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Interstellar

interstellar
Titolo originale
: Interstellar
Titolo italiano: Interstellar
Anno: 2014
Nazionalità: USA
Regia: Christopher Nolan
Interpreti: Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Michael Caine, Matt Damon

Perchè questo film
Perchè Nolan è un pazzo visionario. Nel 2007, dopo aver lasciato a bocca aperta le platee di tutto il mondo con un cinecomic superlativo, ha la faccia tosta di chiedere alla Warner di sponsorizzargli un film in cui i protagonisti viaggino all’interno di sogni lucidi, distorcendo il tempo e generando perturbazioni inconsce sempre più catastrofiche. Ne scaturisce una delle opere narrativamente più ambiziose della storia del cinema. A quel punto torna sull’uomo pipistrello e, nonostante chiare difficoltà in sede di montaggio, riesce a mettere in piedi un film ancora diverso facendo almeno in parte dimenticare il glorioso secondo capitolo. Quindi comincia il lavoro su Interstellar, definito, per i giornali e i siti di cinema, un’opera su buchi neri e viaggi nel tempo, scientificamente attendibile. Collegato al progetto c’è Kip Thorne, fisico teorico di enorme fama, autore di alcuni dei testi divulgativi più apprezzati in cosmologia e astrofisica.
Nolan è un regista ossessionato, perfezionista, artisticamente così irrequieto che ad ogni nuovo film si sente in dovere di alzare l’asticella, correndo rischi sconsiderati per qualcuno che lavora a così alto budget. E sebbene abbia collezionato diversi scivoloni lungo la propria filmografia – ce ne sono anche in questo film – allo stesso tempo egli è sempre riuscito a fare le cose a modo proprio.
In aggiunta a tutto questo, va detto, io ero il target prefetto per una pellicola di questo genere: adoro l’hard sci-fi e ne conosco ambizioni e stilemi; sono stato un paio d’anni appassionato di astrofisica – ai suoi tempi ho affrontato la lettura di Barrow e Davies e Hawking su relatività, freccia del tempo, mondi a più dimensioni, singolarità fisiche, universi paralleli, eccetera; e infine 2001: Odissea nello spazio è il mio film preferito di sempre, ci ho fatto la tesina di maturità, più di un esame a Brera, e l’avrò visto una decina di volte. Non ho dubbi sul fatto che gran parte del pubblico non fosse intellettualmente preparata per assistere ad un’opera come Interstellar, ma non lo sostengo con spregio, anzi, questo ha generato una varietà di risposte curiosamente ampia all’opera di Nolan con moltissime recensioni che si sono concentrate su aspetti della trama a che a me sono sembrati secondari. È molto bello quando un film si dimostra tanto stratificato da generare interpretazioni e giudizi più che discordanti, proprio non allineati, come se riguardassero cose diverse. C’è chi ha definito il film fascista. Chi transumanista. Chi intimista. Chi ottimista e chi pessimista. Chi commerciale, chi autoriale, chi confuso, chi lucido, chi appassionato e chi freddo. C’è chi ha detto che si tratta di un’opera sull’amore, chi sull’ambizione, chi sulla solitudine. Qualcuno ci ha visto dentro tanto Gravity, chi tanto 2001 e chi tanto Inception. Io l’ho trovata una pellicola sull’inevitabilità degli accadimenti, alla Vonnegut, ma senza tutto l’apparato di rassegnazione autoironica. Da questo punto di vista ha diverse cose in comune con Le Sirene di Titano, che è un capolavoro davvero troppo sconosciuto e di cui consiglio la lettura a chiunque abbia apprezzato questo film.

L’anima dell’opera
Interstellar è più della somma delle sue parti. Potremmo passare giorni ad elencare i punti di forza e debolezza della scrittura, della messinscena, delle interpretazioni attoriali, e lo stesso non saremmo un passo più vicini al giudizio dell’opera come tale. La colonna sonora è meravigliosa. I drammi umani sono trattati con intelligenza. La risoluzione del gap temporale è commovente. L’arrivo a Gargantua non solo è un momento spinto di sense of wonder ma testimonia il traguardo cinematografico importante della ricostruzione visiva di un buco nero. Le IA sono originali ma a volte risultano un po’ troppo sopra le righe. La scientificità dell’opera si fa molto più sentire nella riproduzione delle dinamiche cosmologiche che nella costruzione della vicenda, con i personaggi che sembrano quasi ignari delle cose cui stanno andando incontro. Di conseguenza alcuni dialoghi paiono un po’ fuori contesto. Il wormhole sembra l’ingresso di un livello di Crash Bandicoot. Eccetera. Non si possono mettere sulla bilancia queste cose e ricevere in cambio uno scontrino che dica: “credibile ma un po’ troppo drammatizzato” oppure “un’opera poco compatta ma emozionante”. Davvero, no. È senza dubbio vero che Interstellar vuole essere troppe cose, e di conseguenza gli equilibri narrativi che presenta sono un po’ instabili, ma non si tratta di un’accozzaglia di materiale ma piuttosto di un complicato sistema planetario con un paio di centri di gravità e moltissimo materiale che vi gira attorno: detriti, comete, intuizioni e inquietudini. Interstellar è un film pluridimensionale da esplorare a fondo.

Quali sono questi centri gravitazionali a parer mio? Incredibilmente, gli stessi di Inception. Incredibilmente perchè le due opere sono quasi una l’antitesi dell’altra: dove nella prima c’era un groviglio narrativo inscindibile nella seconda c’è una certa percorribilità, dove una presenta un’opulenta visionarietà l’altra propone un’eleganza stilistica inarrivabile. Eppure al loro cuore entrambe le opere parlano, da un lato, del desiderio consumante di tornare dai propri figli, sconfiggendo rimpianti e sensi di colpa, e dall’altra dello scorrere del tempo. Entrambe queste anime si manifestano con grande potenza dopo il ritorno dal pianeta di Miller, con un Cooper distrutto che si rende conto di cosa abbia significato per lui sacrificare 23 anni della vita con la propria figlia. Sia in Inception sia in Interstellar le persone sono separate da distanze galattiche che riescono ad essere attraversate oltre ogni plausibilità da forze umane, come l’amore, la determinazione e il rimorso. Il cinema di Nolan degli ultimi anni è stato un cinema in cui grandi sentimenti deformano la realtà, rendendo possibile l’impossibile, e non in maniera disneyana, plasticosa, ma per mezzo di strappi nel tessuto del reale, trascendenze fisiche, singolarità che in Interstellar si manifestano nella loro forma più pura. Interstellar e Inception sono operazioni che fanno venire le vertigini, sono puro, distillato sense of wonder, e non sarò mai abbastanza grato a Nolan per aver avuto il coraggio di mettere su pellicola questo suo modo di vedere il mondo.

Un grande difetto
Fermo restando che il nocciolo comunicativo di Interstellar è quello appena illustrato, e non lo cambierei di una virgola, mi sento di criticare un aspetto marginale ma importante per la solidità dell’impalcatura narrativa del film. Sono d’accordo che non vi fosse spazio per sviluppare approfonditamente il contesto social sci-fi, ma l’opera è talmente piena di suggerimenti e input che qualcosa in più poteva essere fatto ai fini di rendere più chiara la situazione della Terra. Più volte nella prima parte del film si parla di una piaga in grado di desertificare il pianeta ma, nonostante vi siano le occasioni per approfondire economicamente e scientificamente la cosa, Nolan non sembra prendersi la briga di farlo. Questo tipo di leggerezza, che è stato perdonato alla maggior parte delle pellicole di fantascienza, qui sembra particolarmente stonato perchè quanto l’opera risulta fisicamente coerente tanto appare politicamente stilizzata. Invece che imbarcarsi in un’avventura galattica estrema l’umanità non poteva combattere la pandemia agricola? E da cosa è stata causata questa piaga? Si accenna da un lato ad un progressivo abbandono della tecnologia e dall’altro alla solita catastrofe ecologica ma non è mai chiaro quale delle due cose sia causa dell’altra.

Amedeo Balbi, nella sua bella recensione, fa giustamente notare che il film può essere letto come un’originale capovolgimento del clichè che vuole l’uomo vittima della propria tracotanza, sconfitto mentre stava ergendo una torre di Babele tecnologica. In Interstellar invece la nostra hubris è proprio quello che ci salva dagli stenti in cui l’abbandono del progresso ci ha catapultati. Forse. Il problema sta proprio nel fatto che questa coraggiosa posizione non sia tenuta con sufficiente fermezza da renderla reale, per cui ottima intuizione, ma poche palle, a parer mio.
Un caso isolato? Purtroppo no. Gli equilibri biochimici umani sono trattati con eguale superficialità. Non solo i protagonisti sopravvivono a stravolgimenti di pressione, attrazione gravitazionale e forza centrifuga estreme, ma non ne sembrano neanche particolarmente affetti – niente vertigini, vomito, emicrania, svenimenti. C’è un timido accenno agli scompensi del decollo, ma nulla di più: di nuovo braccino corto. L’ibernazione è gestita ancora peggio. Non è proprio possibile né che lo scongelamento duri pochi secondi, né che al risveglio ci si senta freschi e riposati, né che il processo si possa ripetere un numero indefinito di volte senza incorrere in seri danni ai tessuti. E poi per quale diavolo di motivo le persone dovrebbero morire di vecchiaia in presenza di una tecnologia crionica matura? Capisco che i Nolan non volessero invischiarsi troppo in questioni bioetiche, e al tempo stesso necessitassero di drammatizzare lo scorrere del tempo attraverso la minaccia della morte. Ma si tratta comunque di un’incoerenza narrativa pesante, che mi ha infastidito molto.
Insomma trovo che ottime intenzioni a livello di soggetto siano state troppo smussate durante la messinscena, per una mancanza di determinazione o forse, la paura di una censura ideologica.

Un colpo di genio [spoiler]
Nella scorsa recensione, qui, ho concluso sostenendo che la più grande mossa da maestro di Goddard fosse stata creare una tale confusione tra livelli narrativi che alla fine non fosse più chiaro quali clichè fossero voluti e quali fossero involontari, favorendo l’assoluzione retroattiva anche per errori non calcolati. Ho trovato un giochetto del genere anche qui.
Come ho accennato ad inizio recensione, a me Interstellar è parso un film sull’inevitabilità degli accadimenti. Un film deterministico, se vogliamo, che sottolinea quanto le forze cosmiche siano impegnate a fare andare le cose per il verso giusto. In un certo senso questa morale è inevitabile quando si decide di includere il tempo einsteiniano all’interno della propria opera, per cui non ho idea se Nolan volesse da principio parlare di questo o ci fosse inciampato per forza di cose. Fatto sta che egli, volontariamente o no, finisce ad illustrare quel modo controintuitivo di percepire il tempo tipico della letteratura scientifica del 900 e di alcuni romanzi postmoderni (ho già citato Vonnegut) e a suggerire una finalità cosmica abbastanza in linea con la teoria del principio antropico. Dove sta allora il gioco di prestigio a là Cabin in the Woods? Se era destino che tutto andasse in una certa maniera allora quelli che potrebbero sembrare modi banali per risolvere nodi centrali della vicenda, se non, appunto, clichè (l’attracco di fortuna all’Endurance fuori controllo, il paradosso della libreria, la sopravvivenza di Cooper) non sono scelte narrative pigre, ma la prova dell’esistenza di quella forza risolutrice che manovra la storia e le fa prendere le direzioni desiderate. Difficile a questo punto non vederci la tanto cara metafora nolaniana del cinema come architettura, preponderante in Inception. Oppure, anche, questa chiave di lettura non era stata predisposta e io sono stato gabbato. Ma la struttura dell’opera è tale che non possiamo sapere se determinate scelte sono state fatte apposta o no, per cui ancora una volta, ben fatto, Nolan, ben fatto.

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Cooper e Mann si azzuffano su un deserto pianeta ghiacciato
a milioni di anni luce dalla Terra, tale è il dramma che stanno vivendo.
Se questo non è pazzesco, devo rivedermi il significato di “pazzesco”.

Voto: 9

 
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Pubblicato da su 11 novembre 2014 in Drammatico, Fantascienza, Psicologico

 

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Dellamorte Dellamore

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Titolo originale:
Dellamorte Dellamore
Anno: 1994
Nazionalità: Italia
Regia: Michele Soavi
Interpreti: Rupert Everett, François Hadji-Lazaro, Anna Falchi
Tratto dall’omonimo romanzo di Tiziano Sclavi

Perché questo film
Qualche giorno fa una cara amica ha nominato Dylan Dog, confessando che le sarebbe piaciuto provare a leggerne qualche numero, e chiedendomi consiglio. Sapeva che in passato ero stato un grande appassionato. Immediatamente sono corso in camera di mio fratello – dove teniamo orgogliosi una collezione di quasi 100 albi – e ho iniziato a scorrere i titoli cercando di ricordare le suggestioni che mi aveva dato ciascuno di essi. Dovevo trovare tre numeri adatti ad introdurre una persona totalmente digiuna nell’assurdo mondo di dell’indagatore dell’incubo. È successo che mi sono messo a rileggere un albo dopo l’altro, con maggiore senso critico di una volta, forse, ma non minor trasporto. Ora che ho ripreso in mano i fumetti, posso affermare con sicurezza che Tiziano Sclavi è riuscito a dare vita a qualcosa veramente speciale: ad ogni nuova pagina mi rendevo sempre più conto che niente di quel che avevo mai visto o letto assomigliava, neppure lontanamente, al mix di ironia, follia, brutalità e umanità dei Dylan meglio riusciti. Il loro sapore era unico.
Ovviamente questo discorso varrebbe se escludessimo gli altri lavori di Sclavi, ingiustamente poco conosciuti. I suoi romanzi, frutto tra le altre cose di una ricerca stilistica non da poco, sono popolati di personaggi tra il drammatico e il ridicolo che ricordano molto quelli dell’universo dylandogiano, come Block, Groucho, Madame Trelkowski e lo stesso Dylan. E tendono ad oscillare tra surreale e iperreale. Comprensibile che i romanzi di Tiziano abbiano qualcosa in comune con i suoi fumetti, direi. Ma non è finita qui: due film sono stai tratti da suoi lavori. Il soggetto di Nero. è stato sviluppato parallelamente per il cinema e per la narrativa, mentre Dellamorte Dellamore è una vera e propria trasposizione dell’omonimo romanzo. La recensione di oggi è di quest’ultimo titolo. Non si parlerà mai abbastanza di Dellamorte Dellamore, un film che merita tutte le attenzioni che ha ricevuto e anche molte di più. Si tratta di un’opera contradditoria, difficile, che si è guadagnata i più entusiastici complimenti e le più feroci critiche.
Ho guardato Dellamorte Dellamore molti anni fa, un file abbastanza rovinato, e praticamente non me lo ricordavo più. Oggi l’ho recuperato, l’ho rivisto e credo, dopo tanto tempo, di essere pronto a scriverne. Segue il mio parere.

Le due anime del film
“Mi chiamo Francesco Dellamorte. Nome buffo no? Ho anche pensato di farmelo cambiare, all’anagrafe. Andrea Dellamorte sarebbe molto meglio per esempio. Sono il custode del cimitero di Buffalora. Non so com’è cominciata l’epidemia, so solo che alcuni cadaveri, non tutti per fortuna, entro 7 giorni dal decesso di notte si risvegliano e diventano morti che camminano. Io il chiamo ritornanti, anche se non capisco perchè abbiano tanta voglia di ritornare.”
Ecco qui, la prima voce fuoricampo del film. Beffarda, distaccata, con un retrogusto amaro, non avrebbe sfigurato in textbox posto di fianco alla tavola iniziale di un fumetto. Un dichiarazione di stile, in pratica.
Sì, Dellamorte Dellamore è un film fumettoso. Di più, è un film frammentato, episodico, che presenta diverse derive splatter, apparente nonsense psicologico, e una spolverata di metafisica esistenzialista. È pieno di zombie bruttissimi e di personaggi caricati fino al ridicolo, insiste sul morboso accostamento sesso-morte, spinto fino alla necrofilia, e lo fa con una leggerezza spregiudicata e decisamente dissonante. Diversi personaggi vomitano, sbavano, sanguinano copiosamente, sbranano e si fanno sbranare. Una schifezza. In tanti hanno definito il film una schifezza.
Poco male. Lì fuori è pieno di B-Movie osceni, sanguinolenti e non esattamente realistici, che tuttavia si sono ritagliati una fetta di pubblico grazie agli eccessi sgraziati che sono stati capaci di proporre. Dellamorte Dellamore ha qualcosa in comune con questo cinema rozzo e casalingo. Ma no, la pellicola di Soavi non è un film spazzatura. Possiede alcune delle caratteristiche dei suoi cugini trash, ma, dove questi potevano offrire, a livello di contenuti, poco più che un vuoto nichilismo, Dellamorte Dellamore è un tripudio di misteri, ironia nera, satira, metafore, citazioni e poesia. Insieme a Francesco Dellamorte, esattamente come insieme a Dylan Dog, lo spettatore sensibile si commuove, si dispera, si aliena, si confonde e si rassegna. E ride.

Film, fumetto, romanzo
È sbagliato, ovviamente, sostenere – come è stato fatto – che Dellamorte Dellamore sia l’unico vero film di Dylan Dog. Certamente è più vicino all’opera cartacea di quanto lo sarà mai qualsiasi cosa fatta dagli americani, ma si tratta di due prodotti diversi, come vedremo. D’altra parte non si può negare che film e fumetti abbiano molte caratteristiche in comune: in entrambe le opere confuse e drammatiche storyline si srotolano all’interno di una cornice umana molto convincente, popolata di personaggi caricaturali ma mordaci e punteggiata di uscite sarcastiche.
Dylan Dog e Francesco Dellamorte, il primo camicia rossa, il secondo bianca, entrambi con il volto dell’attore inglese Rupert Everett, sono uno l’alterego dell’altro in molti sensi. Sono autoironici, sono trasandati, sono malinconici. Ma dove il primo combatte un perenne corpo a corpo con un turbinante universo di individui sconfitti, che in un modo o nell’altro si trasformano in mostri, il secondo è con sé stesso che fa a pugni. La noia, la solitudine, la delusione e un profondo intreccio di eros e thanatos trascineranno Francesco Dellamorte molto in basso. Inoltre, come in Dylan Dog non risulta mai molto chiaro se il paranormale sia effettivamente esistente o si tratti di poco più che presenze che aleggiano ai bordi della coscienza del mondo, non capiamo se in Dellamorte la spirale di violenza che si innesca a un certo punto sia effettivamente reale oppure no. Ma, se nel primo caso la maggior parte dei fantasmi fluttuano attorno all’indagatore dell’incubo, e non dentro, nel secondo infestano direttamente il protagonista.
Il romanzo di Sclavi è ancora più sporco e cinico del film, in realtà. Quel Dellamorte, seduto su un scarcasmo ancor più rancido dei ritornanti, è uno spaventapasseri ben più odioso della sua controparte di cellulosa. E definire lo Gnaghi di carta un mostro deforme significherebbe fargli un complimento. Seguendo il commento di un sagace utente su Youtube, che definiva il film un horror shakesperano, si potrebbe dire che il libro è piuttosto un horror freudiano e il fumetto (tra le altre cose) un dramma bergmaniano. La pellicola è una notevole sintesi tra l’anima delle due opere di Sclavi: abbiamo un Dylan Dog meno romantico e più abbruttito, che abita una Buffalora a dir poco spettrale.

Struttura
Il ritmo del film è buono, anche se nella parte centrale la ridondanza di certe scene può arrivare ad annoiare. È proprio questa sezione la più scabrosa e sanguinolenta, con un regista che insiste parecchio sui dettagli orrorifici. Soavi è fin troppo bravo nel raccontare la fisicità della morte, con la sua puzza, il suo pallore, le unghie marce e cadenti, la pelle livida e sporca; così bravo che ci prende un po’ troppo gusto e finisce col sottomettere la fascinazione gotica della prima parte del film ad una deriva body horror che alla lunga diventa ripetitiva. In questa parte si susseguono sottotrame una via l’altra: l’amore impossibile tra l’improbabile assistente di Francesco (Gnaghi, grasso, ritardato e iperemotivo) e lo zombie della giovane figlia del sindaco; l’attaccamento morboso di una ragazza al suo innamorato morto; la scena incredibilmente trash della castrazione; l’invasione dei boy scout zombie, con annessa suora assassina. Un sacco di morti viventi, un sacco di storie tristi, perfino struggenti, che finiscono molto male. Quanto è sgangherata la lunga parte centrale di questo film! Non è certo un punto di forza, questo, ma bisogna dire, neanche di debolezza. Più che altro si tratta di un marchio di fabbrica. Il successo di Dylan Dog fu conseguenza, tra le altre cose, dell’improbabilità di strutture narrative che si reggevano in piedi per miracolo, fatte di scene sconnesse ma intrinsecamente molto valide. Parole non mie, ma addirittura di Umberto Eco, che per questa intensità sconnessa ha paragonato il fumetto di Sclavi a niente popò di meno che alla Divina Commedia.
Anche se ho parlato di “strutture narrative che si reggono in piedi per miracolo”, in realtà non c’è di mezzo nessun miracolo. Il fatto è che, nel fumetto come nel film, le vicende centrali sono incapsulate in una dimensione umana così vera e così bella da permettere loro di acquistare molto più senso di quello che avrebbero avuto se fossero state presentate da sole. L’inizio e il finale del film sono senza alcun dubbio le parti migliori, così come le incursioni di alcuni dei personaggi secondari più gustosi che vi sarà mai capitato di incontrare. Straniero è il nome del commisario di polizia in ogni singolo lavoro di Sclavi e qui è uno svampito uomo di mezza età che si depista da solo ogni volta che si presenta qualche indizio concreto; il sindaco è una caricatura delle figure politiche interessate solo all’esito delle future elezioni, assolutamente incapace di pensare ad altro se non alla successiva campagna elettorale; Gnaghi è allo stesso tempo ributtante e tenerissimo, così innocente e così desolatamente segnato dalla sua malattia (il ritardo mentale non è mai trattato con superficialità da Sclavi); infine Francesco Dellamorte è un solitario patologico talmente autolesionista da suscitare ben presto una grande pena in chi guarda, nonostante il sarcasmo con cui egli riesce ad affrontare la sua vita.

Tematiche
Nel caso vi stiate chiedendo di cosa parla il film, tolti tutti i fronzoli psicologici, lo splatter e l’ironia nera, ecco la mia opinione: morte, amore e tempo. Dei primi due aspetti ho già accennato qualcosa, ma in generale riassumerei la cosa dicendo che l’amore qui è visto come forza distruttiva, ben più dell’odio, qualsiasi cosa sia l’odio. Un bellissimo “dialogo” verso la fine del film mette bene in chiaro questo punto.
La terza tematica meriterebbe qualche parola in più ma non vorrei spoilerare più di quel che ho già fatto. Si può dire che la progressiva fatica della routine che si tramuta in claustrofobico panico da intrappolamento è una delle tematiche ricorrenti nell’opera di Sclavi. Anche in Dellamorte è presente, in maniera poco esplicita e subdolamente disseminata un po’ ovunque (la tv, il sindaco, il “ritorno dei morti”), ed esplode in un finale da capogiro che io personalmente colloco nella mia top 5 dei finali più geniali e inaspettati di tutto cinema. Un finale che, a modo suo, propone una Pistola di Cechov maiuscola, enorme, totale. Si può dire che ha le potenzialità di fare ripensare a tutta la vicenda.

Concludendo
E ora qualche osservazione disordinata.
– Anna Falchi non sa recitare, ma fisicamente è davvero tanto simile ad alcune delle fiamme di Dylan Dog (Amber ad esempio, in Golconda). Purtroppo ha una parte molto importante nella storia, che rovina quasi totalmente.  Anna Falchi è il difetto principale di Dellamorte Dellamore, difficile da perdonare anche di fronte alle meravigliose tette messe in mostra ripetutamente.
– Il film ha avuto parecchio più successo in Inghilterra, negli States e in Germania che in Italia. In parte questo deve essere dovuto al fatto che la voce impastata e imbalsamata della Falchi è stata risparmiata alle audience estere grazie ad un sapiente doppiaggio; in parte ciò dimostra che il film possiede un respiro internazionale, e che se quei delinquenti del Platinum Studio avessero avuto un po’ più di rispetto per il materiale originale avrebbero potuto guadagnare parecchio di più dalla versione transoceanica di Dylan Dog.
– La colonna sonora è spaziale. Sarà che sono un fan dei motivetti ossessionanti alla Clint Mansell, sarà che ho apprezzato particolarmente il modo in cui riusciva a sposarsi con il fascino decadente delle ambientazioni cimiteriali, sarà che per me l’elettronica nelle soundtrack non è mai troppa. Sarà che sono un fan di Manuel De Sica. Però, wow.
– Nei titoli di coda compaiono i nomi di due scultori. Scultori, esatto. Il cimitero è pieno di statue, alcune parecchio suggestive, ma ancora prima che per queste sono rimasto a bocca aperta di fronte a un modellino dell’isola dei morti di Arnold Bocklin. Una citazione maiuscola. C’è anche una bella citazione da un’opera di Magritte e un’altra da Quarto Potere. Viene omaggiata perfino Arancia Meccanica di Kubrick, anche se qui in maniera non tanto sottile e per questo un po’ pacchiana.

Io odio i B-Movie. Li trovo insulsi, autocompiaciuti e inutilmente volgari. Anche qui, in questo film, ci sono almeno un paio di scene esagerate e gratuite. Il punto è che Soavi si fa perdonare, per la sua maestria con la macchina da presa, per il team artistico di altissimo livello che è riuscito mettere insieme e, anche se non è merito suo, per ambientazione e storia, che sono fantastiche. Io consiglio Dellamorte Dellamore a tutti, davvero a tutti. Qualcuno abbandonerà la visione dopo pochi minuti schifato, qualcuno lo finirà solo per poterne dire male, qualcuno rimarrà interdetto a lungo, qualcuno lo considererà un prodotto malriuscito per poi rivalutarlo, qualcuno lo adorerà. Qualunque sia la vostra reazione almeno avrete visto qualcosa di diverso da solito, realmente diverso. E mi ringrazierete, spero.

Voto: 8

 
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Pubblicato da su 12 gennaio 2014 in Commedia, Drammatico, Horror, Psicologico

 

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Bed Time

locandinaTitolo originale: Mientras duermes
Titolo italiano: Bed Time
Anno: 2011
Nazionalità: Spagna
Regia: Jaume Balagueró
Interpreti: Luis Tosar, Marta Etura, Alberto San Juan, Iris Almeida

Perché questo film
Da un po’ di tempo il cinema spagnolo indipendente sta facendo molto bene: pellicole come Buried, Cella 211 e Rec sono state, per me, parentesi cinematografiche intense, notevoli nel sapere allo stesso tempo intrattenere e stimolare. Bed Time, quando è uscito al cinema due anni fa, sembrava proseguire il percorso tracciato dai suoi predecessori e per questo mi ha sempre ispirato. Vedremo insieme come la miscela originale ed esplosiva del film di Jaume Balagueró è riuscita a convincermi ancora di più di quel che mi aspettavo.

Introduzione e trama
Il film è un thriller psicologico molto duro, tra i più riusciti che mi sia capitato di vedere. Se dovessi descriverlo in una parola sceglierei il temine inglese haunting: ossessivo e ossessionante.
La trama dei thriller di maggior efficacia, quasi sempre, non necessita di molto spazio per essere proposta, tutto quello di cui c’è bisogno è una contestualizzazione generale unita alla folgorante idea di base. Poi la regia può, e spesso deve, essere capace di tratteggiare bene le psicologie in gioco, di gestire i ritmi narrativi e di restituire la giusta atmosfera; ma la forza di questi film sta, prima di tutto, nelle proprietà del soggetto, poche righe di testo destabilizzanti. Così il cult di Vincenzo Natali, The Cube, può essere riassunto come: “Sette estranei si svegliano all’interno di un labirinto costituito di stanza cubiche, alcune contenti trappole mortali. Il tentativo di fuga che metteranno in atto rivelerà la loro vera natura”. Oppure, Seven: “Un poliziotto giovane e idealista indaga insieme a un collega anziano e disilluso su un serial killer che punisce in maniera macabramente sensazionalista i vizi capitali. I due capiranno che non è possibile combattere il male senza venirne contaminati”. Ancora, Buried: “Un uomo si sveglia sepolto vivo in una bara, ostaggio di terroristi. Egli dovrà affrontare la vaga indifferenza delle poche persone che gli sarà consentito chiamare per riuscire a liberarsi”. Scusatemi il lungo elenco di esemplificazioni. Il punto è che questi film sono incredibili perché le idee che li hanno generati sono incredibili.
Detto questo, arriviamo alla trama di Bed Time: Il portiere di un vecchio lussuoso palazzo di Barcellona sfrutta la propria posizione per entrare negli appartamenti dei condomini ed arrecare loro piccoli dispiaceri. Questo gli permette di affrontare la solitudine e i sentimenti autodistruttivi, tirando avanti. Ma è solo lo svilupparsi di una vera e propria ossessione per l’infelicità di una giovane donna che lo renderà galvanizzato: egli farà di tutto per rovinarle la vita.

L’idea e il personaggio
Sarà successo a tutti, qualche volta nella vita, di sentirsi così tristi o amareggiati da trovare la felicità altrui insopportabile. Anche se non è facilissimo da ammettere, durante questi momenti, pur non agendo deliberatamente per danneggiare chi ci sta vicino, siamo più propensi a gioire per le disgrazie altrui. Perfino succede che, in tale stato di sconvolgimento, a volte inconsapevolmente ci comportiamo in maniera da scoraggiare gli altri, farli sentire in colpa e altre cose di questo tipo. Si tratta di momenti miserabili delle nostre esistenze, che è consigliabile combattere, per la salute di tutti. Ora, un personaggio che, solo e depresso, ha fatto dell’infelicità altrui la propria linfa vitale è perfettamente credibile, senza che vi sia neanche bisogno di postulare improbabili malattie mentali: un’infanzia infelice, un’adolescenza repressa, una vita adulta fallimentare possono essere sufficienti per spingere una persona sull’orlo della psicosi cui è vittima il protagonista, Cesar, che, pur nel suo egoismo, nella sua cattiveria e nella sua amoralità rimane un essere umano con cui è possibile confrontarsi.
Nella prima scena vediamo Cesar sul tetto del palazzo dove lavora, per l’ennesima volta sul punto di suicidarsi. Poco dopo lo troviamo al capezzale della madre malata e demente, e abbiamo il primo assaggio di uno degli stati emotivi che lo contraddistingueranno nel film: un misto di compatimento e risentimento. Più volte ci troviamo ad ascoltare i suoi pensieri ossessivi. Osserviamo come egli, pur coltivando i suoi diabolici passatempi notturni, appaia come una persona civile, interessata alla propria immagine, controllata nelle parole e negli atteggiamenti. Insomma, mai troppo sopra le righe Cesar risulta una persona complicata ma reale, capace di vivere ripensamenti e dubbi, e al tempo stesso, purtroppo, capace di ferire e distruggere gli altri pur di ricavare sollievo dalla propria condizione esistenziale.
L’interpretazione di Luis Tosar trasmette questo e tanto altro, e non è un compito facile. Se la vicenda raccontata è tanto credibile molti meriti vanno anche riconosciuti alla larghezza delle spalle dell’attore spagnolo. 

La struttura
Fin dalla prima scena il film procede lentamente ma inesorabilmente, crescendo in tensione e profondità minuto dopo minuto. L’incipit è quasi un gioco di prestigio alla Tati, spiazzante e inquietante, e dimostra un grande impegno registico – e un grande gusto. Totalmente interdetti da questa partenza si è affamati di dettagli e il gusto amaro, amarissimo, della routine di Cesar riesce coinvolgerci ancora di più. Per alcuni minuti sembra addirittura di vivere dentro L’inquilino del terzo piano. Poi arriva il primo, piccolo, colpo di scena, e da lì sarà un’escalation di sorprese sempre più crudeli.
La costruzione di tutta la prima metà del film a mio parere non poteva essere migliore, la tensione è altissima, il disagio ancora di più, gli interrogativi morali fioccano che è un piacere e il personaggio di Cesar diventa sempre più vivido. Purtroppo la seconda parte non si rivela ad orologeria come la prima: la vicenda si stringe in un collo di bottiglia intenso ma un po’ forzato e i tentativi di mantenere un approccio parzialmente orizzontale alla vita nel palazzo, pur proponendo una scena dalla grande drammaticità (il dialogo con la vecchia signora Veronica), a me sono parsi un po’ scoordinati. Verso la conclusione la narrazione perde ulteriormente smalto e a un certo punto finisce proprio per ammosciarsi, ma per fortuna la scena finale riesce a proporre un altro gioco di prestigio contorci-budella (con un retrogusto alla Agata Christie), e a dare spessore retroattivo a scelte che potevano essere considerate un po’ dubbie.

Conclusione
La fotografia del film è molto azzeccata: scura e ipnotica nelle scene notturne, bianca e asettica di giorno, sembra quasi sottolineare come alla luce del sole la vita, per Cesar, è poco più di una fredda finzione. Pur essendo imperniata su questo dualismo essa risulta tuttavia molto realistica. Altrettanto realistici sono i dialoghi, quasi naturalistici, fatti di cortesie, frasi di circostanza, ostilità più o meno velate, reticenze e momenti spontanei anche belli. Questo fatto per me è assai importante, anche un film viscerale e capovolto come Bed Time ha bisogno della sua dose di normalità per risultare credibile; come per la fotografia e la psicologia del protagonista, anche nella scrittura è necessario che due colori diversi si contrappongano affinché il lato oscuro della storia risulti davvero dirompente. C’è grande sapienza registica nella gestione di tutto questo materiale scottante.
E neanche, nel suo sviluppo, Bed Time segue una strada facile, asfaltata, ben segnalata. Il film è allo stesso tempo un dramma psicologico di spessore e un thriller sconvolgente. Quando un artista ispirato trova il coraggio di infilarsi nell’angusto spazio tra questi generi finisce per produrre incubi molto realistici, perché molto umani. Così Kubrick fa Shining, Polanski dirige Rosemary e Sclavi inventa Dylan Dog. Anche se ciò potrebbe farmi sembrare un eretico, non faccio fatica ad accostare Balagueró a questi nomi. Secondo me Bed Time, pur con le sue imperfezioni, è un piccolo capolavoro.

Voto: 8

 
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Pubblicato da su 8 novembre 2013 in Horror, Psicologico, Thriller

 

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