativi. Logan Lucky è il tipico film che piace a tutta la famiglia senza puntare al ribasso: conquista i genitori con la sua delicatezza, conquista i bambini attraverso la dinamica stramberia della messinscena e conquista gli adolescenti grazie al carisma di tutti i personaggi – e una gag geniale su Game of Thrones.

Logan Lucky è infine, per me, un film dolcemente malinconico. Un vero tuffo nel passato. Ci ho ritrovato tutti i sani elementi della televisione americana “anni 90”, dai PK alla musica country, dai concorsi di bellezza alle prigioni miste, dalle scazzottate nei bar ai redneck ignoranti. C’è perfino Katie Holmes! E poi la pellicola deve molto ad alcuni film che mi hanno accompagnato negli anni della scuola: Ocean’s Eleven ovviamente, ma anche The Italian Job, Little Miss Sunshine e Prendi i Soldi e Scappa.

Voto: 7,5/10

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Pubblicato da su 21 giugno 2019 in Commedia, Crime, Drammatico

 

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Avengers Endgame

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[Spoilers ⬇️]

Nelle prime due ore di Avengers Endgame ci sono circa due minuti di azione. 20 secondi sul Pianeta Giardino di Thanos, 30 secondi con Cap versus Cap, 20 secondi di Nebula che picchia un mostracchio e 1 minuto di Occhio di Falco samurai-ninja dal futuro. Numeri approssimativi, giuro che non guardavo il film con cronometro in mano! Il fatto è che le prime due ore di Avengers Endgame consistono in un intero film di supereroi SENZA azione. Poteva finire tutto così, con le gemme che arrivavano nella linea temporale principale, schioccone, salutoni, e titoloni. E sarebbe stato ugualmente un ottimo film.

Non va in questo modo perché, giustamente, dopo due ore di drammi, promesse, risate, trip introspettivi e momenti nostalgia, avevamo tutti bisogno di una svegliata. E che svegliata: la più ambiziosa scena d’azione del cinema contemporaneo! Era giusto che dopo una premessa così importante arrivasse una chiusura che lo fosse altrettanto. La battaglia finale è il premio per aver partecipato ad un’avventura lunga 11 anni e 22 film: è enorme, esaltante, totale. L’ho vista 2 volte al cinema e numerose volte in bootleg osceni su youtube, e non sono mai riuscito a trattenere le lacrime.

[Heavy Spoilers ⬇️]

Eppure, se i primi due terzi del film sono di roccia, e stanno in piedi con pochissima (e superflua) azione, un motivo c’è. I protagonisti del film, gli Avengers originali, hanno nel corso del tempo sviluppato una psicologia così reale che le loro mosse risultano totalmente naturali nel dar vita ad una vicenda prima di tutto umana. Una storia che parla di elaborazione del lutto, responsabilità, fallimento, famiglia, e solo infine di eroismo. Ciascuno dei sei Avengers risponde in maniera personale alla tragedia che conclude Infinity War. Natasha si aggrappa ad un passato che non esiste più, senza di cui si sente persa. Steve cerca di essere un modello positivo per la comunità pur non riuscendo a dare l’esempio. Tony ha una famiglia, come se il disastro gli avesse dato la forza di lasciarsi andare. Thor è un ridicolo alcolizzato, rifugiatosi nel più infantile angolo della sua personalità per fuggire il dolore della sconfitta. Clint è trasformato dai lutti in un brutale assassino corroso dalla rabbia. E Bruce, storicamente in conflitto con sé stesso più di chiunque altro, ha invece trovato la sua pace. Sei eroi, sei facce della stessa medaglia.

Da qui in avanti, tentando di risolvere il problema, o rifiutando di risolverlo, gli archi eroici iniziati 11 anni fa procedono e si chiudono.
Natasha si sacrifica per l’unica cosa che ha mai realmente importato per lei.
Clint torna dalla famiglia dopo averla creduta persa per sempre, e aver cercato di ritirarsi più volte per il loro bene.
Bruce definisce “il proprio scopo ultimo” indossare il guanto e schioccare, traguardo raggiungibile solo perché è riuscito a fare pace con Hulk, dando vita alla migliore versione di sé.
Thor conclude la sua regressione tra le braccia della madre, un bambino schiacciato da un universo che gli ha tolto ogni cosa. La sua è la parabola tragica di un eroe sconfitto dall’incapacità di gestire le proprie emozioni – una scelta autoriale geniale a coraggiosa, che fa suoi toni tragicomici di Thor Ragnarock.
Tony dopo una vita di successi, di eccessi, di rimorsi, di ottime idee finite male e di paranoie che non fanno dormire, finalmente può riposare il sonno dell’eroe. Tony, colui che ha sempre desiderato sacrificarsi per redimersi, arriva a farlo solo dopo aver costruito qualcosa che non è più disposto cedere. La rinuncia ad un futuro con la famiglia è un atto di puro eroismo.
Steve si prende una rivincita sull’Hydra, dimostra oltre ogni dubbio di essere degno, fronteggia da solo la più grande minaccia dell’universo, e infine torna da Peggy nel 1950. Quest’ultimo gesto indica che Steve ha abbandonato il sentiero di abnegazione del soldato, per scegliere la rivalsa personale: timidamente in Winter Soldier, con forza in Civil War e con assoluta risoluzione in Avengers Endgame. Il finale di Endgame è l’atto egoista di un uomo che non deve più nulla al mondo.

Gli archi di Thor, Tony e Steve non possono essere più diversi di così, non possono essere più giusti di così, e concludono degnamente 11 anni di storie, insieme alla battaglia contro Thanos. Cuore e cervello ballano di gioia.

Secondo me diversi dei pareri negativi su Avengers Endgame, che criticano a parer mio incongruenze trascurabili o forzature inesistenti, dipendono invece dal fatto che il film abbia poca, concentratissima, azione. Chi ha il solo desiderio di godersi gli eroi menare le mani, non potendo accettare due ore di film prive di ciò, si sfoga attaccando alla cieca uno storytelling che ha pochi punti deboli.
Per fortuna un’enorme silenziosa maggioranza continua a riempire i cinema, portando Avengers Endgame verso il successo planetario. All’interno di questa maggioranza spero che ci sia chi riesca ad apprezzare a fondo il sapiente lavoro di scrittura dei personaggi. Spero che ci sia chi sappia cogliere la preziosa tessitura di riferimenti tra il film e i nodi dell’universo cinematografico. E spero che ci sia chi riesca ad amare il fatto che la conclusione di tutto avrebbe anche potuto non avere una sola esplosione.

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Voto: 9/10

 
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Pubblicato da su 1 Mag 2019 in Action, Drammatico, Superhero Movie

 

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Perchè What Remains of Edith Finch doveva essere un film

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Primo articolo su un videogioco.

Pronti via.

What Remains of Edith Finch è un gioco esplorativo story-driven in prima persona, quello che molti definirebbero un walking simulator dal momento che per la maggior parte tempo si gironzola ascoltando la voce della protagonista. Così Edith ci rende partecipi dei suoi ricordi e delle sue emozioni man mano che percorriamo la vecchia casa di famiglia, scoprendo i luoghi della sua infanzia. Il lato ludico consiste, oltre che nell’esplorazione, in sezioni di gioco separate dall’ambientazione principale, nelle quali si entra imbattendosi nelle testimonianze scritte degli altri personaggi della storia. Torniamo indietro nel tempo, il nostro punto di vista cambia, e siamo tenuti ad agire per risolvere la situazione e scoprire il segreto nascosto. Piano piano riusciamo a ricostruire lo sfortunato passato della famiglia di Edith, fino al trisnonno, con l’albero genealogico che si dischiude di fronte a noi.

What Remains of Edith Finch racconta di una sciagurata famiglia sull’orlo dell’estinzione, i cui membri sono tutti morti prematuramente. Sembrerebbe che una qualche maledizione gravi sulla genealogia della protagonista, o sulla loro enorme casa famigliare, ma la verità è molto più cruda. L’irresponsabilità genitoriale, in tutte le sue declinazioni, ha portato alla morte violenta dei figli dei Finch per generazioni, e questa malsana inettitudine si è tramandata fino ai nostri giorni. Nel gioco, oltre ad interpretare una Edith sempre più esterrefatta, combattuta tra il rimorso e la curiosità, vestiamo i panni di tutti i membri della sua famiglia nel momento della loro morte. Sono attimi molto intensi di luce e di ombra. Memorabile l’esperienza allucinatoria di Molly, una bambina di 10 anni avvelenata dalle bacche che aveva mangiato dopo essere stata privata della cena per una punizione. Oppure, altrettanto forte è vivere in prima persona il suicidio di Lewis, depresso dal mix tra un lavoro alienante e una psiche fragile.

What Remains of Edith Finch è una bellissima opera videoludica: poetica, emozionante e sorprendente. Eppure, e questo è il motivo per cui scrivo qui, questo gioco non aveva bisogno di essere un gioco. Un medium più tradizionale come il cinema ne avrebbe valorizzato la storia senza nulla togliere alle atmosfere magiche del prodotto originale. Come film What Remains of Edith Finch avrebbe sì perso in interattività e immersività, ma avrebbe guadagnato in ritmo, scorrevolezza e leggibilità. Ad esempio non ci sarebbero stati i fisiologici momenti morti in cui non si sa come progredire, non ci sarebbero state le lunghe sessioni sull’albero genealogico della famiglia a capire chi è figlio di chi, e non ci sarebbero stati i minigiochi nei momenti flashback.

Ma poi, soprattutto, What Remains of Edith Finch, ha una storia troppo bella per essere vissuta solo da piccole nicchie di videogiocatori. Il suo è un racconto dalle enormi potenzialità mainstream, che mischia dramma e fantasia in una vicenda agrodolce sulla vita, sulla morte e sulle responsabilità. Se fosse un film invece di essere un gioco indie, ne potremmo parlare a lavoro, o a scuola, o al bar. Sarebbe nei cineforum, nelle classifiche dei film più pazzi di sempre, spunterebbe fuori nell’home page di Netflix o di Amazon Prime decenni dopo la sua uscita nelle sale. Diventerebbe un cult e tutti annuirebbero se io dicessi che What Remains of Edith Finch mi ha spezzato il cuore.Gli amici saprebbero di cosa si tratta e non avrei bisogno di scrivere su un blog per esprimere quello che mi ha trasmesso. Sono molto amareggiato che un’opera di questo valore caschi pressoché nel nulla e lasci dietro di sé un silenzio così assordante.

 

 
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Pubblicato da su 12 febbraio 2019 in videogiochi

 

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Mother!

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In una Instagram Story postata 10 minuti dopo aver terminato Mother! scrivevo:
“Avevo paura di guardare Mother!. Sospettavo che fosse un film completamente folle. Ora che l’ho visto posso dire che è davvero un film completamente folle e facevo bene ad averne paura.”

Queste sono state per lungo tempo le uniche parole che mi sono sentito di dire sul film. La pellicola mi aveva davvero sconvolto e facevo molta fatica a rifletterci. Ad ogni modo, a furia di tornarci su, dei pensieri venivano a galla. Ho cercato di razionalizzarli, di ripulirli dalle emozioni scomposte che il film mi aveva causato, e di scriverli qui sotto.

Tutta la produzione cinematografica di Aronofski ruota attorno a situazioni psicofisiche estreme. Pi Greco è un film sulla malattia e sull’ossessione. Requiem for a Dream è un film sulle dipendenze e sulla disperazione che ne deriva. The Fountain è un film sulla paura della morte e sull’incontrollabile desiderio di superarla. The Wrestler è un film sul fallimento, fisico e mentale. Black Swan è un film sull’umiliazione del corpo, visto come nemico e come ostacolo.
Senza negare che si tratti di un’opera più esistenzialista delle precedenti, intrisa di simbolismo religioso, secondo me Mother! segue il filo dei precedenti film di Aronofski. La pellicola possiede infatti l’impronta del regista, secondo cui la vita nient’altro è che una patologia.

L’elemento patologico in Mother! è la paura degli altri. Possiamo chiamarla agorafobia o semplicemente ansia sociale, quella sensazione di avere gli occhi puntati addosso, di essere giudicati non all’altezza, lasciati da parte e rifiutati. Mother! è un racconto di invasione, desiderata o temuta, e vissuta con inquietudine dai primi innocui momenti al tragico finale. La paura degli altri è nelle menzogne di un estraneo che entra in casa senza un apparente motivo, è nelle provocazioni sessuali di sua moglie, nella collera violenta dei loro figli. La paura degli altri è nell’indifferenza di un marito abusivo, nel chiasso di una festa non desiderata, nella sporcizia della folla, nell’assordante caos di un baccanale. La paura degli altri è nell’annullamento di sé di fronte al prossimo, nella paralisi e nel rifiuto della vita. Questi elementi possono sembrare scollegati, ma in realtà si susseguono in una catena consequenziale cristallina, dando vita ad un racconto di rifiuto e di dipendenza il cui svolgimento risulta perfettamente naturale nella sua oscura surrealtà.

La lettura del film però non si ferma qui. Una volta sperimentata la traumatica esperienza dell’agorafobia secondo Aronofski non resta che chiedersi da cosa essa sia causata. La risposta è solo implicitamente suggerita dal regista, compare scrutando a fondo dentro il film e cogliendo le allegorie religiose. A me è giunta nel momento in cui ho associato l’immaginario di Mother! con quello di Perfect Blue, capolavoro di Satoshi Kon già citato visivamente da Aronofski in Requiem for a Dream. Sto parlando del senso di colpa, traumatico stato d’animo che porta al rifiuto della vita. Il senso di colpa del peccatore, secondo il cristianesimo, oppure il senso di colpa dell’uomo moderno, che inquina e devasta la natura. Il senso di colpa di un uomo di fronte al fallimento o di una donna che sente di non bastare al proprio uomo. O ancora il senso di colpa di tutti noi, per non essere mai all’altezza, per aver deluso tutti, o semplicemente per il fatto di esistere. Il senso di colpa è il trauma che genera i mostri raccontati in Mother!, in cui gli altri sono il vero incubo perché sono in grado di smascherarci nella nostra inadeguatezza.

Mother! è un meraviglioso, terrificante film sull’angoscia causata dall’incapacità di perdonare noi stessi. È così spaventoso perché è profondo e inaspettato, e nella sua assurdità risulta così reale.

Voto: 10/10

 
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Pubblicato da su 4 febbraio 2019 in Drammatico, Horror, Psicologico, Satira

 

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The Lobster

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Moltissimi recensori considerano The Lobster una commedia. Una commedia nera, molto nera, ma pur sempre una commedia. Essi sostengono a più riprese come non riuscissero a smettere di ridere durante la visione del film. I siti specializzati sono meno estremi, eppure raramente dimenticano tale aspetto nel classificare il film, inserendo “commedia” in mezzo a lunghi elenchi di generi che includono dramma, romance, fantascienza, thriller e satira. Per quanto mi riguarda, io ho un’opinione vicina a quella di un commentatore che definisce The Lobster un film che ti spezza dentro, sconvolgente e crudelmente oscuro.

Non credo che chi parli di commedia sia necessariamente nel torto. È indubbio che il film susciti una qualche forma di malsana ilarità attraverso la bizzarria grottesca delle sue violenze, fisiche e psicologiche. Una bizzarria così fuori dagli schemi che è in grado di trasportare lo spettatore dall’orrore alla risata passando per un romanticismo dolce e poetico, nonché disperato. Il film, tra l’altro, esegue tutto ciò presentando una surreale satira multilivello in grado di rappresentare la vita sentimentale e le pressioni culturali in un modo geniale e inedito. Eppure io non riesco a considerare The Lobster una commedia. Il film è un macigno e non ha niente di leggero o scanzonato anche nei suoi momenti dichiaramente parodici.

Se volete scoprire come sia possibile che moltissime persone abbiano riso di gusto di fronte a scene di omicidio, autolesionismo, suicidio, tortura, prigionia e violenza sugli animali guardate The Lobster. Vi aspetta un’esperienza diversa dal solito.

Voto: 9/10

 
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Pubblicato da su 21 gennaio 2019 in Commedia, Drammatico, Fantascienza, Horror, Satira, Thriller

 

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The Killing of a Sacred Deer

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The Killing of a Sacred Deer è il tipo di film che continua a tornare in mente senza un motivo. È estremamente potente, nelle immagini, nelle musiche, nei dialoghi, ma è anche molto ambiguo e allegorico: una combinazione esplosiva. In questo ha avuto su di me un effetto simile a Mother! di Aronofsky, film a cui ripenso spesso nonostante (o forse proprio perché) faccio ancora molta fatica a coglierne la totalità dei messaggi.

The Killing of a Sacred DeerMother! sono film volutamente astrusi, fatti apposta per risultare oscuri e incomprensibili. Anzi, l’azione si segue molto bene e i personaggi si relazionano tra di loro in maniera credibile e funzionale. Certo, diversi comportamenti vengono estremizzati per risultare scomodi a chi guarda, per suscitare straniamento, perfino orrore, ma ciò non rende la vicenda irrealistica. Così Martin è appiccicoso in una maniera inquietante ma non esagerata, Steven è gelido anche nei momenti di tenerezza e i suoi figli paiono particolarmente alienati.

Il film compie però un passo in più, che lo distanzia dal modello del classico thriller psicologico: ad un certo punto accade qualcosa di inspiegabile. Questo, da un lato permette di scoprire le psicologie dei personaggi secondo modalità innovative, e dall’altro mette in gioco un livello di interpretazione ulteriore, simbolico. L’assurdità di alcuni accadimenti, al limite del sovrannaturale, consente al film di lanciare messaggi cifrati di una certa complessità, e così di affrontare argomenti apparentemente lontani dalla vicenda narrata come la maturazione sessuale, il ciclo della vita e la tragicità dell’amore.

Importante notare come l’interpretazione allegorica della vicenda sia incoraggiata da un titolo che altrimenti avrebbe ben poco a che fare con la vicenda. “Il Sacrificio del Cervo Sacro” allude in maniera inequivocabile al mito di Ifigenia, nel quale Agamennone viene punito per il suo essersi vantato con la dea Artemide di aver ucciso un cervo in una battuta di caccia di successo.

Un po’ tragedia greca, un po’ dramma familiare, un po’ horror psicologico, The Killing of a Sacred Deer è un’opera poetica che non si finisce mai realmente di decifrare. Peccato solo per il finale un po’ debole.

Voto: 8/10

 
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Pubblicato da su 17 gennaio 2019 in Drammatico, Horror, Psicologico, Thriller

 

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Prisoners

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Prisoners è un poliziesco cupo, tanto nell’estetica quando nell’azione. Racconta di un rapimento di due bambine, per questo prigioniere, e della reazione dei genitori all’evento.
Intanto, nel corso della vicenda, avvengono altri rapimenti, più o meno slegati da quello principale, più o meno inaspettati.
Di conseguenza prisoners può essere riferito a tutte le vittime o anche, più in generale, alla condizione umana.

Il film non è affatto gradevole: è duro, oscuro, lento, pesante.
Poco male, ci ci sono capolavori con queste caratteristiche. Eppure tali capolavori hanno sempre qualcosa di più, che sia nelle atmosfere, nel messaggio, nelle psicologie dei personaggi o nelle scelte registiche.
Prisoners invece ha ben poche frecce al proprio arco per farsi volere bene, a meno che si desideri vivere due ore di intenso disagio.
Ricorda come atmosfera alcune serie TV (Bosch, True Detective, The Fall), che però a loro favore hanno una narrazione un po’ più grintosa e dei cliffhanger in grado di tenere alta l’attrazione. Dal momento che in Prisoners c’è meno sprint e non c’è mai un reale colpo di scena il film perde lo spettatore piuttosto facilmente.

Inoltre Prisoners ha qualcosa di sbagliato al di là del mood generale. È particolarmente indulgente con il protagonista che, in uno stato di rabbiosa disperazione, compie atti efferati che non vengono quasi affatto condannati. Gli altri personaggi ne sono indifferenti o vagamente turbati, la polizia non sembra particolarmente interessata, e l’autore stesso di queste azioni non vive la cosa con dolore ma solo inutile rabbia. La storia non lo punisce, anzi, giustifica le sue azioni in più punti fino ad una semi-glorificazione.
In questo aspetto il film diventa quasi un revenge movie, genere che mi provoca intenso disgusto nel suo puntare ad emozioni molto basse. La cosa mi ha ricordato un altro film molto indulgente nei confronti della protagonista, osannato da pubblico e critica, e che ho io odiato profondamente: Three Billbords outside Ebbing, Missouri.

Voto 4/10 (solo per le prove attoriali).

 
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Pubblicato da su 2 gennaio 2019 in Drammatico, Thriller

 

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