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Quella Casa nel Bosco

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Titolo originale: The Cabin in the Woods
Titolo italiano: Quella casa nel Bosco
Anno: 2012
Nazionalità: USA
Regia: Drew Goddard
Sceneggiatura: Drew Goddard, Joss Whedon
Interpreti: Kristen Connolly, Fran Kranz, Jesse Williams, Chris Hemsworth, Sigourney Weaver

Perchè questo film
Devo ringraziare il gestore di Tapirullanza, tra amici il Tapiro, per avermi riportato alla memoria questo promettente film, che avevo nella wish list da troppo tempo perchè potessi ricordarmene da solo. Il Tapiro ha lanciato sul suo sito il mese dell’orrore partendo da variazioni sul genere teen horror “house in the woods”, arrivando a parlare di Quella Casa nel Bosco alla seconda settimana, qui. Il suo articolo è ottimo ma consiglio di rimandare la lettura a chi volesse godersi le mille sorprese che il film ha in serbo dall’inizio alla fine. Quando a me, cercherò di accennare solo qualcosa di molto generico sull’opera che abbiamo davanti, per invogliare alla visione, e solo a quel punto entrerò nel vivo della recensione.
Sicuramente può aiutarvi a scegliere sapere che il film ha il 91% pomodori freschi su Rotten Tomatoes, un punteggio di 7,1 su imdb e circa metà commenti di youtube scritti da analfabeti incazzati che si aspettavano di assistere all’ennesimo slasher boschivo. Più ci si sposta verso il pubblico generalista più le opinioni si polarizzano, mentre la maggior parte dei critici è concorde nel dire che si tratta di una pellicola di valore. Di certo non abbiamo davanti un film che lascia indifferenti.

Un po’ di aggettivi
Un arguto commento su Rotten Tomatoes recita: “If The Cabin in the Woods were a meal, it would consist of 90 minutes of studying a well-written menu, and then ordering the cream pie, which arrives in your face. Sweet, sweet release”. Non avrei saputo illustrare meglio la sensazione di libidinosa spaesatezza che il film genera da un certo punto in poi. Quella Casa nel Bosco è… spiazzante, bizzarro, divertito, elettrizzante e soprattutto, soprattutto originale. Perchè ci sono anche degli scivoloni e delle soluzioni un po’ pigre, perfino qualche calo di ritmo, ma sono difetti che seriamente scompaiono di fronte all’irriverenza e alla fantasia del prodotto, che è davvero davvero originale. Pirandelliano. Escheriano. Completamente rovesciato.

Image2Altri aggettivi.

Un po’ di spoiler
la prima parte del film secondo me è la migliore: è un mix frizzantissimo di teen drama ottimamente scritto e corporation comedy alla The Office, con doppia atmosfera di attesa che diventa sempre più inquietante. A questo si aggiunge un gioco coi clichè semplicemente delizioso, partendo da quella tinta bionda nella prima scena che retrospettivamente fa davvero schiantare dal ridere. Idem per il montanaro pazzoide alla pompa di benzina, dei cui deliri mistici tutti i personaggi – e proprio tutti – non possono che ridere e per la serie di strizzate d’occhio nella sequenza obbligo-verità. È un peccato secondo me che la scrittura non riesca a dare sufficiente spazio a tutti i ragazzi, con Marty che ha una battuta per tutto e ruba la scena anche a personaggi che in quel momento vorrebbero essere più a fuoco. In particolare fa una figura involontariamente barbina Holden, il quale non riesce a ricoprire il ruolo che dovrebbe avere, mettiamola così. Fa numero e poco altro. Comunque, nonostante alcuni disequilibri, i personaggi sono molto più interessanti che negli altri teen horror: cosa ovvia dal momento che essi arrivano a ricalcare certi stereotipi bidimensionali perchè così dice il copione mentre in realtà c’è sotto molto altro. Come hanno detto alcuni commentatori se anche si fosse trattato di un horror ordinario, con questi ragazzi e questa scrittura sarebbe stato un horror molto piacevole.
Dall’altra parte, come fa notare il Tapiro, anche la parte aziendale è gestita con sapienza. I colleghi scherzano, sclerano a caso, si rinfacciano gli errori, sfottono gli altri reparti, perfino scommettono (trovata davvero tanto divertente che riesce a trasformare una situazione di grande tensione in pura ilarità). Non si tratta di una corporazione caratterizzata da perfezione militaresca, ma di persone normali che si trovano a dover portare a termine un lavoro psicologicamente molto duro. Tutto funziona davvero ad orologeria per i primi quaranta minuti. Poi BOOM inizia l’escalation, con una scena un po’ volgarotta ma che ci sta. Il punto è che tale escalation comunque era prevista nel copione per cui, a parte qualche ideuzza, non sorprende più di tanto: le lacune di caratterizzazione, volute o no che fossero, vengono fuori e c’è una certa frettolosità che rovina l’ottimo lavoro di preparazione. Certo si tratta di un’escalation comunque sui generis, ma io l’ho percepita un po’ fiacca. Si tenta una pistola di Cechov con la scena della moto, ma è una pistola abbastanza telefonata. E poi arriva la terza parte…

Meta(-meta)-narrazione
Ora che abbiamo il nostro cuscinetto anti SPOILER possiamo dirlo. Tutto il film è un trionfo meta narrativo, che ha come obiettivo principale quello di sfottere i luoghi comuni di genere mostrando quando devono essere manipolate persone e situazioni affinché esse possano rientrare nel canovaccio slasher-horror classico. Come comportarsi però una volta che il gioco si è esaurito e i poveri ragazzi sono stati maciullati nel rituale cinematografico satanico così come era stato progettato? Gli sceneggiatori hanno optato per un divertissement citazionista in cui i due sopravvissuti scatenano l’inferno liberando mostri per la sede corporativa. Davvero spassoso, bisogna dire. Quindi i due decidono di non sacrificarsi per il mondo in una scena di scazzo edonista a parer mio di cattivo gusto (che però può sottointendere che il passaggio di spugna non sia rivolto all’umanità ma al cinema horror, con una svirgolata metaforica). E niente, fine.
Però, però, forse c’è di più. Non è chiaro perché la regia non è chiara, ma più di una volta mentre il rituale prosegue e gli zombie fanno fuori uno a uno i ragazzi saltano fuori guasti sospetti che fanno pensare a una manipolazione dell’azienda da parte di qualcun altro. Poi iniziano i clichè da fanta-horror corporativo (pulsanti rossi che scatenano il finimondo), i deus ex machina non si interrompono nonostante non ci sia più nessuno a gestirli (la ragazzina zombie che arriva al momento giusto!) e i luoghi comuni continuano a sprecarsi (un buco nel muro verso la salvezza, srlsly?). Ho pensato: non sarà mica che tutto il film, inclusa la parte aziendale, è una mega trappolona di livello superiore, un meta-rituale di altro tipo, in cui non sono i ragazzi le vittime sacrificali ma l’azienda stessa? Ritualception, tipo. Ho continuato a pensarlo per un po’, solo che il film termina lì senza alcuna rivelazione. Delusione.
Delusione a meno che gli elementi fossero già stati posizionati tutti sul tavolo e non ci fosse bisogno far vedere il nuovo malefico burattinaio che ha indotto i guasti e indirizzato la storia verso il tragico epilogo, perchè quel burattinaio è il regista! Lo è senza dubbio in effetti, per il nostro ludibrio, ma intendeva davvero esplicitarlo o si tratta una sovrastruttura che ho aggiunto io per spiegarmi difetti intrinseci, involontari della seconda parte della pellicola? Onestamente non lo so, ma solo il fatto che il regista sia stato in grado di farmi nascere seri dubbi sulla natura delle scelte che caratterizzano il finale della sua opera significa che è riuscito a fare l’impossibile: cogliermi con le brache calate proprio quando pensavo di aver capito le regole del gioco. Ben fatto Goddard, ben fatto.

Voto: 8/10

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Pubblicato da su 13 ottobre 2014 in Commedia, Horror, Metafiction, Teen

 

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Dellamorte Dellamore

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Titolo originale:
Dellamorte Dellamore
Anno: 1994
Nazionalità: Italia
Regia: Michele Soavi
Interpreti: Rupert Everett, François Hadji-Lazaro, Anna Falchi
Tratto dall’omonimo romanzo di Tiziano Sclavi

Perché questo film
Qualche giorno fa una cara amica ha nominato Dylan Dog, confessando che le sarebbe piaciuto provare a leggerne qualche numero, e chiedendomi consiglio. Sapeva che in passato ero stato un grande appassionato. Immediatamente sono corso in camera di mio fratello – dove teniamo orgogliosi una collezione di quasi 100 albi – e ho iniziato a scorrere i titoli cercando di ricordare le suggestioni che mi aveva dato ciascuno di essi. Dovevo trovare tre numeri adatti ad introdurre una persona totalmente digiuna nell’assurdo mondo di dell’indagatore dell’incubo. È successo che mi sono messo a rileggere un albo dopo l’altro, con maggiore senso critico di una volta, forse, ma non minor trasporto. Ora che ho ripreso in mano i fumetti, posso affermare con sicurezza che Tiziano Sclavi è riuscito a dare vita a qualcosa veramente speciale: ad ogni nuova pagina mi rendevo sempre più conto che niente di quel che avevo mai visto o letto assomigliava, neppure lontanamente, al mix di ironia, follia, brutalità e umanità dei Dylan meglio riusciti. Il loro sapore era unico.
Ovviamente questo discorso varrebbe se escludessimo gli altri lavori di Sclavi, ingiustamente poco conosciuti. I suoi romanzi, frutto tra le altre cose di una ricerca stilistica non da poco, sono popolati di personaggi tra il drammatico e il ridicolo che ricordano molto quelli dell’universo dylandogiano, come Block, Groucho, Madame Trelkowski e lo stesso Dylan. E tendono ad oscillare tra surreale e iperreale. Comprensibile che i romanzi di Tiziano abbiano qualcosa in comune con i suoi fumetti, direi. Ma non è finita qui: due film sono stai tratti da suoi lavori. Il soggetto di Nero. è stato sviluppato parallelamente per il cinema e per la narrativa, mentre Dellamorte Dellamore è una vera e propria trasposizione dell’omonimo romanzo. La recensione di oggi è di quest’ultimo titolo. Non si parlerà mai abbastanza di Dellamorte Dellamore, un film che merita tutte le attenzioni che ha ricevuto e anche molte di più. Si tratta di un’opera contradditoria, difficile, che si è guadagnata i più entusiastici complimenti e le più feroci critiche.
Ho guardato Dellamorte Dellamore molti anni fa, un file abbastanza rovinato, e praticamente non me lo ricordavo più. Oggi l’ho recuperato, l’ho rivisto e credo, dopo tanto tempo, di essere pronto a scriverne. Segue il mio parere.

Le due anime del film
“Mi chiamo Francesco Dellamorte. Nome buffo no? Ho anche pensato di farmelo cambiare, all’anagrafe. Andrea Dellamorte sarebbe molto meglio per esempio. Sono il custode del cimitero di Buffalora. Non so com’è cominciata l’epidemia, so solo che alcuni cadaveri, non tutti per fortuna, entro 7 giorni dal decesso di notte si risvegliano e diventano morti che camminano. Io il chiamo ritornanti, anche se non capisco perchè abbiano tanta voglia di ritornare.”
Ecco qui, la prima voce fuoricampo del film. Beffarda, distaccata, con un retrogusto amaro, non avrebbe sfigurato in textbox posto di fianco alla tavola iniziale di un fumetto. Un dichiarazione di stile, in pratica.
Sì, Dellamorte Dellamore è un film fumettoso. Di più, è un film frammentato, episodico, che presenta diverse derive splatter, apparente nonsense psicologico, e una spolverata di metafisica esistenzialista. È pieno di zombie bruttissimi e di personaggi caricati fino al ridicolo, insiste sul morboso accostamento sesso-morte, spinto fino alla necrofilia, e lo fa con una leggerezza spregiudicata e decisamente dissonante. Diversi personaggi vomitano, sbavano, sanguinano copiosamente, sbranano e si fanno sbranare. Una schifezza. In tanti hanno definito il film una schifezza.
Poco male. Lì fuori è pieno di B-Movie osceni, sanguinolenti e non esattamente credibili, che tuttavia si sono ritagliati una fetta di pubblico grazie agli eccessi sgraziati che sono stati capaci di proporre. Dellamorte Dellamore ha qualcosa in comune con questo cinema rozzo e casalingo. Ma no, la pellicola di Soavi non è un film spazzatura. Possiede alcune delle caratteristiche dei suoi cugini trash, ma, dove questi potevano offrire, a livello di contenuti, poco più che un vuoto nichilismo, Dellamorte Dellamore è un tripudio di emozioni. Insieme a Francesco Dellamorte, esattamente come insieme a Dylan Dog, lo spettatore sensibile si commuove, si dispera, si aliena, si confonde e si rassegna. E ride.

Film, fumetto, romanzo
È sbagliato, ovviamente, sostenere – come è stato fatto – che Dellamorte Dellamore sia l’unico vero film di Dylan Dog. Certamente è più vicino all’opera cartacea di quanto lo sarà mai qualsiasi cosa fatta dagli americani, ma si tratta di due prodotti diversi, come vedremo. D’altra parte non si può negare che film e fumetti abbiano molte caratteristiche in comune: in entrambe le opere sfocate e drammatiche storyline si srotolano all’interno di una cornice umana molto convincente, popolata di personaggi caricaturali ma mordaci e punteggiata di uscite sarcastiche.
Dylan Dog e Francesco Dellamorte, il primo camicia rossa, il secondo bianca, entrambi con il volto dell’attore inglese Rupert Everett, sono uno l’alterego dell’altro in molti sensi. Sono autoironici, sono trasandati, sono malinconici. Ma dove il primo combatte un perenne corpo a corpo con un turbinante universo di individui sconfitti, che in un modo o nell’altro si trasformano in mostri, il secondo è con sé stesso che fa a pugni. La noia, la solitudine, la delusione e un profondo intreccio di eros e thanatos trascineranno Francesco Dellamorte molto in basso. Inoltre, come in Dylan Dog non risulta mai molto chiaro se il paranormale sia effettivamente esistente o si tratti di poco più che presenze che aleggiano ai bordi della coscienza del mondo, non capiamo se in Dellamorte la spirale di violenza che si innesca a un certo punto sia effettivamente reale oppure no. Ma, se nel primo caso la maggior parte dei fantasmi fluttuano attorno all’indagatore dell’incubo, e non dentro, nel secondo infestano direttamente il protagonista.
Il romanzo di Sclavi è ancora più sporco e cinico del film, in realtà. Quel Dellamorte, seduto su un scarcasmo ancor più rancido dei ritornanti, è uno spaventapasseri ben più odioso della sua controparte di cellulosa. E definire lo Gnaghi di carta un mostro deforme significherebbe fargli un complimento. Seguendo il commento di un sagace utente su Youtube, che definiva il film un horror shakesperano, si potrebbe dire che il libro è piuttosto un horror freudiano e il fumetto (tra le altre cose) un dramma bergmaniano. La pellicola è una notevole sintesi tra l’anima delle due opere di Sclavi: abbiamo un Dylan Dog meno romantico e più abbruttito, che abita una Buffalora a dir poco spettrale.

Struttura
Il ritmo del film è buono, anche se nella parte centrale la ridondanza di certe scene può arrivare ad annoiare. È proprio questa sezione la più scabrosa e sanguinolenta, con un regista che insiste parecchio sui dettagli orrorifici. Soavi è fin troppo bravo nel raccontare la fisicità della morte, con la sua puzza, il suo pallore, le unghie marce e cadenti, la pelle livida e sporca; così bravo che ci prende un po’ troppo gusto e finisce col sottomettere la fascinazione gotica della prima parte del film ad una deriva body horror che alla lunga diventa ripetitiva. In questa parte si susseguono sottotrame una via l’altra: l’amore impossibile tra l’assistente di Francesco (Gnaghi, grasso, ritardato e iperemotivo) e lo zombie della giovane figlia del sindaco; l’attaccamento morboso di una ragazza al suo innamorato morto; la scena incredibilmente trash della castrazione; l’invasione dei boy scout zombie, con annessa suora assassina. Un sacco di morti viventi, un sacco di storie tristi, perfino struggenti, che finiscono molto male. Quanto è sgangherata la lunga parte centrale di questo film! Non è certo un punto di forza, questo, ma bisogna dire, neanche di debolezza. Più che altro si tratta di un marchio di fabbrica. Il successo di Dylan Dog fu conseguenza, tra le altre cose, dell’improbabilità di strutture narrative che si reggevano in piedi per miracolo, fatte di scene sconnesse ma internamente molto valide. Parole non mie, ma addirittura di Umberto Eco, che per questa intensità sconnessa ha paragonato il fumetto di Sclavi a niente popò di meno che alla Divina Commedia.
Anche se ho parlato di “strutture narrative che si reggono in piedi per miracolo”, in realtà non c’è di mezzo nessun miracolo. Il fatto è che, nel fumetto come nel film, le vicende centrali sono incapsulate in una dimensione umana così vera e così bella da permettere loro di acquistare molto più senso di quello che avrebbero avuto se fossero state presentate da sole. L’inizio e il finale del film sono senza alcun dubbio le parti migliori, così come le incursioni di alcuni dei personaggi secondari più gustosi che vi sarà mai capitato di incontrare. Straniero è il nome del commissario di polizia in ogni singolo lavoro di Sclavi e qui è uno svampito uomo di mezza età che si depista da solo ogni volta che si presenta qualche indizio concreto; il sindaco è una caricatura delle figure politiche interessate solo all’esito delle future elezioni, assolutamente incapace di pensare ad altro se non alla successiva campagna elettorale; Gnaghi è allo stesso tempo ributtante e tenerissimo, così innocente e così desolatamente segnato dalla sua malattia (il ritardo mentale non è mai trattato con superficialità da Sclavi); infine Francesco Dellamorte è un solitario patologico talmente autolesionista da suscitare ben presto una grande pena in chi guarda, nonostante il sarcasmo con cui egli riesce ad affrontare la sua vita.

Tematiche
Nel caso vi stiate chiedendo di cosa parla il film, tolti tutti i fronzoli psicologici, lo splatter e l’ironia nera, ecco la mia opinione: morte, amore e tempo. Dei primi due aspetti ho già accennato qualcosa, ma in generale riassumerei la cosa dicendo che l’amore qui è visto come forza distruttiva, ben più dell’odio, qualsiasi cosa sia l’odio. Un bellissimo “dialogo” verso la fine del film mette bene in chiaro questo punto.
La terza tematica meriterebbe qualche parola in più ma non vorrei spoilerare più di quel che ho già fatto. Si può dire che la progressiva fatica della routine che si tramuta in claustrofobico panico da intrappolamento è una delle tematiche ricorrenti nell’opera di Sclavi. Anche in Dellamorte è presente, in maniera poco esplicita e subdolamente disseminata un po’ ovunque (la tv, il sindaco, il “ritorno dei morti”), ed esplode in un finale da capogiro che io personalmente colloco nella mia top 5 dei finali più geniali e inaspettati di tutto cinema. Un finale che, a modo suo, propone una Pistola di Cechov maiuscola, enorme, totale. Si può dire che ha le potenzialità di fare ripensare a tutta la vicenda.

Concludendo
E ora qualche osservazione disordinata.
– Anna Falchi non sa recitare, ma fisicamente è davvero tanto simile ad alcune delle fiamme di Dylan Dog (Amber ad esempio, in Golconda). Purtroppo ha una parte molto importante nella storia, che rovina quasi totalmente.  Anna Falchi è il difetto principale di Dellamorte Dellamore, difficile da perdonare anche di fronte al meraviglioso seno messo in mostra ripetutamente.
– Il film ha avuto parecchio più successo in Inghilterra, negli States e in Germania che in Italia. In parte questo deve essere dovuto al fatto che la voce impastata e imbalsamata della Falchi è stata risparmiata alle audience estere grazie ad un sapiente doppiaggio; in parte ciò dimostra che il film possiede un respiro internazionale, e che se quei delinquenti del Platinum Studio avessero avuto un po’ più di rispetto per il materiale originale avrebbero potuto guadagnare parecchio di più dalla versione transoceanica di Dylan Dog.
– La colonna sonora è spaziale. Sarà che sono un fan dei motivetti ossessionanti alla Clint Mansell, sarà che ho apprezzato particolarmente il modo in cui riusciva a sposarsi con il fascino decadente delle ambientazioni cimiteriali, sarà che per me l’elettronica nelle soundtrack non è mai troppa. Sarà che sono un fan di Manuel De Sica. Però, wow.
– Nei titoli di coda compaiono i nomi di due scultori. Scultori, esatto. Il cimitero è pieno di statue, alcune parecchio suggestive, ma ancora prima che per queste sono rimasto a bocca aperta di fronte a un modellino dell’isola dei morti di Arnold Bocklin. Una citazione di gran classe. C’è anche una bella citazione da un’opera di Magritte e un’altra da Quarto Potere. Viene omaggiata perfino Arancia Meccanica di Kubrick, anche se qui in maniera non tanto sottile e per questo un po’ pacchiana.

Io odio i B-Movie. Li trovo insulsi, autocompiaciuti e inutilmente volgari. Anche qui, in questo film, ci sono almeno un paio di scene esagerate e gratuite. Il punto è che Soavi si fa perdonare, per la sua maestria con la macchina da presa, per il team artistico di altissimo livello che è riuscito mettere insieme e, anche se non è merito suo, per ambientazione e storia, che sono fantastiche. Io consiglio Dellamorte Dellamore a tutti, davvero a tutti. Qualcuno abbandonerà la visione dopo pochi minuti schifato, qualcuno lo finirà solo per poterne dire male, qualcuno rimarrà interdetto a lungo, qualcuno lo considererà un prodotto malriuscito per poi rivalutarlo, qualcuno lo adorerà. Qualunque sia la vostra reazione almeno avrete visto qualcosa di diverso da solito, realmente diverso. E mi ringrazierete, spero.

Voto: 10/10

 
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Pubblicato da su 12 gennaio 2014 in Commedia, Drammatico, Horror, Psicologico

 

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Hunger Games

locandinaTitolo originale: The Hunger Games
Titolo italiano: Hunger Games
Anno: 2012
Nazionalità: USA
Regia: Gary Ross
Interpreti: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Lenny Kravitz, Stanley Tucci, Donald Sutherland
Tratto dall’omonimo romanzo di Suzanne Collins

Perché questo film
Sono anni che Hollywood prova a lanciare nuovi franchise teen fantasy, con l’intenzione di replicare l’enorme successo della saga di Harry Potter. La formula inizialmente pareva semplice: non vi era che da prendere una serie di romanzi di successo destinati prevalentemente ai giovani, adattarli più fedelmente possibile, metterli in mano a un regista talentuoso ma non troppo in vista e investire molti soldi in scenografie, costumi, effetti speciali e cast. Eppure, se si esclude il caso Twilight, che ha saputo approfittare di un’onda modaiola sconcertante, solo il sopra citato Harry Potter è riuscito a conquistare il mondo anno dopo anno, crescendo in dimensioni e incassi ad ogni nuovo film, e concretizzando un finale da capogiro in termini di numeri. Nel frattempo, invece, enormi avvii di franchise come Eragon e La Bussola d’Oro neanche sono stati in grado di superare il primo ostacolo, hanno floppato e non si sono visti rinnovati; e saghe come Le Cronache di Narnia o Percy Jackson, che al momento contano più di un titolo, non si possono certo giudicare grandi successi, anzi, danno l’impressione di procedere a scossoni, attraverso il reinvestimento dei loro stessi guadagni.
Hunger Games è atterrato sulla scena cinematografica fantasy in un momento propizio, con Harry Potter e Twilight conclusi, gli altri franchise abbastanza instabili, e il mondo dei kolossal popolato da supereroi più divini che umani. Questo e altri fattori (che discuterò più sotto) hanno condotto Hunger Games a ricevere una calorosa accoglienza e un discreto e diffuso consenso. A breve uscirà in Italia il secondo capitolo: verrà confermato il successo della saga oppure no? Ho scelto questo film per la recensione della settimana perché trovavo questa domanda interessante.

Immaginario
Partiamo col definire il prodotto di cui stiamo parlando. Come ho accennato sopra il film appartiene al grande calderone del teen fantasy, ovvero film di avventura con elementi fantastici i cui protagonisti sono dei ragazzi. Qui in realtà già notiamo una variazione sul tema, dal momento che non è presente nessun elemento propriamente magico, e il fantastico è introdotto solo per mezzo di una tecnologia futurepunk, dal design pulito ma dotato di qualche elemento vintage, che include ambienti di realtà aumentata totalmente immersiva, vestiti che prendono fuoco, treni magnetici ad alta velocità e delle specie di navi volanti per il trasporto dei militari. L’impressione generale è che si tratti di un minestrone più estetico che funzionale, ma nonostante questo non è sgradevole. Si percepisce molto bene il fasto eccentrico di Capitol City, l’esagerata opulenza di una classe sociale che costruisce, spreca e inventa sempre nuovi modi per divertirsi. Pur nella sua convenzionalità il confronto tra la ricchezza di questo mondo, con la sua ostentazione ritualizzata, e la umile miseria della vita dei protagonisti è efficace. È certamente banale (e modaiolo) il voler demonizzare il consumismo declinandolo nella sua forma più sfrenata in maniera da poterlo contrapporre alla semplicità e alla rettitudine delle province oppresse, ma è comunque sempre meglio della solita battaglia del bene contro il male. Perlomeno qui chi scrive si prende l’impegno di evitare il completo appiattimento dei molti personaggi cercando di sfumarli di grigio. In particolare i mentori dei due protagonisti sono provvisti di personalità sensate e il presentatore, uno Stanley Tucci assolutamente sopra le righe, è conturbante e spassoso.

Target
Sarebbe facile criticare Hunger Games sostenendo che è troppo poco realistico, troppo poco cruento, troppo poco imprevedibile. Certo, c’è in fondo di verità in queste affermazioni, ma non bisogna dimenticare che sia il film sia il libro hanno un target preciso, che si indica con la sigla YA, ovvero Young Adults. Insomma è un film di avventura per ragazzi, che presenta una situazione di conflitto ambientata in un mondo parallelo in cui scelte politiche non esattamente felici hanno portato a scontri, repressioni e la creazione di disuguaglianze importanti. Un film del genere, che ovviamente non pretende di essere un’opera d’arte, non va giudicato per quel che avrebbe potuto essere, ma piuttosto per quello che non è riuscito ad essere. In particolare Hunger Games, vedremo, costruisce delle premesse estremamente promettenti che non riesce a ripagare del tutto, complice una narrazione un po’ frammentata e una seconda parte scontata e poco coinvolgente.

Parte I
Per me il film ha un buon inizio. La vita e la personalità di Katnis vengono presentate in maniera secca ma funzionale nei primi dieci minuti di pellicola, che non è un vero e proprio inizio in medias res, ma quasi: la sorellina da consolare, la reazione al soffio del gatto, la concentrazione durante la caccia al cervo, lo scambio di battute con Gale, la collera, la rassegnazione, la soddisfazione, l’intesa, la confidenza, l’affetto. Si tratta di un incipit fatto di dettagli, di sguardi, di battute che sottintendono molte cose che lo spettatore non conosce ancora, ma arriverà ad imparare presto. È il vantaggio di avere per le mani un libro di successo: i dettagli stanno tutti lì, ed è sufficiente prenderli e spargerli qua e là, che già il mondo e i personaggi prendono vita.
Poi a un certo punto iniziano ad accadere un sacco di eventi in maniera piuttosto frettolosa – anche qui, cosa tipica dei romanzi, se non fosse che lì sono impastate in mezzo al mucchio di pensieri del protagonista, mentre nel film no – e ci si ritrova in un batter d’occhio in tutt’altra ambientazione, la Capitol City di cui si parlava sopra. E lì si da il via a presentazioni di nuovi personaggi, situazioni formali, riti di iniziazione, consigli, spiegazioni, auguri, crisi di identità eccetera. Capita spesso di chiedersi: “Ma perchè questo?”. Il tutto non annoia, ma non è neanche il massimo: la realtà urbana è molto ricca, ma la regia, che aveva brillato durante i primi 20 minuti di film, qui perde smalto, si attacca alla sceneggiatura e non propone praticamente nessun guizzo. Quel che era partito in maniera ispirata piano piano diventa sempre più scolastico e le belle inquadrature strette, molto adatte alla prima parte, non si allargano ad abbracciare la magnificenza della città, che avrebbe meritato qualche volo d’uccello, qualche piano sequenza o perlomeno un montaggio meno scolastico.

Parte II
È un peccato che il secondo capitolo del film non sia all’altezza di tutta l’impalcatura costruita a fatica durante la precedente ora. Non biasimo particolarmente il regista in realtà, perché in fondo la storia era quella lì e il confronto illustre non poteva essere schivato in nessun modo. Rendere appetibile un Battle Royale softcore, privo dell’ultraviolenza, dell’insano terrore dei partecipanti, della spaventosa figura di Kitano e della crudele ironia di fondo, era un’impresa praticamente impossibile. Infatti succede che, non appena ci si rende conto che il film non sta facendo sul serio, tutta la storia arriva a perdere il carico drammatico accumulato e, passate un paio di scene dopotutto abbastanza coinvolgenti, diventa una vera palla. È vero, gli eventi si concatenano decentemente e vengono sfruttati tutti gli elementi introdotti in precedenza, ma non basta, per me non basta: è tutto finto, cartonato, la vicenda va avanti per coincidenze, per morti accidentali, per mezzo di eventi pilotati che non chiamo deus ex machina solo per educazione. Chi ha un minimo di esperienza nella visione dei film e si era fatto delle aspettative sullo sviluppo della vicenda ci rimane davvero male. Insomma, i ragazzi si devono ammazzare a vicenda, alcuni sono amici, è una cosa terribile! Chissà chi lo farà, come la farà e il modo in cui reagirà di conseguenza! Mi dispiace per voi, ma non troverete risposte a nessuna di queste domande perchè il film non fa mai davvero sul serio. Grande delusione.

Finale
A me il finale è piaciuto, non quanto l’inizio, ma mi è piaciuto. L’ho trovato meno scontato del resto del marasma accaduto dell’arena, ed arriva a proporre un piccolo colpo di scena. Inoltre credo che porti la storia su un nuovo livello che potrà essere ampiamente indagato nei film successivi. Non tutti i contrasti vengono appianati, anzi, si percepisce un orizzonte in fermento. E questo, nonostante tutto, mi fa venire voglia di andare al cinema a vedere il nuovo capitolo. Chi l’avrebbe mai detto, eh!

Voto: 6/10

 
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Pubblicato da su 25 novembre 2013 in Avventura, Fantasy, Teen

 

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