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I Sospiri del mio Cuore

sospiri
Titolo originale
: Mimi o Sumaseba (trad. lett. Se tendi l’orecchio)
Titolo italiano: I Sospiri del Mio Cuore
Anno: 1995
Nazionalità: Giappone
Regia: Yoshifumi Kondō
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki

Perché questo film
La scorsa settimana mi trovavo in uno dei tanti centri Mondadori di Milano quando, girovagando tra gli scaffali della sezione cinema, ho avuto un attacco di serendipità. Avrei guardato e recensito un anime d’annata, preferibilmente non troppo mainstream, del genere racconto urbano, favola di formazione o novella ambientalista – tutte cose che giapponesi sanno fare davvero molto bene. Mentre scorrevo con lo sguardo la corposa collezione di animazione nipponica a disposizione, tre titoli sono riusciti ad attirare la mia attenzione. Viaggio verso Agartha si presentava come una leggera e colorata avventura fantasy, una specie di incrocio tra Laputa e Howl, diretta da un regista emergente ma, secondo la quarta di copertina, molto talentuoso; Le voci della nostra infanzia, dai disegni più ruvidi e scoloriti, sembrava proporre una vicenda meno trasognata, contraddistinta dall’asprezza del secondo dopoguerra; I sospiri del mio cuore (titolo chiaramente frutto di una pessima scelta di distribuzione), appariva come un dramma adolescenziale di crescita, maturazione e disillusione. Dopo essermi segnato i titoli sono tornato a casa e ho cercato i film su internet. L’eccellente qualità dello streaming de I sospiri del mio cuore mi ha convinto subito. E così ecco qui la nuova recensione.

Genere
Appena sopra ho scritto che il film “appariva come un dramma adolescenziale di crescita, maturazione e disillusione”. Appariva. Le mie impressioni iniziali si sono rivelate esatte? Beh, abbastanza, anche se non completamente.
Il termine dramma può venire utilizzato con varie intenzioni e accezioni e quindi, a differenza della quale si sceglie, esso può rivelarsi più o meno appropriato. Se ci si affida all’etimologia classica è un semplice sinonimo di “storia”, fondamentalmente privo di sfumature, mentre se lo si utilizza nel suo significato più spinto esso può assumere tinte anche molto oscure, arrivando a combaciare con il termine “tragedia”. Io intendevo, e generalmente intendo, una via di mezzo tra questi due estremi: per me un dramma è una storia ricca di conflitto, qualsiasi genere di conflitto, e soprattutto conflitto che può risolversi come non risolversi e che può condurre sia a grandi dolori sia a grandi gioie. Non c’è un giudizio di valore. I sospiri del mio cuore è un film pieno di incontri e di scontri: tra ragazzi e ragazze, tra genitori e figli, tra realtà e aspirazioni, tra presente e futuro. Dunque, per me, è un dramma.
“Adolescenziale” (senza la i, mi raccomando!) è un altro termine abbastanza vago. Bisognerebbe mettersi d’accordo sul momento in cui inizia l’adolescenza e quando finisce. Volendo essere particolarmente pedanti i ragazzi protagonisti, che hanno 13 anni, si trovano proprio nel periodo di transizione tra pre-adolescenza ed adolescenza. Che cosa diavolo sia la pre-adolescenza non saprei dire, per cui preferisco parlare di passaggio tra infanzia e adolescenza, che è fondamentale, insomma, perché i desideri di indipendenza diventano prepotenti, si inizia a pensare alla direzione da dare alla propria vita e la componente emotivo-sessuale vive un’amplificazione non da poco.
Crescita, maturazione e disillusione sono momenti importanti del percorso verso la dimensione adulta. I ragazzi protagonisti nel corso della vicenda maturano moltissimo, e non in maniera indolore. C’è una gran turbolenza nel modo di porsi di Shizuku, c’è energia, confusione, desiderio e paura: la sua crescita è complessa e conflittuale e per questo drammatica, e molto vera. Ma non me la sentirei di parlare di disillusione. Nella vita di tutti i giorni disillusione fa rima con rassegnazione, con la consapevolezza di dover accettare anche i lati peggiori della vita. No, I sospiri del mio cuore non è un film disilluso, anzi è un film speranzoso. I personaggi realizzano di dover scendere a compromessi con il mondo, che non si può avere tutto e soprattutto che non si può averlo subito, ma questa comprensione dona gusto ai quotidiani progressi, piuttosto che scolorirli.
Poi, in più, il film offre diverso altro materiale a cui sarebbe possibile dare un nome. Vi è una componente musicale non secondaria, che incornicia la vicenda e riemerge ora qui ora lì. La dimensione fantastica, quasi mitica, che aleggia per la prima parte del film, a un certo punto irrompe con una certa forza sulla scena. L’ambientazione suburbana è importante (oltre che visivamente suggestiva), dipinge vite frenetiche e stressanti, da cui diventa importante trovare rifugio.

Storia e Personaggi
Ma insomma, di cosa parla, I sospiri del mio cuore? Parla di Shizuko e di Seiji, destinati ad incontrarsi, il cui iniziale attrito si trasforma in un sincero affetto, che poi diventa amore. Ma c’è dell’altro. I ragazzi sono tormentati dalle loro ambizioni. Dal loro bisogno di avere ambizioni. Della necessità di mettersi alla prova. Di esprimere loro stessi. E di dimostrare qualcosa al mondo. Avranno bisogno l’uno dell’altro per chiarirsi le idee, lasciarsi andare, fare progetti e trovare il coraggio necessario per imbarcarvicisi.
Ma tutto questo in maniera sottile e non banale, non vi è nessun aperto patetismo o esplicita comunione tra di loro; semplicemente l’individualità dell’uno giunge a trovare in quella dell’altro uno spunto di riflessione, una fonte di energia, uno specchio in cui riflettersi e una realtà con cui confrontarsi.
È bellissimo assistere alla crescita del rapporto tra i due, a tutte le sfide e alle frecciatine che inizialmente si lanciano, al percorso emotivo che li conduce dall’imbarazzo all’ammirazione, dalla tenerezza all’attaccamento. Ed è abbastanza emblematico il fatto che la maggior parte degli antagonismi che l’uno e l’altro devono affrontare vengono dalle rispettive famiglie. In particolare Shizuko ha una madre assente e non esattamente premurosa e una sorella maggiore severa e poco comprensiva. Si tratta si figure appropriatemene sfocate, sempre in movimento, troppo indaffarate per potersi fermare ad ascoltare; non sono in cattiva fede, semplicemente fanno fatica a capire la giovane ragazza e tendono a considerare i loro problemi molto più grandi di quelli di lei. È difficile per Shizuko, cresciuta in mezzo alle pretese, ai silenzi e probabilmente a leggere pressioni economiche, riuscire ad esprimersi in libertà. Per fortuna l’incontro con Seiji e con il suo vecchio nonno la libereranno dalle fatiche della quotidianità familiare e le insegneranno a guardarsi dentro un po’ di più. Il nonno in particolare è un personaggio molto positivo, calmo, paziente e saggio. Paradossalmente è più vicino lui al mondo dei ragazzi di quanto lo siano i loro genitori, così indaffarati e così distanti. La vecchiaia, sembra dirci il regista, insieme alla passione per la musica, predispone all’ascolto, alla comprensione all’aiuto.

Concludendo…
Un po’ di cose disordinate.
I disegni sono pazzeschi, e c’era da aspettarselo, dato che si tratta di un film dello Studio Ghibli. I disegnatori sono fantastici nel loro saper catturare con pochi tratti lo stato d’animo dei personaggi. Lo stile degli anime, se si escludono le sue derive più naturaliste, è uno stile stilizzato, espressionista, che enfatizza la mimica facciale; solo che, mentre questa caratteristica viene utilizzata solitamente per suscitare comicità o orrore o altre ben definite emozioni, qui, grazie allo studio di Miyazaki, diventa arte. L’incontro tra la sintesi emotiva compiuta dal leggero tratto con cui sono disegnate le figure e la suggestione pittorica dei fondali è magico.
Il film, per me, dura un po’ troppo. E’ bello in ogni suo punto, ma verso i 2/3 ho iniziato a percepire un po’ di affaticamento, in parte per la lentezza dei tempi narrativi, in parte perché la storia prende una svolta particolare e si resta per molto tempo in attesa che succeda qualcosa di sostanzioso. Per quel che mi riguarda l’attesa viene ripagata – anche se non in maniera pirotecnica ma con una scena di grande intima intensità che vede protagonista Shizuko e il nonno di Seiji – però che fatica arrivarci! Il finale invece, anche se inizialmente può sembrare mutilato e lasciare a bocca asciutta, secondo me è ottimo. Una storia di transizione e trasformazione non poteva che concludersi con un inizio, è giusto così.
Infine, il target. Uno dei grandi pregi di questi film è che parlano un po’ di tutto, e lo fanno in maniera accessibile sia ai più giovani sia a chi è più maturo. Consiglierei I sospiri del mio cuore ai tredicenni in crisi di identità come ai loro genitori che fanno fatica a capirli e non sanno bene come comportarsi. Lo consiglierei ai ragazzi come alle ragazze, perché, nonostante l’anima del film sia femminile, la storia di Shizuko insegna come è possibile comprendersi e comunicare, oltre che tra generazioni anche tra sessi diversi. E infine consiglierei il film a chiunque sta affrontando dei cambiamenti nella propria vita, in particolare persone come me, cioè ragazzi-adulti, in parte spinti dal forte desiderio di emancipazione e in parte trattenuti da un’incatenante necessità di protezione. Miyazaki, Kondo e lo Studio Ghibli ci possono fare forza e aiutare a capire dove stiamo sbagliando.

“Non c’è niente da temere: nei giorni di luna nuova lo spazio si distorce. Ciò che è distante appare vicino e ciò che è prossimo più piccolo, solo questo.”

Voto: 9/10

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Pubblicato da su 8 dicembre 2013 in Animazione, Commedia, Drammatico, Teen

 

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Hunger Games

locandinaTitolo originale: The Hunger Games
Titolo italiano: Hunger Games
Anno: 2012
Nazionalità: USA
Regia: Gary Ross
Interpreti: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Lenny Kravitz, Stanley Tucci, Donald Sutherland
Tratto dall’omonimo romanzo di Suzanne Collins

Perché questo film
Sono anni che Hollywood prova a lanciare nuovi franchise teen fantasy, con l’intenzione di replicare l’enorme successo della saga di Harry Potter. La formula inizialmente pareva semplice: non vi era che da prendere una serie di romanzi di successo destinati prevalentemente ai giovani, adattarli più fedelmente possibile, metterli in mano a un regista talentuoso ma non troppo in vista e investire molti soldi in scenografie, costumi, effetti speciali e cast. Eppure, se si esclude il caso Twilight, che ha saputo approfittare di un’onda modaiola sconcertante, solo il sopra citato Harry Potter è riuscito a conquistare il mondo anno dopo anno, crescendo in dimensioni e incassi ad ogni nuovo film, e concretizzando un finale da capogiro in termini di numeri. Nel frattempo, invece, enormi avvii di franchise come Eragon e La Bussola d’Oro neanche sono stati in grado di superare il primo ostacolo, hanno floppato e non si sono visti rinnovati; e saghe come Le Cronache di Narnia o Percy Jackson, che al momento contano più di un titolo, non si possono certo giudicare grandi successi, anzi, danno l’impressione di procedere a scossoni, attraverso il reinvestimento dei loro stessi guadagni.
Hunger Games è atterrato sulla scena cinematografica fantasy in un momento propizio, con Harry Potter e Twilight conclusi, gli altri franchise abbastanza instabili, e il mondo dei kolossal popolato da supereroi più divini che umani. Questo e altri fattori (che discuterò più sotto) hanno condotto Hunger Games a ricevere una calorosa accoglienza e un discreto e diffuso consenso. A breve uscirà in Italia il secondo capitolo: verrà confermato il successo della saga oppure no? Ho scelto questo film per la recensione della settimana perché trovavo questa domanda interessante.

Immaginario
Partiamo col definire il prodotto di cui stiamo parlando. Come ho accennato sopra il film appartiene al grande calderone del teen fantasy, ovvero film di avventura con elementi fantastici i cui protagonisti sono dei ragazzi. Qui in realtà già notiamo una variazione sul tema, dal momento che non è presente nessun elemento propriamente magico, e il fantastico è introdotto solo per mezzo di una tecnologia futurepunk, dal design pulito ma dotato di qualche elemento vintage, che include ambienti di realtà aumentata totalmente immersiva, vestiti che prendono fuoco, treni magnetici ad alta velocità e delle specie di navi volanti per il trasporto dei militari. L’impressione generale è che si tratti di un minestrone più estetico che funzionale, ma nonostante questo non è sgradevole. Si percepisce molto bene il fasto eccentrico di Capitol City, l’esagerata opulenza di una classe sociale che costruisce, spreca e inventa sempre nuovi modi per divertirsi. Pur nella sua convenzionalità il confronto tra la ricchezza di questo mondo, con la sua ostentazione ritualizzata, e la umile miseria della vita dei protagonisti è efficace. È certamente banale (e modaiolo) il voler demonizzare il consumismo declinandolo nella sua forma più sfrenata in maniera da poterlo contrapporre alla semplicità e alla rettitudine delle province oppresse, ma è comunque sempre meglio della solita battaglia del bene contro il male. Perlomeno qui chi scrive si prende l’impegno di evitare il completo appiattimento dei molti personaggi cercando di sfumarli di grigio. In particolare i mentori dei due protagonisti sono provvisti di personalità sensate e il presentatore, uno Stanley Tucci assolutamente sopra le righe, è conturbante e spassoso.

Target
Sarebbe facile criticare Hunger Games sostenendo che è troppo poco realistico, troppo poco cruento, troppo poco imprevedibile. Certo, c’è in fondo di verità in queste affermazioni, ma non bisogna dimenticare che sia il film sia il libro hanno un target preciso, che si indica con la sigla YA, ovvero Young Adults. Insomma è un film di avventura per ragazzi, che presenta una situazione di conflitto ambientata in un mondo parallelo in cui scelte politiche non esattamente felici hanno portato a scontri, repressioni e la creazione di disuguaglianze importanti. Un film del genere, che ovviamente non pretende di essere un’opera d’arte, non va giudicato per quel che avrebbe potuto essere, ma piuttosto per quello che non è riuscito ad essere. In particolare Hunger Games, vedremo, costruisce delle premesse estremamente promettenti che non riesce a ripagare del tutto, complice una narrazione un po’ frammentata e una seconda parte scontata e poco coinvolgente.

Parte I
Per me il film ha un buon inizio. La vita e la personalità di Katnis vengono presentate in maniera secca ma funzionale nei primi dieci minuti di pellicola, che non è un vero e proprio inizio in medias res, ma quasi: la sorellina da consolare, la reazione al soffio del gatto, la concentrazione durante la caccia al cervo, lo scambio di battute con Gale, la collera, la rassegnazione, la soddisfazione, l’intesa, la confidenza, l’affetto. Si tratta di un incipit fatto di dettagli, di sguardi, di battute che sottintendono molte cose che lo spettatore non conosce ancora, ma arriverà ad imparare presto. È il vantaggio di avere per le mani un libro di successo: i dettagli stanno tutti lì, ed è sufficiente prenderli e spargerli qua e là, che già il mondo e i personaggi prendono vita.
Poi a un certo punto iniziano ad accadere un sacco di eventi in maniera piuttosto frettolosa – anche qui, cosa tipica dei romanzi, se non fosse che lì sono impastate in mezzo al mucchio di pensieri del protagonista, mentre nel film no – e ci si ritrova in un batter d’occhio in tutt’altra ambientazione, la Capitol City di cui si parlava sopra. E lì si da il via a presentazioni di nuovi personaggi, situazioni formali, riti di iniziazione, consigli, spiegazioni, auguri, crisi di identità eccetera. Capita spesso di chiedersi: “Ma perchè questo?”. Il tutto non annoia, ma non è neanche il massimo: la realtà urbana è molto ricca, ma la regia, che aveva brillato durante i primi 20 minuti di film, qui perde smalto, si attacca alla sceneggiatura e non propone praticamente nessun guizzo. Quel che era partito in maniera ispirata piano piano diventa sempre più scolastico e le belle inquadrature strette, molto adatte alla prima parte, non si allargano ad abbracciare la magnificenza della città, che avrebbe meritato qualche volo d’uccello, qualche piano sequenza o perlomeno un montaggio meno scolastico.

Parte II
È un peccato che il secondo capitolo del film non sia all’altezza di tutta l’impalcatura costruita a fatica durante la precedente ora. Non biasimo particolarmente il regista in realtà, perché in fondo la storia era quella lì e il confronto illustre non poteva essere schivato in nessun modo. Rendere appetibile un Battle Royale softcore, privo dell’ultraviolenza, dell’insano terrore dei partecipanti, della spaventosa figura di Kitano e della crudele ironia di fondo, era un’impresa praticamente impossibile. Infatti succede che, non appena ci si rende conto che il film non sta facendo sul serio, tutta la storia arriva a perdere il carico drammatico accumulato e, passate un paio di scene dopotutto abbastanza coinvolgenti, diventa una vera palla. È vero, gli eventi si concatenano decentemente e vengono sfruttati tutti gli elementi introdotti in precedenza, ma non basta, per me non basta: è tutto finto, cartonato, la vicenda va avanti per coincidenze, per morti accidentali, per mezzo di eventi pilotati che non chiamo deus ex machina solo per educazione. Chi ha un minimo di esperienza nella visione dei film e si era fatto delle aspettative sullo sviluppo della vicenda ci rimane davvero male. Insomma, i ragazzi si devono ammazzare a vicenda, alcuni sono amici, è una cosa terribile! Chissà chi lo farà, come la farà e il modo in cui reagirà di conseguenza! Mi dispiace per voi, ma non troverete risposte a nessuna di queste domande perchè il film non fa mai davvero sul serio. Grande delusione.

Finale
A me il finale è piaciuto, non quanto l’inizio, ma mi è piaciuto. L’ho trovato meno scontato del resto del marasma accaduto dell’arena, ed arriva a proporre un piccolo colpo di scena. Inoltre credo che porti la storia su un nuovo livello che potrà essere ampiamente indagato nei film successivi. Non tutti i contrasti vengono appianati, anzi, si percepisce un orizzonte in fermento. E questo, nonostante tutto, mi fa venire voglia di andare al cinema a vedere il nuovo capitolo. Chi l’avrebbe mai detto, eh!

Voto: 6/10

 
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Pubblicato da su 25 novembre 2013 in Avventura, Science Fantasy, Teen

 

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Bed Time

locandinaTitolo originale: Mientras duermes
Titolo italiano: Bed Time
Anno: 2011
Nazionalità: Spagna
Regia: Jaume Balagueró
Interpreti: Luis Tosar, Marta Etura, Alberto San Juan, Iris Almeida

Perché questo film
Da un po’ di tempo il cinema spagnolo indipendente sta facendo molto bene: pellicole come Buried, Cella 211 e Rec sono state, per me, parentesi cinematografiche intense, notevoli nel sapere allo stesso tempo intrattenere e stimolare. Bed Time, quando è uscito al cinema due anni fa, sembrava proseguire il percorso tracciato dai suoi predecessori e per questo mi ha sempre ispirato. Vedremo insieme come la miscela originale ed esplosiva del film di Jaume Balagueró è riuscita a convincermi ancora di più di quel che mi aspettavo.

Introduzione e trama
Il film è un thriller psicologico molto duro, tra i più riusciti che mi sia capitato di vedere. Se dovessi descriverlo in una parola sceglierei il temine inglese haunting: ossessivo e ossessionante.
La trama dei thriller di maggior efficacia, quasi sempre, non necessita di molto spazio per essere proposta, tutto quello di cui c’è bisogno è una contestualizzazione generale unita alla folgorante idea di base. Poi la regia può, e spesso deve, essere capace di tratteggiare bene le psicologie in gioco, di gestire i ritmi narrativi e di restituire la giusta atmosfera; ma la forza di questi film sta, prima di tutto, nelle proprietà del soggetto, poche righe di testo destabilizzanti. Così il cult di Vincenzo Natali, The Cube, può essere riassunto come: “Sette estranei si svegliano all’interno di un labirinto costituito di stanza cubiche, alcune contenti trappole mortali. Il tentativo di fuga che metteranno in atto rivelerà la loro vera natura”. Oppure, Seven: “Un poliziotto giovane e idealista indaga insieme a un collega anziano e disilluso su un serial killer che punisce in maniera macabramente sensazionalista i vizi capitali. I due capiranno che non è possibile combattere il male senza venirne contaminati”. Ancora, Buried: “Un uomo si sveglia sepolto vivo in una bara, ostaggio di terroristi. Egli dovrà affrontare la vaga indifferenza delle poche persone che gli sarà consentito chiamare per riuscire a liberarsi”. Scusatemi il lungo elenco di esemplificazioni. Il punto è che questi film sono incredibili perché le idee che li hanno generati sono incredibili.
Detto questo, arriviamo alla trama di Bed Time: Il portiere di un vecchio lussuoso palazzo di Barcellona sfrutta la propria posizione per entrare negli appartamenti dei condomini ed arrecare loro piccoli dispiaceri. Questo gli permette di affrontare la solitudine e i sentimenti autodistruttivi, tirando avanti. Ma è solo lo svilupparsi di una vera e propria ossessione per l’infelicità di una giovane donna che lo renderà galvanizzato: egli farà di tutto per rovinarle la vita.

L’idea e il personaggio
Sarà successo a tutti, qualche volta nella vita, di sentirsi così tristi o amareggiati da trovare la felicità altrui insopportabile. Anche se non è facilissimo da ammettere, durante questi momenti, pur non agendo deliberatamente per danneggiare chi ci sta vicino, siamo più propensi a gioire per le disgrazie altrui. Perfino succede che, in tale stato di sconvolgimento, a volte inconsapevolmente ci comportiamo in maniera da scoraggiare gli altri, farli sentire in colpa e altre cose di questo tipo. Si tratta di momenti miserabili delle nostre esistenze, che è consigliabile combattere, per la salute di tutti. Ora, un personaggio che, solo e depresso, ha fatto dell’infelicità altrui la propria linfa vitale è perfettamente credibile, senza che vi sia neanche bisogno di postulare improbabili malattie mentali: un’infanzia infelice, un’adolescenza repressa, una vita adulta fallimentare possono essere sufficienti per spingere una persona sull’orlo della psicosi cui è vittima il protagonista, Cesar, che, pur nel suo egoismo, nella sua cattiveria e nella sua amoralità rimane un essere umano con cui è possibile confrontarsi.
Nella prima scena vediamo Cesar sul tetto del palazzo dove lavora, per l’ennesima volta sul punto di suicidarsi. Poco dopo lo troviamo al capezzale della madre malata e demente, e abbiamo il primo assaggio di uno degli stati emotivi che lo contraddistingueranno nel film: un misto di compatimento e risentimento. Più volte ci troviamo ad ascoltare i suoi pensieri ossessivi. Osserviamo come egli, pur coltivando i suoi diabolici passatempi notturni, appaia come una persona civile, interessata alla propria immagine, controllata nelle parole e negli atteggiamenti. Insomma, mai troppo sopra le righe Cesar risulta una persona complicata ma reale, capace di vivere ripensamenti e dubbi, e al tempo stesso, purtroppo, capace di ferire e distruggere gli altri pur di ricavare sollievo dalla propria condizione esistenziale.
L’interpretazione di Luis Tosar trasmette questo e tanto altro, e non è un compito facile. Se la vicenda raccontata è tanto credibile molti meriti vanno anche riconosciuti alla larghezza delle spalle dell’attore spagnolo. 

La struttura
Fin dalla prima scena il film procede lentamente ma inesorabilmente, crescendo in tensione e profondità minuto dopo minuto. L’incipit è quasi un gioco di prestigio alla Tati, spiazzante e inquietante, e dimostra un grande impegno registico – e un grande gusto. Totalmente interdetti da questa partenza si è affamati di dettagli e il gusto amaro, amarissimo, della routine di Cesar riesce coinvolgerci ancora di più. Per alcuni minuti sembra addirittura di vivere dentro L’inquilino del terzo piano. Poi arriva il primo, piccolo, colpo di scena, e da lì sarà un’escalation di sorprese sempre più crudeli.
La costruzione di tutta la prima metà del film a mio parere non poteva essere migliore, la tensione è altissima, il disagio ancora di più, gli interrogativi morali fioccano che è un piacere e il personaggio di Cesar diventa sempre più vivido. Purtroppo la seconda parte non si rivela ad orologeria come la prima: la vicenda si stringe in un collo di bottiglia intenso ma un po’ forzato e i tentativi di mantenere un approccio parzialmente orizzontale alla vita nel palazzo, pur proponendo una scena dalla grande drammaticità (il dialogo con la vecchia signora Veronica), a me sono parsi un po’ scoordinati. Verso la conclusione la narrazione perde ulteriormente smalto e a un certo punto finisce proprio per ammosciarsi, ma per fortuna la scena finale riesce a proporre un altro gioco di prestigio contorci-budella (con un retrogusto alla Agata Christie), e a dare spessore retroattivo a scelte che potevano essere considerate un po’ dubbie.

Conclusione
La fotografia del film è molto azzeccata: scura e ipnotica nelle scene notturne, bianca e asettica di giorno, sembra quasi sottolineare come alla luce del sole la vita, per Cesar, è poco più di una fredda finzione. Pur essendo imperniata su questo dualismo essa risulta tuttavia molto realistica. Altrettanto realistici sono i dialoghi, quasi naturalistici, fatti di cortesie, frasi di circostanza, ostilità più o meno velate, reticenze e momenti spontanei anche belli. Questo fatto per me è assai importante, anche un film viscerale e capovolto come Bed Time ha bisogno della sua dose di normalità per risultare credibile; come per la fotografia e la psicologia del protagonista, anche nella scrittura è necessario che due colori diversi si contrappongano affinché il lato oscuro della storia risulti davvero dirompente. C’è grande sapienza registica nella gestione di tutto questo materiale scottante.
E neanche, nel suo sviluppo, Bed Time segue una strada facile, asfaltata, ben segnalata. Il film è allo stesso tempo un dramma psicologico di spessore e un thriller sconvolgente. Quando un artista ispirato trova il coraggio di infilarsi nell’angusto spazio tra questi generi finisce per produrre incubi molto realistici, perché molto umani. Così Kubrick fa Shining, Polanski dirige Rosemary e Sclavi inventa Dylan Dog. Anche se ciò potrebbe farmi sembrare un eretico, non faccio fatica ad accostare Balagueró a questi nomi. Secondo me Bed Time, pur con le sue imperfezioni, è un piccolo capolavoro.

Voto: 9/10

 
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Pubblicato da su 8 novembre 2013 in Horror, Psicologico, Thriller

 

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A Late Quartet

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Titolo originale
: A Late Quartet
Titolo italiano: Una Fragile Armonia
Anno: 2012
Nazionalità: USA
Regia: Yaron Zilberman
Interpreti: Philip Seymour Hoffman, Christopher Walken, Imogen Poots, Catherine Keener

Perché questo film
In famiglia, da me, si è sempre ascoltata moltissima musica classica. Mio fratello suona il violino da più di 10 anni e, un po’ per questo, un po’ per indole personale, i miei sono da sempre appassionati – tra le altre cose – di musica da camera. Avevo scaricato per mia mamma la versione inglese di questo film quando ancora in Italia non si parlava di distribuzione e ieri, mentre decidevo cosa guardare e recensire, me lo sono trovato davanti. Ho pensato: “un film drammatico che tratta le difficoltà di un microcosmo musicale, con Philip Seymur Hoffman… figata!” Così mi sono preso il pomeriggio libero e l’ho guardato. Segue il mio parere.

Trama
Stati Uniti, giorni nostri. La solida alchimia di un famoso quartetto di archi entra in crisi nel momento in cui il membro più anziano, il violoncellista Peter, inizia ad accusare i primi sintomi del morbo di Parkinson. Daniel e Robert, rispettivamente primo e secondo violino entrano in conflitto per diversi motivi, legati al passato e al presente, e si litigano il ruolo. Robert e Juliet, marito e moglie, vivono i conflitti interni al gruppo in maniera poco adulta e poco unita, e finiscono per allontanarsi. La loro figlia, Alex, reagisce in maniera rabbiosa alla crisi coniugale dei genitori, portando a galla vecchi dolori e cercando consolazione là dove non dovrebbe. Juliet è stata adottata da Peter dopo la morte della madre, e ha conosciuto Robert grazie al quartetto, dopo avere avuto una storia con Daniel. Quel che vediamo sullo schermo è un intreccio fitto di legami affettivi e professionali, che spesso tendono a sovrapporsi e si organizzano a comporre un quadro intenso, centrato sulle relazioni, sui loro risvolti ombrosi, sulla loro forza  – e ciò fa di A Late Quartet un film sulla famiglia, ancor prima che un film sulla musica.

Struttura
Leggendo la sinossi si potrebbe pensare che il film voglia parlare di un po’ troppe cose, e una sensazione simile la si prova anche guardandolo. È un equilibrio difficile quello a cui ambisce il regista Yaron Zilberman, che si impegna a fondo affinché la sua narrazione risulti centripeta e non centrifuga. E ci riesce… cioè, il baricentro della narrazione rimane sempre il quartetto, con il suo passato, i suoi problemi, i suoi rapporti di forza e le sue storie d’amore. A Late Quartet è un film sui ruoli, sui conflitti che essi possono causare tra le persone e nelle persone, specie quando lavoro e famiglia tendono ad amalgamarsi troppo. C’è grande consapevolezza di scrittura nel gestire le identità personali e collettive cui partecipano Peter, Daniel, Robert e Juliet, nel mostrarle in conflitto e poi in crisi. Ma, mentre da un lato questa consapevolezza e questa pragmaticità registica consentono al film di rimanere compatto e non sbrindellarsi in una coralità che avrebbe avuto poco a che fare i temi trattati, da un altro lato rendono l’opera un po’ stilizzata, un po’ troppo composta, e in definitiva non così sorprendente. Almeno, non sorprendente sul piano narrativo. La storia è ben congegnata, gli equilibri tra personaggi efficienti, tuttavia a volte si annusa l’artificio dietro tutto questo, nell’impegno ad aprire e chiudere parentesi così diligentemente, a recuperare tutti i dettagli introdotti per riutilizzarli. La conseguenza di ciò è che quasi nulla di quel che si vede arriva a coinvolgere veramente, nulla ci lascia così stupiti e il tutto rischia di passare e finire senza lasciare molta traccia. A Late Quartet è un film un po’ moscio, perchè un po’ troppo garbato.

Interpretazione
Questo se non ci fossero due ulteriori livelli cinematografici in grado di arricchire di molto l’esperienza dello spettatore. Il primo – ce lo si poteva aspettare – è la recitazione. Chi guarda un film così, me compreso, molto prima che per la storia o per le tematiche trattate, lo fa per gli attori.
Philip Seymur Hoffman, per non chi lo conoscesse, è un camaleonte: sembra essere nato per tutti i ruoli in cui ha recitato. Qui intrepreta Robert, un secondo violinista lievemente frustrato che, scosso dalla malattia di Peter, arriva a rendersi conto di aver rinunciato a troppe cose nella vita. La struttura del film non ci permette di immergerci completamente nella dimensione umana di David, non dispone di scene volte a fare interiorizzare al pubblico la sua confusione, la sua testardaggine, il suo crescente astio nei confronti di David, ma, per fortuna, molte emozioni passano grazie alla grande interpretazione di Philip Seymur Hoffman. Il suo sguardo basso e rabbioso, la sua postura, la sua voce veemente ma spezzata raccontano lo stato di mortificazione del personaggio in maniera molto vivida.
Cristopher Walken è forse ancora più intenso nella sua interpretazione di Peter. Quello sguardo vispo ma a tratti sconsolato, quella punta di risolutezza in una voce altrimenti pacata, i movimenti rapidi e precisi, da violoncellista navigato, che si sbriciolano a causa del Parkinson. La sua è una prova incredibile. Tutti gli attori sono incredibili, così come lo è l’abilità del dirigerli. Chapeu a Zilberman su questo.

Musica
Il secondo aspetto importante per la riuscita del film è il dialogo che la narrazione ha con la musica. Musica che inizialmente porta alla scoperta della malattia di Peter, ed è quindi destabilizzante, musica che accompagna il gruppo al momento di maggiore conflitto del film e, alla fine, musica che sostiene, che colma i vuoti e che unisce le persone. L’opera 131 di Beethoven, una delle più difficili del compositore, presentata fin da subito come una corsa da far venire il fiatone, chiosa la storia, la riempie di sfumature e ne offre una lettura alta, sublimata. Della musica si parla più e più volte: persone che amano la musica e vivono di musica non possono che confrontarcisi continuamente. Così una descrizione del lavoro del secondo violino, sommesso ma colorato, che dà profondità alla melodia, viaggiando “appena sotto la superficie”, diventa un po’ la descrizione dello stile di vita che si è scelto Robert. Oppure, il suggerimento di Peter ai suoi allievi di valorizzare quel che di buono c’è in un’interpretazione piuttosto che di struggersi per quel che non funziona individua il grande problema che hanno un po’ tutti, da Daniel a Juliet, ovvero non riuscire a trovare sufficiente quel che di bello hanno nella loro vita. Ancora, la sfida che Robert lancia a Daniel, di lasciarsi andare di più nella musica, abbandonando la freddezza e il calcolo a favore della passione, segnerà un momento importante nella vicenda, perché verrà presa un po’ troppo alla lettera.

Insomma, A Late Quartet sarà forse un po’ prevedibile, costruito (come certa musica) in maniera matematica, ma questo aspetto è identificabile solo una volta che si è giunti alla conclusione e si tirano le somme. Stare dentro al film, e farsi trascinare dalla crescente turbolenza della storia, venire ammaliati dal grande lavoro attoriale ed essere stimolati dai dialoghi, è molto appagante. Nulla risulta davvero scontato, nulla davvero noioso. Oltre ad essere un po’ moscio e troppo garbato, come detto, A Late Quartet è un film stratificato e maturo, che merita di essere visto.

Voto: 7/10

 
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Pubblicato da su 3 novembre 2013 in Drammatico, Musicale

 

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