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Spider-Man Far From Home

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Da giorni cerco di capire cosa non abbia funzionato in Spider-man Far From Home. Sia chiaro: il film diverte e sorprende, è perfettamente integrato nell’universo Marvel e ha un finale geniale e coraggioso. Io sono uscito dalla sala assolutamente contento e soddisfatto. Il problema è arrivato dopo, quando ho iniziato a ripensare all’esperienza cinematografica, provando a giudicare il film. E, come dire, qualcosa non tornava, qualcosa mi risultava stonato in Spiderman Far From Home.

La risposta che mi sono dato è che il film non riesce ad emozionare. Fa ridere, fa pensare, fa viaggiare, ma non fa emozionare. In che senso? Gli ingredienti ci sono tutti: il lutto per la morte di Tony Stark, la necessità di trovare un nuovo Iron Man, il desiderio di Peter di avere una vita normale, le sempreverdi turbe adolescenziali, una minaccia particolarmente infame e diversa da solito. E il film ci prova ad emozionare, sta molto vicino a Peter, alle sue insicurezze, ai suoi errori. Inizialmente pensavo che la mancanza di emozione fosse dovuta ad una gestione un po’ elementare, un po’ cheap, di questi momenti, ma non credo che sia così. Il motivo per cui il film risulta piuttosto freddo è da cercare proprio nel modo in cui la storia è stata costruita: c’è un problema importante in quello che gli esperti di narrativa chiamano posta in gioco. 

Spoilers ⬇️

La posta in gioco, si capisce, è la ragion d’essere di una storia: indica il motivo per cui tutto succede, l’obiettivo del protagonista di fronte a degli eventi che ne turbano la tranquillità. Per cosa combatte Spider-Man? Cosa ha da perdere Peter? Quali pericoli corrono il protagonista, i personaggi, il mondo intero? Nella prima parte del film abbiamo due diversi tentativi in questo senso: Peter vuole stare con MJ e il mondo è minacciato dagli Elementali. Purtroppo sono entrambe poste in gioco deboli in quanto è da subito piuttosto ovvio che anche ad MJ piaccia Peter, e gli Elementali sono una minaccia non tanto minacciosa – un po’ perché Mysterio li prende a sberle facilmente un po’ perché sappiamo che non è stato ancora svelato il vero villain. Queste cose non riescono ad emozionare. Nella seconda parte del film la posta in gioco si alza, o dovrebbe alzarsi. Mysterio minaccia di ingannare il mondo intero ergendosi ad eroe salvatore, gli amici di Peter rischiano di finire morti ammazzati e Spider-Man viene messo di fronte alla propria inadeguatezza con il rischio di un breakdown. Purtroppo il pericolo rappresentato da queste minacce non diventa reale e la posta in gioco resta solo una promessa. Prima di tutto non ci viene mostrata l’effettiva presa di Mysterio sull’opinione pubblica e quindi non percepiamo l’effetto deleterio delle sue menzogne. In secondo luogo gli amici di Peter non sono mai davvero minacciati, e anzi la scena in cui dovrebbero essere a rischio è una pietosa pantomima che avrei eliminato completamente dal film. Infine il tracollo di Spider-Man, vittima delle illusioni di Mysterio in una scena onirica meravigliosa, dura un quarto di secondo e Peter torna immediatamente ad essere convinto e determinato. In tutto questo non c’è senso del pericolo, non c’è una reale posta in gioco, e non c’è emozione.

Faccio qualche controesempio legato all’MCU.
In Spiderman Homecoming è estremamente commovente il momento in cui Tony prende il costume a Peter. Posta in gioco: la fiducia di Tony.
In Avengers Endgame c’è grande emozione nel momento in cui Captain America fronteggia da solo l’esercito di Thanos, pronto a sacrificarsi. Posta in gioco: la sopravvivenza della Terra.
Thor Ragnarock riesce a risultare molto intenso nonostante sia un film scanzonato. Lo fa grazie alla posta in gioco: la distruzione di Asgard, la fuga da Sakaar e la capacità di Thor di riprendersi dai trami subiti. La distruzione di Asgard avviene davvero al termine del film, per cui si trattava di una vera minaccia. 

Per fortuna c’è un colpo di genio al termine di Spider-Man far from Home: Una scena mid-credit che cambia il senso della storia. Improvvisamente abbiamo una vera posta in gioco: l’identità di Peter, che fino a quel momento non ci era parsa davvero a rischio, viene svelata. Il mondo intero è spinto a credere a una menzogna secondo il piano di Mysterio e di conseguenza la vittoria ottenuta viene rovesciata, trasformandosi in un fallimento. Si aprono scenari apocalittici e si esce dal cinema esaltati. Eccolo, il potere di una vera posta in gioco.
Notiamo che Mysterio, da verme quale è, si comporta in maniera diametralmente opposta a quella di Havoc nella scena post-credit di Spiderman Homecoming, che rispettando Peter non ne rivela l’identità. Questo è solo uno dei tanti riferimenti del film all’universo Marvel: la crew di Tony Stark che esce dall’ombra per rivendicare il proprio lavoro, il ritorno degli Skrull, il racconto dello Snap di Thanos fatto dai ragazzi del liceo di Peter, la citazione di Thor, Cap Marvel e Doctor Strange – che giustamente non si fa vivo in quanto la minaccia di Mysterio non era davvero interdimensionale. Perfino la colonna sonora è piena di riferimenti. Inoltre abbiamo il grande inganno del multiverso, che è un bellissimo esperimento metanarrativo e mente in faccia allo spettatore giocando con le sue aspettative. E abbiamo perfino dei rimandi agli Spider-Man di Raimi con il ritorno di JK Simmons e i bellissimi volteggi dell’Uomo Ragno nella sua New York in una delle ultime scene del film.

Inutile girarci attorno. Il grande disegno di Kevin Feige è il vero motivo per cui amiamo questi film. E per cui continueremo ad amarli.

Voto: 7/10

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Pubblicato da su 14 luglio 2019 in Avventura, Commedia, Fantascienza, Superhero Movie, Teen

 

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Avengers Endgame

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[Spoilers ⬇️]

Nelle prime due ore di Avengers Endgame ci sono circa due minuti di azione. 20 secondi sul Pianeta Giardino di Thanos, 30 secondi con Cap versus Cap, 20 secondi di Nebula che picchia un mostracchio e 1 minuto di Occhio di Falco samurai-ninja dal futuro. Numeri approssimativi, giuro che non guardavo il film con cronometro in mano! Il fatto è che le prime due ore di Avengers Endgame consistono in un intero film di supereroi SENZA azione. Poteva finire tutto così, con le gemme che arrivavano nella linea temporale principale, schioccone, salutoni, e titoloni. E sarebbe stato ugualmente un ottimo film.

Non va in questo modo perché, giustamente, dopo due ore di drammi, promesse, risate, trip introspettivi e momenti nostalgia, avevamo tutti bisogno di una svegliata. E che svegliata: la più ambiziosa scena d’azione del cinema contemporaneo! Era giusto che dopo una premessa così importante arrivasse una chiusura che lo fosse altrettanto. La battaglia finale è il premio per aver partecipato ad un’avventura lunga 11 anni e 22 film: è enorme, esaltante, totale. L’ho vista 2 volte al cinema e numerose volte in bootleg osceni su youtube, e non sono mai riuscito a trattenere le lacrime.

[Heavy Spoilers ⬇️]

Eppure, se i primi due terzi del film sono di roccia, e stanno in piedi con pochissima (e superflua) azione, un motivo c’è. I protagonisti del film, gli Avengers originali, hanno nel corso del tempo sviluppato una psicologia così reale che le loro mosse risultano totalmente naturali nel dar vita ad una vicenda prima di tutto umana. Una storia che parla di elaborazione del lutto, responsabilità, fallimento, famiglia, e solo infine di eroismo. Ciascuno dei sei Avengers risponde in maniera personale alla tragedia che conclude Infinity War. Natasha si aggrappa ad un passato che non esiste più, senza di cui si sente persa. Steve cerca di essere un modello positivo per la comunità pur non riuscendo a dare l’esempio. Tony ha una famiglia, come se il disastro gli avesse dato la forza di lasciarsi andare. Thor è un ridicolo alcolizzato, rifugiatosi nel più infantile angolo della sua personalità per fuggire il dolore della sconfitta. Clint è trasformato dai lutti in un brutale assassino corroso dalla rabbia. E Bruce, storicamente in conflitto con sé stesso più di chiunque altro, ha invece trovato la sua pace. Sei eroi, sei facce della stessa medaglia.

Da qui in avanti, tentando di risolvere il problema, o rifiutando di risolverlo, gli archi eroici iniziati 11 anni fa procedono e si chiudono.
Natasha si sacrifica per l’unica cosa che ha mai realmente importato per lei.
Clint torna dalla famiglia dopo averla creduta persa per sempre, e aver cercato di ritirarsi più volte per il loro bene.
Bruce definisce “il proprio scopo ultimo” indossare il guanto e schioccare, traguardo raggiungibile solo perché è riuscito a fare pace con Hulk, dando vita alla migliore versione di sé.
Thor conclude la sua regressione tra le braccia della madre, un bambino schiacciato da un universo che gli ha tolto ogni cosa. La sua è la parabola tragica di un eroe sconfitto dall’incapacità di gestire le proprie emozioni – una scelta autoriale geniale a coraggiosa, che fa suoi toni tragicomici di Thor Ragnarock.
Tony dopo una vita di successi, di eccessi, di rimorsi, di ottime idee finite male e di paranoie che non fanno dormire, finalmente può riposare il sonno dell’eroe. Tony, colui che ha sempre desiderato sacrificarsi per redimersi, arriva a farlo solo dopo aver costruito qualcosa che non è più disposto a cedere. La rinuncia ad un futuro con la famiglia è un atto di puro eroismo.
Steve si prende una rivincita sull’Hydra, dimostra oltre ogni dubbio di essere degno, fronteggia da solo la più grande minaccia dell’universo, e infine torna da Peggy nel 1950. Quest’ultimo gesto indica che Steve ha abbandonato il sentiero di abnegazione del soldato, per scegliere la rivalsa personale: timidamente in Winter Soldier, con forza in Civil War e con assoluta risoluzione in Avengers Endgame. Il finale di Endgame è l’atto egoista di un uomo che non deve più nulla al mondo.

Gli archi di Thor, Tony e Steve non possono essere più diversi di così, non possono essere più giusti di così, e concludono degnamente 11 anni di storie, insieme alla battaglia contro Thanos. Cuore e cervello ballano di gioia.

Secondo me diversi dei pareri negativi su Avengers Endgame, che criticano a parer mio incongruenze trascurabili o forzature inesistenti, dipendono invece dal fatto che il film abbia poca, concentratissima, azione. Chi ha il solo desiderio di godersi gli eroi menare le mani, non potendo accettare due ore di film prive di ciò, si sfoga attaccando alla cieca uno storytelling che ha pochi punti deboli.
Per fortuna un’enorme silenziosa maggioranza continua a riempire i cinema, portando Avengers Endgame verso il successo planetario. All’interno di questa maggioranza spero che ci sia chi riesca ad apprezzare a fondo il sapiente lavoro di scrittura dei personaggi. Spero che ci sia chi sappia cogliere la preziosa tessitura di riferimenti tra il film e i nodi dell’universo cinematografico. E spero che ci sia chi riesca ad amare il fatto che la conclusione di tutto avrebbe anche potuto non avere una sola esplosione.

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Pubblicato da su 1 maggio 2019 in Action, Drammatico, Superhero Movie

 

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Wreck-it Ralph

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Era da tempo che non uscivo tanto deliziato dalla visione di un film. Uno strano tepore mi pervadeva, avevo il sorriso stampato sulle labbra e un sacco di immagini per la testa.

Wreck-it Ralph è una favola moderna, figlia della miglior Disney, in grado di reinterpretare in maniera sorprendente l’immaginario arcade cui molti di noi sono legati, e di farlo con grande ironia. La vicenda, che nasce quasi spontaneamente dal substrato videoludico e dai personaggi a modo loro già caratterizzati dal proprio passato pop, è tutt’altro che semplice e lineare. Ricca e in un certo senso complessa, la storia semina e raccoglie con sapienza e cuore.

Di più: Wreck-it Ralph racconta la storia degli ultimi, emarginati bizzarri e sgangherati, che non ne combinano una giusta. Siamo ben lontani dal principesco classico Disney e molto più vicini al tenero ed energico disastro di film come Lilo e Stich. Ralph e Vanellope sono due antieroi coi fiocchi, spumeggianti insieme, emozionanti da soli, fantastici inseriti nel coloratissimo universo del film.

Il misto tra l’immaginario arcade, il miglior 3D, e quel pizzico di sprint manga che accende Sugar Rush, mi frullerà nella testa per un bel po’. Domani vado a vedere Ralph Breaks the Internet.

Voto: 9/10

 
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Pubblicato da su 7 gennaio 2019 in Animazione, Avventura, Commedia, Fantasy

 

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OCEANIA: Sì o No?

Perchè sì

Senza tsDitolo-1Oceania ci prende e ci trasporta in una leggenda Polinesiana. Lo fa fin dai primi minuti, con il racconto di Nonna Tala ai bambini dal villaggio, e lo fa per tutta la vicenda, mostrandoci una mitologia fatta di spiriti, semidei, mostri ed entità naturali. Ma soprattutto lo fa con la sua ricerca estetica. La Polinesia è nel mare, a tratti cristallino e spumeggiante, a tratti oscuro e burrascoso. La Polinesia è nei tatuaggi di Maui, così fedeli a quelli tradizionali e allo stesso tempo centrali per la psicologia del personaggio. La Polinesia è nei temi musicali scritti da Opetaia Fo’ai, e nei passaggi vocali intonati in samoano. La Polinesia è nella ricostruzione del villaggio, con utensili, abitazioni, indumenti ed imbarcazioni d’epoca. Insomma, la Polinesia è il vero protagonista di Oceania, colpisce tutti i sensi, ed incanta con la sua magia.

Perchè no

Senza titolo-1

Oceania è un road movie con il mare al posto della strada. Durante il suo viaggio Moana farà gli incontri più bizzarri, supererà prove di vario tipo e maturerà come persona. Ma se tutto questo rende il film un buon racconto di crescita (tanto per lei quanto per Maui), al tempo stesso priva la vicenda di una vera direzione. Il fatto che Oceania sia poco centrato sulla storia può irritare il pubblico più concreto: i protagonisti spesso sembrano muoversi a casaccio, mossi più dalle proprie emozioni che dai propri obiettivi. E perfino il confronto con il villain va in questa direzione. Se da un lato infatti c’è una ricerca di quella poesia naturale tipica del cinema di Miyazaki, dall’altro il risultato è piuttosto anticlimatico, e rischia di lasciare insoddisfatti. Pensate alla parabola del Senzavolto ne La Città Incantata, rifatta come un’avventura Disney, e capirete cosa intendo.

 
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Pubblicato da su 9 gennaio 2018 in Animazione, Avventura, Commedia, Musicale

 

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