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Hunger Games

locandinaTitolo originale: The Hunger Games
Titolo italiano: Hunger Games
Anno: 2012
Nazionalità: USA
Regia: Gary Ross
Interpreti: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Lenny Kravitz, Stanley Tucci, Donald Sutherland
Tratto dall’omonimo romanzo di Suzanne Collins

Perché questo film
Sono anni che Hollywood prova a lanciare nuovi franchise teen fantasy, con l’intenzione di replicare l’enorme successo della saga di Harry Potter. La formula inizialmente pareva semplice: non vi era che da prendere una serie di romanzi di successo destinati prevalentemente ai giovani, adattarli più fedelmente possibile, metterli in mano a un regista talentuoso ma non troppo in vista e investire molti soldi in scenografie, costumi, effetti speciali e cast. Eppure, se si esclude il caso Twilight, che ha saputo approfittare di un’onda modaiola sconcertante, solo il sopra citato Harry Potter è riuscito a conquistare il mondo anno dopo anno, crescendo in dimensioni e incassi ad ogni nuovo film, e concretizzando un finale da capogiro in termini di numeri. Nel frattempo, invece, enormi avvii di franchise come Eragon e La bussola d’oro neanche sono stati in grado di superare il primo ostacolo, hanno floppato e non si sono visti rinnovati; e saghe come Le cronache di Narnia o Percy Jackson, che al momento contano più di un titolo, non si possono certo giudicare grandi successi, anzi, danno l’impressione di procedere a scossoni, attraverso il reinvestimento dei loro stessi guadagni.
Hunger Games è atterrato sulla scena cinematografica fantasy in un momento propizio, con Harry Potter e Twilight conclusi, gli altri franchise abbastanza instabili, e il mondo dei kolossal popolato da supereroi più divini che umani. Questo e altri fattori (che discuterò più sotto) hanno condotto Hunger Games a ricevere una calorosa accoglienza e un discreto e diffuso consenso. A breve uscirà in Italia il secondo capitolo: verrà confermato il successo della saga oppure no? Ho scelto questo film per la recensione della settimana perché trovavo questa domanda interessante. Ammetto, ora che l’ho guardato, di essere ancora più curioso circa il futuro del franchise e, perché no, della vicenda. Pur con tutti i suoi difetti – e ne vedremo diversi – Hunger Games mi ha fatto divertire.

Immaginario
Partiamo col definire il prodotto di cui stiamo parlando. Come ho accennato sopra il film appartiene al grande calderone del teen fantasy, ovvero film di avventura con elementi fantastici i cui protagonisti sono dei ragazzi. Qui in realtà già notiamo una variazione sul tema, dal momento che non è presente nessun elemento propriamente magico, e il fantastico è introdotto solo per mezzo di una tecnologia futurepunk, dal design pulito ma dotato di qualche elemento vintage, che include ambienti di realtà aumentata totalmente immersiva, vestiti che prendono fuoco, treni magnetici ad alta velocità e delle specie di navi volanti per il trasporto dei militari. L’impressione generale è che si tratti di un minestrone estetico più pirotecnico che altro, ma nonostante questo non è sgradevole. Si percepisce molto bene il fasto eccentrico di Capitol City, l’esagerata opulenza di una classe sociale che costruisce, spreca e inventa sempre nuovi modi per divertirsi. Pur nella sua convenzionalità il confronto tra la ricchezza di questo mondo, con la sua ostentazione ritualizzata, e la umile miseria della vita dei protagonisti è efficace. È certamente banale (e modaiolo) il voler demonizzare il capitalismo declinandolo nella sua forma più sfrenata in maniera da poterlo contrapporre alla semplicità e alla rettitudine delle province oppresse, ma è comunque sempre meglio della solita battaglia del bene contro il male. Perlomeno qui chi scrive si prende l’impegno di definire un’ucronia che, pur nel suo macchiettismo, risulta abbastanza credibile, e di evitare il completo appiattimento dei molti personaggi cercando di sfumarli di grigio. Certo, non si si arriva alla drammaticità psicologica di Game of Thrones, ma almeno non c’è una divisione tra demoni e santi e, anche se è presente un continuo che va da un estremo all’altro, la zona centrale risulta abbastanza sfocata. In particolare i mentori dei due protagonisti sono provvisti di personalità sensate e il presentatore, uno Stanley Tucci assolutamente sopra le righe, è conturbante e spassoso.

Target
Sarebbe facile criticare Hunger Games sostenendo che è troppo poco realistico, troppo poco cruento, troppo poco imprevedibile. Certo, c’è in fondo di verità in queste affermazioni, ma non bisogna dimenticare che sia il film sia il libro hanno un target preciso, che si indica con la sigla YA, ovvero Young Adults. Insomma è un film di avventura per ragazzi, che presenta una situazione di conflitto sui generis (per quanto non originale) ambientata in un mondo parallelo in cui scelte politiche non esattamente felici hanno portato a scontri, repressioni e la creazione di disuguaglianze importanti. Un film del genere, che ovviamente non pretende di essere un’opera d’arte, non va giudicato per quel che avrebbe potuto essere, ma piuttosto per quello che non è riuscito ad essere. In particolare Hunger Games, vedremo, costruisce delle premesse estremamente promettenti che non riesce a ripagare del tutto, complice una direzione degli attori non perfetta e una seconda parte scontata e poco coinvolgente. Alla fine ci rimane per le mani un’ambientazione niente male, una via di mezzo tra il regno di OZ e la teocrazia de La bussola d’oro, immersa in una natura che bisogna ammettere è rappresentata e fotografata molto bene. Chissà se il capitolo successivo saprà sfruttare meglio questi elementi.

Parte I
Per me il film ha un buon inizio. La vita e la personalità di Katnis vengono presentate in maniera secca ma funzionale nei primi dieci minuti di pellicola, che non è un vero e proprio inizio in medias res, ma quasi: la sorellina da consolare, la reazione al soffio del gatto, la concentrazione durante la caccia al cervo, lo scambio di battute con Gale, la collera, la rassegnazione, la soddisfazione, l’intesa, la confidenza, l’affetto. Si tratta di un incipit fatto di dettagli, di sguardi, di battute che sottintendono molte cose che lo spettatore non conosce ancora, ma arriverà ad imparare presto. È il vantaggio di avere per le mani un libro di successo: i dettagli stanno tutti lì, frutto di anni di studio di riflessione da parte dell’autrice, ed è sufficiente prenderli e spargerli qua e là, condensandoli in un paio di scene, che già il mondo e i personaggi prendono vita.
Poi a un certo punto iniziano ad accadere un sacco di eventi in maniera piuttosto frettolosa – anche qui, cosa tipica dei romanzi, se non fosse che lì sono impastate in mezzo al mucchio di pensieri del protagonista, mentre nel film no – e ci si ritrova in un batter d’occhio in tutt’altra ambientazione, la Capitol City di cui si parlava sopra. E lì si da il via a presentazioni di nuovi personaggi, situazioni formali, riti di iniziazione, consigli, spiegazioni, auguri, crisi di identità eccetera. Non è male ma non è neanche il massimo: la realtà urbana è molto ricca, ma la regia, che aveva brillato durante i primi 20 minuti di film anche per la gestione di una camera a mano spettacolare, qui perde smalto, si attacca alla sceneggiatura e non propone praticamente nessun guizzo. Quel che era partito in maniera ispirata piano piano diventa sempre più scolastico e le belle inquadrature strette, molto adatte alla prima parte, non si allargano ad abbracciare la magnificenza della città, che avrebbe meritato qualche volo d’uccello, qualche piano sequenza o perlomeno un montaggio meno scolastico.

Parte II
Anche se il pathos iniziale, una volta arrivati nella capitale, via via diminuisce, la prima parte io la considero ben riuscita, originale e abbastanza imprevedibile. È un peccato che il secondo capitolo non sia all’altezza di tutta l’impalcatura costruita a fatica durante la precedente ora di film. Non biasimo particolarmente il regista in realtà, perché in fondo la storia era quella lì e il confronto illustre non poteva essere schivato in nessun modo. Rendere appetibile un Battle Royale softcore, privo dell’ultraviolenza, dell’insano terrore dei partecipanti, della spaventosa figura di Kitano e della crudele ironia di fondo, era un’impresa praticamente impossibile. Infatti succede che, non appena ci si rende conto che il regista non sta facendo sul serio, tutta la storia arriva a perdere il carico drammatico accumulato e, passate un paio di scene dopotutto abbastanza coinvolgenti, diventa una vera palla. È vero, la scrittura non è poi così male, gli eventi si concatenano bene uno con l’altro, vengono sfruttati tutti gli elementi introdotti in precedenza e ci sono un paio di colpi di scena degni di nota. Ma non basta, per me non basta: è tutto finto, cartonato, la vicenda va avanti per coincidenze, per morti accidentali, per mezzo di eventi pilotati che non chiamo deus ex machina solo per educazione. Mi rendo conto che solo un quattordicenne su mille si è probabilmente posto i problemi che mi sto ponendo io, e infatti non me la sento di bocciare completamente neanche questa parte, i giochi di prestigio messi in piedi dalla sceneggiatura evitano che la storia si sbrindelli e la conducono a un finale carino. Ma chi ha un minimo di esperienza nella visione dei film e si era fatto delle aspettative sullo sviluppo della vicenda ci rimane davvero male. Insomma, i ragazzi si devono ammazzare a vicenda, alcuni sono amici, è una cosa terribile! Chissà chi lo farà, come la farà e il modo in cui reagirà di conseguenza! Mi dispiace per voi, ma non troverete risposte a nessuna di queste domande.

Finale
A me il finale è piaciuto, non quanto l’inizio, ma mi è piaciuto. L’ho trovato meno scontato del resto del marasma accaduto dell’arena, ed arriva a proporre una piccola pistola di Cechov – e io sono un fan delle pistole di Cechov. Inoltre credo che porti la storia su un nuovo livello che potrà essere ampiamente indagato nei film successivi. Non tutti i contrasti vengono appianati, anzi, si percepisce un orizzonte in fermento. E questo, nonostante tutto, mi fa venire voglia di andare al cinema a vedere il nuovo capitolo. Chi l’avrebbe mai detto, eh!

Voto: 7-

 
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Pubblicato da su 25 novembre 2013 in Avventura, Science Fantasy, Teen

 

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Bed Time

locandinaTitolo originale: Mientras duermes
Titolo italiano: Bed Time
Anno: 2011
Nazionalità: Spagna
Regia: Jaume Balagueró
Interpreti: Luis Tosar, Marta Etura, Alberto San Juan, Iris Almeida

Perché questo film
Da un po’ di tempo il cinema spagnolo indipendente sta facendo molto bene: pellicole come Buried, Cella 211 e Rec sono state, per me, parentesi cinematografiche intense, notevoli nel sapere allo stesso tempo intrattenere e stimolare. Bed Time, quando è uscito al cinema due anni fa, sembrava proseguire il percorso tracciato dai suoi predecessori e per questo mi ha sempre ispirato. Vedremo insieme come la miscela originale ed esplosiva del film di Jaume Balagueró è riuscita a convincermi ancora di più di quel che mi aspettavo.

Introduzione e trama
Il film è un thriller psicologico molto duro, tra i più riusciti che mi sia capitato di vedere. Se dovessi descriverlo in una parola sceglierei il temine inglese haunting: ossessivo e ossessionante.
La trama dei thriller di maggior efficacia, quasi sempre, non necessita di molto spazio per essere proposta, tutto quello di cui c’è bisogno è una contestualizzazione generale unita alla folgorante idea di base. Poi la regia può, e spesso deve, essere capace di tratteggiare bene le psicologie in gioco, di gestire i ritmi narrativi e di restituire la giusta atmosfera; ma la forza di questi film sta, prima di tutto, nelle proprietà del soggetto, poche righe di testo destabilizzanti. Così il cult di Vincenzo Natali, The Cube, può essere riassunto come: “Sette estranei si svegliano all’interno di un labirinto costituito di stanza cubiche, alcune contenti trappole mortali. Il tentativo di fuga che metteranno in atto rivelerà la loro vera natura”. Oppure, Seven: “Un poliziotto giovane e idealista indaga insieme a un collega anziano e disilluso su un serial killer che punisce in maniera macabramente sensazionalista i vizi capitali. I due capiranno che non è possibile combattere il male senza venirne contaminati”. Ancora, Buried: “Un uomo si sveglia sepolto vivo in una bara, ostaggio di terroristi. Egli dovrà affrontare la vaga indifferenza delle poche persone che gli sarà consentito chiamare per riuscire a liberarsi”. Scusatemi il lungo elenco di esemplificazioni. Il punto è che questi film sono incredibili perché le idee che li hanno generati sono incredibili.
Detto questo, arriviamo alla trama di Bed Time: Il portiere di un vecchio lussuoso palazzo di Barcellona sfrutta la propria posizione per entrare negli appartamenti dei condomini ed arrecare loro piccoli dispiaceri. Questo gli permette di affrontare la solitudine e i sentimenti autodistruttivi, tirando avanti. Ma è solo lo svilupparsi di una vera e propria ossessione per l’infelicità di una giovane donna che lo renderà galvanizzato: egli farà di tutto per rovinarle la vita.

L’idea e il personaggio
Sarà successo a tutti, qualche volta nella vita, di sentirsi così tristi o amareggiati da trovare la felicità altrui insopportabile. Anche se non è facilissimo da ammettere, durante questi momenti, pur non agendo deliberatamente per danneggiare chi ci sta vicino, siamo più propensi a gioire per le disgrazie altrui. Perfino succede che, in tale stato di sconvolgimento, a volte inconsapevolmente ci comportiamo in maniera da scoraggiare gli altri, farli sentire in colpa e altre cose di questo tipo. Si tratta di momenti miserabili delle nostre esistenze, che è consigliabile combattere, per la salute di tutti. Ora, un personaggio che, solo e depresso, ha fatto dell’infelicità altrui la propria linfa vitale è perfettamente credibile, senza che vi sia neanche bisogno di postulare improbabili malattie mentali: un’infanzia infelice, un’adolescenza repressa, una vita adulta fallimentare possono essere sufficienti per spingere una persona sull’orlo della psicosi cui è vittima il protagonista, Cesar, che, pur nel suo egoismo, nella sua cattiveria e nella sua amoralità rimane un essere umano con cui è possibile confrontarsi.
Nella prima scena vediamo Cesar sul tetto del palazzo dove lavora, per l’ennesima volta sul punto di suicidarsi. Poco dopo lo troviamo al capezzale della madre malata e demente, e abbiamo il primo assaggio di uno degli stati emotivi che lo contraddistingueranno nel film: un misto di compatimento e risentimento. Più volte ci troviamo ad ascoltare i suoi pensieri ossessivi. Osserviamo come egli, pur coltivando i suoi diabolici passatempi notturni, appaia come una persona civile, interessata alla propria immagine, controllata nelle parole e negli atteggiamenti. Insomma, mai troppo sopra le righe Cesar risulta una persona complicata ma reale, capace di vivere ripensamenti e dubbi, e al tempo stesso, purtroppo, capace di ferire e distruggere gli altri pur di ricavare sollievo dalla propria condizione esistenziale.
L’interpretazione di Luis Tosar trasmette questo e tanto altro, e non è un compito facile. Se la vicenda raccontata è tanto credibile molti meriti vanno anche riconosciuti alla larghezza delle spalle dell’attore spagnolo. 

La struttura
Fin dalla prima scena il film procede lentamente ma inesorabilmente, crescendo in tensione e profondità minuto dopo minuto. L’incipit è quasi un gioco di prestigio alla Tati, spiazzante e inquietante, e dimostra un grande impegno registico – e un grande gusto. Totalmente interdetti da questa partenza si è affamati di dettagli e il gusto amaro, amarissimo, della routine di Cesar riesce coinvolgerci ancora di più. Per alcuni minuti sembra addirittura di vivere dentro L’inquilino del terzo piano. Poi arriva il primo, piccolo, colpo di scena, e da lì sarà un’escalation di sorprese sempre più crudeli.
La costruzione di tutta la prima metà del film a mio parere non poteva essere migliore, la tensione è altissima, il disagio ancora di più, gli interrogativi morali fioccano che è un piacere e il personaggio di Cesar diventa sempre più vivido. Purtroppo la seconda parte non si rivela ad orologeria come la prima: la vicenda si stringe in un collo di bottiglia intenso ma un po’ forzato e i tentativi di mantenere un approccio parzialmente orizzontale alla vita nel palazzo, pur proponendo una scena dalla grande drammaticità (il dialogo con la vecchia signora Veronica), a me sono parsi un po’ scoordinati. Verso la conclusione la narrazione perde ulteriormente smalto e a un certo punto finisce proprio per ammosciarsi, ma per fortuna la scena finale riesce a proporre un altro gioco di prestigio contorci-budella (con un retrogusto alla Agata Christie), e a dare spessore retroattivo a scelte che potevano essere considerate un po’ dubbie.

Conclusione
La fotografia del film è molto azzeccata: scura e ipnotica nelle scene notturne, bianca e asettica di giorno, sembra quasi sottolineare come alla luce del sole la vita, per Cesar, è poco più di una fredda finzione. Pur essendo imperniata su questo dualismo essa risulta tuttavia molto realistica. Altrettanto realistici sono i dialoghi, quasi naturalistici, fatti di cortesie, frasi di circostanza, ostilità più o meno velate, reticenze e momenti spontanei anche belli. Questo fatto per me è assai importante, anche un film viscerale e capovolto come Bed Time ha bisogno della sua dose di normalità per risultare credibile; come per la fotografia e la psicologia del protagonista, anche nella scrittura è necessario che due colori diversi si contrappongano affinché il lato oscuro della storia risulti davvero dirompente. C’è grande sapienza registica nella gestione di tutto questo materiale scottante.
E neanche, nel suo sviluppo, Bed Time segue una strada facile, asfaltata, ben segnalata. Il film è allo stesso tempo un dramma psicologico di spessore e un thriller sconvolgente. Quando un artista ispirato trova il coraggio di infilarsi nell’angusto spazio tra questi generi finisce per produrre incubi molto realistici, perché molto umani. Così Kubrick fa Shining, Polanski dirige Rosemary e Sclavi inventa Dylan Dog. Anche se ciò potrebbe farmi sembrare un eretico, non faccio fatica ad accostare Balagueró a questi nomi. Secondo me Bed Time, pur con le sue imperfezioni, è un piccolo capolavoro.

Voto: 8

 
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Pubblicato da su 8 novembre 2013 in Horror, Psicologico, Thriller

 

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A Late Quartet

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Titolo originale
: A Late Quartet
Titolo italiano: Una Fragile Armonia
Anno: 2012
Nazionalità: USA
Regia: Yaron Zilberman
Interpreti: Philip Seymour Hoffman, Christopher Walken, Imogen Poots, Catherine Keener

Perché questo film
In famiglia, da me, si è sempre ascoltata moltissima musica classica. Mio fratello suona il violino da più di 10 anni e, un po’ per questo, un po’ per indole personale, i miei sono da sempre appassionati – tra le altre cose – di musica da camera. Avevo scaricato per mia mamma la versione inglese di questo film quando ancora in Italia non si parlava di distribuzione e ieri, mentre decidevo cosa guardare e recensire, me lo sono trovato davanti. Ho pensato: “un film drammatico che tratta le difficoltà di un microcosmo umano e musicale, con Philip Seymur Hoffman… figata!” Così mi sono preso il pomeriggio libero e l’ho guardato. Segue il mio parere.

Trama
Stati Uniti, giorni nostri. La solida alchimia di un famoso quartetto di archi entra in crisi nel momento in cui il membro più anziano, il violoncellista Peter, inizia ad accusare i primi sintomi del morbo di Parkinson. Daniel e Robert, rispettivamente primo e secondo violino entrano in conflitto per diversi motivi, legati al passato e al presente, e si litigano il ruolo. Robert e Juliet, marito e moglie, vivono i conflitti interni al gruppo in maniera poco adulta e poco unita, e finiscono per allontanarsi. La loro figlia, Alex, reagisce in maniera rabbiosa alla crisi coniugale dei genitori, portando a galla vecchi dolori e cercando consolazione là dove non dovrebbe. Juliette è stata adottata da Peter dopo la morte della madre, e ha conosciuto Robert grazie al quartetto, dopo avere avuto una storia con Daniel. Quel che vediamo sullo schermo è un intreccio fitto di legami affettivi e professionali, che spesso tendono a sovrapporsi e si organizzano a comporre un quadro intenso, centrato sulle relazioni, sui loro risvolti ombrosi, sulla loro forza  – e ciò fa di A Late Quartet  un film sulla famiglia, ancor prima che un film sulla musica.

Struttura
Leggendo la sinossi si potrebbe pensare che il film voglia parlare di un po’ troppe cose, e una sensazione simile la si prova anche guardandolo. È un equilibrio difficile quello a cui ambisce il regista Yaron Zilberman, che si impegna a fondo affinché la sua narrazione risulti centripeta e non centrifuga. E ci riesce, cioè, il baricentro della narrazione rimane sempre il quartetto, con il suo passato, i suoi problemi, i suoi rapporti di forza e le sue storie d’amore. A Late Quartet è un film sui ruoli, sui conflitti che essi possono causare tra le persone e nelle persone, specie quando lavoro e famiglia tendono ad amalgamarsi troppo. C’è grande consapevolezza di scrittura nel gestire le identità personali e collettive cui partecipano Peter, Daniel, Robert e Juliet, nel mostrarle in conflitto e poi in crisi. Ma, mentre da un lato questa consapevolezza e questa pragmaticità registica consentono al film di rimanere compatto e non sbrindellarsi in una coralità che avrebbe avuto poco a che fare i temi trattati, da un altro lato rendono l’opera un po’ stilizzata, un po’ troppo composta, e in definitiva non così sorprendente. Almeno, non sorprendente sul piano narrativo. La storia è ben congegnata, gli equilibri tra personaggi efficienti, e le vicende decisamente non banali, tuttavia a volte si annusa l’artificio dietro tutto questo, nell’impegno ad aprire e chiudere parentesi così diligentemente, a recuperare tutti i dettagli introdotti per riutilizzarli. La conseguenza di ciò è che quasi nulla di quel che si vede arriva a coinvolgere veramente, nulla ci lascia così stupiti e il tutto rischia di passare e finire senza lasciare molta traccia.

Interpretazione
Questo se non ci fossero due ulteriori livelli cinematografici in grado di arricchire di molto l’esperienza dello spettatore. Il primo – ce lo si poteva aspettare – è la recitazione. Chi guarda un film così, me compreso, molto prima che per la storia o per le tematiche trattate, lo fa per gli attori.
Philip Seymur Hoffman, per non chi lo conoscesse, è un camaleonte: sembra essere nato per tutti i ruoli in cui ha recitato. Qui intrepreta Robert, un secondo violinista lievemente frustrato che, scosso dalla malattia di Peter, arriva a rendersi conto di aver rinunciato a troppe cose nella vita. La struttura del film non ci permette di immergerci completamente nella dimensione umana di David, non dispone di scene volte a fare interiorizzare al pubblico la sua confusione, la sua testardaggine, il suo crescente astio nei confronti di David, ma, per fortuna, molte emozioni passano grazie alla grande interpretazione di Philip Seymur Hoffman. Il suo sguardo basso e rabbioso, la sua postura, la sua voce veemente ma spezzata raccontano lo stato di mortificazione del personaggio in maniera molto vivida.
Cristopher Walken è forse ancora più intenso nella sua interpretazione di Peter. Quello sguardo vispo ma a tratti sconsolato, quella punta di risolutezza in una voce altrimenti pacata, i movimenti rapidi e precisi, da violoncellista navigato, che si sbriciolano a causa del Parkinson. La sua è una prova incredibile. Tutti gli attori sono incredibili, così come lo è l’abilità del dirigerli. Chapeu a Zilberman su questo.

Musica
Il secondo aspetto importante per la riuscita del film è il dialogo che la narrazione ha con la musica. Musica che inizialmente porta alla scoperta della malattia di Peter, ed è quindi destabilizzante, musica che accompagna il gruppo al momento di maggiore conflitto del film e, alla fine, musica che sostiene, che colma i vuoti e che unisce le persone. L’opera 131 di Beethoven, una delle più difficili del compositore, presentata fin da subito come una corsa da far venire il fiatone, chiosa la storia, la riempie di sfumature e ne offre una lettura alta, sublimata. Della musica si parla più e più volte: persone che amano la musica e vivono di musica non possono che confrontarcisi continuamente. Così una descrizione del lavoro del secondo violino, sommesso ma colorato, che dà profondità alla melodia, viaggiando “appena sotto la superficie”, diventa un po’ la descrizione dello stile di vita che si è scelto Robert. Oppure, il suggerimento di Peter ai suoi allievi di valorizzare quel che di buono c’è in un’interpretazione piuttosto che di struggersi per quel che non funziona individua il grande problema che hanno un po’ tutti, da Daniel a Juliet, ovvero non riuscire a trovare sufficiente quel che di bello hanno nella loro vita. Ancora, la sfida che Robert lancia a Daniel, di lasciarsi andare di più nella musica, abbandonando la freddezza e il calcolo a favore della passione, segnerà un momento importante nella vicenda, perché verrà presa un po’ troppo alla lettera.

Insomma, A Late Quartet sarà forse un po’ prevedibile, costruito (come certa musica) in maniera matematica, ma questo aspetto è identificabile solo una volta che si è giunti alla conclusione e si tirano le somme. Stare dentro al film, e farsi trascinare dalla crescente turbolenza della storia, venire ammaliati dal grande lavoro attoriale ed essere stimolati dai dialoghi, è molto appagante. Nulla risulta davvero scontato, nulla davvero noioso. A Late Quartet è un film stratificato e maturo, che merita di essere visto.

Voto: 7+

 
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Pubblicato da su 3 novembre 2013 in Drammatico, Musicale

 

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