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C’era una volta… a Hollywood

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Lunedì 6 gennaio 2020. C’era una Volta a Hollywood vince il Golden Globe come miglior film commedia o musicale. Quentin Tarantino vince inoltre miglior sceneggiatura e Brad Pitt è premiato come miglior attore non protagonista.
Ma… C’era una Volta a Hollywood è una commedia? Secondo me assolutamente sì. Ne ha tutte le caratteristiche chiave: non si prende mai completamente sul serio, infila una serie di momenti buffi al limite dell’autoconclusivo, e nella tragedia non risulta drammatico ma piuttosto grottesco. Nell’opera di Tarantino si passa dal ridere al ghignare, dal sorriso a un divertito sbigottimento.

Il film, attraverso l’alternanza di divertenti scenette e situazioni surreali dilatate nel tempo, affronta implicitamente moltissime tematiche: lo show biz, il divismo, il rapporto tra tv e cinema, l’America e l’Europa, il passato e il futuro, la realtà e la fantasia, le persone e i personaggi. Non solo, Tarantino sperimenta con il linguaggio cinematografico, parodiando western, documentario, noir, biopic e andando più volte meta, dentro e fuori dallo schermo, davanti e dietro la macchina da presa. Tutto molto ben fatto, fino a che non inizia a girare la testa.
In effetti non è per niente immediato quale sia il punto del film. La maggior parte dei commentatori è arrivata alla conclusione che il senso dell’opera di Tarantino sia l’opera in sé: viaggio nostalgico di analisi e riscrittura della storia, gioco citazionista, danza che lambisce le più varie tematiche psico-socio-culturali.

Per me non è così. Io trovo che C’era una Volta a Hollywood affronti esattamente quello che aveva dichiarato di voler affrontare: Charles Manson. Il film è un’allegoria di Charles Manson e Charles Manson è un’allegoria del film – o meglio, del periodo rappresentato nel film. Mi spiego meglio. Mentre Charles in persona è in scena per un minuto scarso, la sua influenza è presente lungo tutta la vicenda attraverso i membri della comune hippie. Questi ragazzi e queste ragazze sono un prodotto dei tempi: giovani persi e arrabbiati, messi da parte dalla società, bruciati dalle droghe, distratti dalla televisione. È il lato oscuro della sfavillante Holywood, eppure è solo la punta dell’iceberg. Opposti agli hippie troviamo due protagonisti – Rick e Cliff – che loro malgrado incarnano in pieno due lati della personalità di Manson. Così, passo passo, seguendo le loro disavventure arriviamo a simpatizzare involontariamente con la figura del serial killer.

Spoilers ⬇️

Rick, stella di Hollywood minacciata dal fallimento, rappresenta le ambizioni frustrate di Charles Manson. Infatti, proprio come nel film Rick vede la sua carriera affondare tra i ruoli minori, nella realtà Manson è un rispettato musicista che viene abbandonato da amici e sostenitori. Si trova così impossibilitato a perseguire il suo sogno e, incapace di riprendersi, inizia a covare quel rancore che porterà all’assassinio di Sharon Tate. A sottolineare la specularità delle situazioni di Rick e Charles abbiamo il contesto Western: Rick vive il proprio declino professionale interpretando il cattivo all’interno di una ricostruzione di una cittadina del vecchio West; Manson vive il proprio declino professionale come vero cattivo, nella comune formatasi all’interno di una ricostruzione di una cittadina del vecchio West – la stessa in cui Rick aveva conosciuto la fama.
D’altro canto Cliff incarna il lato istrione di Manson, proponendosi come carismatico rinnegato apparentemente invincibile che ci seduce una spacconeria dopo l’altra. Cliff rappresenta il modo in cui Manson viene visto dalle proprie seguaci, che sono storicamente arrivate ad uccidere per lui, stregate dalla sua influenza. Non è un caso che Cliff abbia tanti elementi comuni alla cultura hippie rappresentata nel film, pur non facendone apparentemente parte: l’assenza di un lavoro stabile, l’animo ribelle, l’amore per il proprio cane, i vestiti a fiori, l’inclinazione a consumare allucinogeni.

È un vero lieto fine quello in cui Rick e Cliff, le due anime di Manson, trionfano massacrando gli hippie? In fondo è esattamente quello che Manson ha fatto nella realtà: mandare a morte la propria famiglia.

la verità è che Rick Dalton è un mitomane alcolizzato, vecchio nel corpo e nello spirito, troppo vigliacco per affrontare i propri problemi. Cliff  Booth è un violento uxoricida, che ha addestrato il proprio cane ad uccidere ed è troppo immaturo per affrontare seriamente la vita. Eppure noi spettatori sorridiamo divertiti alla strage che compiono negli ultimi momenti del film, tirando un sospiro di sollievo per la salvezza della bella in pericolo – Sharon Tate. E abbiamo il coraggio di dire che C’era una Volta a… Hollywood è una favola nostalgica di un Tarantino sognante. Come no. Tarantino picchia più duro qui che in tutti gli altri suoi film messi insieme, e lo fa sghignazzando.

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2020 in Commedia, Crime, Psicologico, Satira, Western

 

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Joker

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Nel 2009 al Festival del Cinema di Venezia veniva presentato un piccolo film austriaco della regista Jessica Hausner, Lourdes. In quella sede la pellicola ricevette sia il premio SIGNIS dell’Organizzazione Cattolica per il Cinema sia il premio BRIAN dell’Unione Atei e Agnostici Razionalisti: un risultato a dir poco inaspettato per un film che affrontava a viso aperto la tematica del miracolo.
Esattamente 10 anni dopo, alla 76° edizione del Festival di Venezia, Joker di Todd Philips trionfa vincendo il Leone d’Oro. E questo Joker ha molto in comune con Lourdes, perché non è da meno nel giocare con l’ambiguità del messaggio che manda.

Spoilers ⬇️

Da un lato infatti il film può essere inteso come il racconto di una rivolta contro il potere, guidata più o meno consapevolmente da un Arthur messo ai margini della società. Joker infatti, vessato al lavoro, aggredito in strada, irriso in televisione, vittima della malattia e di un passato doloroso si incammina per una strada oscura. Così, solo e sofferente, dopo aver perso tutto, abbraccia la violenza e compie atti che condurranno ad una sollevazione popolare. Nelle sue ultime parole allo show televisivo echeggia l’accusa di un dolore inascoltato: “Loro pensano che noi staremo buoni e subiremo tutto come bravi ragazzi. Che non impazziremo e non daremo di matto!” e anche “Ho ucciso quei ragazzi perché erano orribili. Sono tutti orribili di questi tempi. È abbastanza per far impazzire chiunque!”.
Quindi Arthur viene portato in salvo dalle folle e innalzato a idolo della rivolta. Giacca rossa e gilet giallo. Joker diventa il simbolo della rivalsa sociale degli emarginati.

Questa interpretazione del film come pamphlet eversivo, che giustifica la violenza dei deboli verso i forti è però solo una faccia della medaglia. Il regista Todd Philips suggerisce questa lettura, ma non credo che la sposi. Secondo me Joker è un film politico, ma non è un film che intende radicalizzare le persone, piuttosto è un’opera che cerca di farle riflettere sulle premesse e sugli esiti di una lotta di classe violenta.

Quindi dall’altro lato il film può essere inteso come una critica alla rivolta che avviene nel finale: Joker diventa sì un simbolo, ma lo diventa suo malgrado, trascinato da irrazionali forze popolari da cui non è in grado di prendere le distanze. La storia di Arthur infatti non è una storia collettiva, è una storia di sofferenza intima e personale che conduce alla violenza dell’esasperazione. E non è una storia di redenzione, ma di perdita: del lavoro, del sostegno medico, della famiglia, della dignità e infine del senno.
Se è vero che dove Arthur muore come persona Joker sorge come simbolo, in ciò non c’è nessuna rivalsa, ma solo un vuoto sfogo. Quello è il momento in cui la richiesta di aiuto cessa, e Arthur abbandona definitivamente ogni briciolo di umanità. L’uccisione della psicologa nella scena finale del film indica che è stato superato un punto di non ritorno: Arthur fino a quel momento aveva associato meccanicamente il bene alle persone che lo trattavano con gentilezza (L’assistente sociale e il nano), e il male alle persone che lo avevano aggredito e umiliato (i ricchi ragazzi bianchi), deformando di conseguenza la percezione della realtà sociale che gli stava attorno. Così egli arriva ad amare tutti coloro che gli ricordano gli individui amici, cioè le persone di colore e i bambini, e ad odiare coloro che gli ricordano gli individui nemici, cioè i maschi bianchi. Questo da un lato sottolinea come la battaglia a lui ispirata sia irrazionale ed effimera, ma dall’altro ci mostra quanto egli abbia bisogno di amore e di amicizia. Fino alla scena finale che chiude definitivamente questa porta.

E così abbiamo l’effetto Lourdes. Due contrapposte visioni della vita e della società si ritrovano entrambe all’interno del medesimo film. Come gli atei e i cattolici rivedevano nella pellicola di Jessica Hausner la propria metafisica, così anarchici e umanisti trovano in Joker la propria visione della società. Io personalmente credo che Todd Philips nasconda un messaggio di solidarietà dietro un film che parla di odio. Credo che voglia ispirarci a tendere la mano ai potenziali Joker, e non a schierarci al loro fianco brandendo i forconi. Credo che ci chieda di restare umani e razionali. Ma potrei sbagliarmi.

 
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Pubblicato da su 9 ottobre 2019 in Crime, Drammatico, Psicologico, Superhero Movie

 

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La Casa di Jack

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“Arancia Meccanica è un pasticcio ideologico, una fantasia fascista mascherata da avvertimento orwelliano. Finge di opporsi allo squadrismo e al controllo delle menti, ma tutto ciò che fa è celebrare la rivoltante figura del suo eroe. […] La verità è che Alex non è uno stupratore sadico a causa della società in cui vive, o dei suoi genitori, o della condotta della polizia. Lo è a causa del produttore, regista e autore del film, Stanley Kubrick. I registi a volte sono un po’ ipocriti nel parlare dei loro personaggi in terza persona, come se fossero davvero un prodotto dei tempi. No, io penso che Kubrick sia troppo modesto in questo: Alex è solo una sua creazione.”

Così scriveva il celebre critico cinematografico Roger Ebert Il 2 febbraio del 1972, a pochi mesi dall’uscita nelle sale di Arancia Meccanica. Voto: 2 stelle su 5.
Quello citato potrebbe essere un estratto di una recensione de La Casa di Jack, una volta sostituiti i nomi propri. Infatti, secondo molti critici, Jack non sarebbe altro che l’incarnazione di una compiaciuta fantasia di Von Trier, che con il suo lavoro eleva l’efferatezza ad arte e ne glorifica l’autore.

Io trovo che l’opera di Von Trier abbia diversi punti di contatto con quella di Kubrick, e per questo motivo ho recuperato la recensione di Roger Ebert. La Casa di Jack e Arancia Meccanica sono infatti simili a partire dalla reazione della critica, disgustata dalla “operazione simpatia” compiuta nei confronti del male. Entrambi i film provocano un forte disagio in chi guarda, per la surrealtà della violenza e per la grottesca bizzarria delle aggressioni compiute dai protagonisti. Si finisce per ridere di scene a dir poco crudeli. Arte e violenza si intrecciano in entrambe le pellicole, anche attraverso momenti musicali che spesso prevedono immagini apparentemente scollegate dagli eventi mischiarsi in un montaggio fortemente simbolico. Le voci fuoricampo di Alex e Jack accompagnano gli eventi rendendoci empatici con la loro vicenda e i loro fini. Addirittura entrambi i protagonisti appaiono più volte all’interno di scene in costume allegoriche che ne rappresentano lo stato d’animo. Infine Lars Von Trier cita esplicitamente Kubrick in una esilarante sequenza di doppio occultamento di cadavere velocizzata in maniera molto simile all’orgia presente in Arancia Meccanica sulle note di Rossini.

Io non credo che La Casa di Jack sia un film che celebra l’assassino come potenziale artista o l’artista come potenziale assassino. Questo è forse il punto di vista di Jack, uomo mediocre, dal pessimo gusto e dalla fortuna sfacciata. E potrebbe anche essere il punto di vista di un Lars Von Trier immaginario, che aleggia su tutta la pellicola come un burattinaio eccitato. Ma il Lars Von Trier reale, sempre in bilico tra genio e follia, sempre ad un passo dall’eccesso, ci racconta un’altra storia. Ci racconta del fallimento di un uomo ossessionato da se stesso, che non trova pace, che sprofonda negli abissi del proprio ego lasciando dietro di sè una scia di devastazione. Un uomo grottesco, ridicolo, che si crede una grande mente ma in realtà è solo delirante.
Se è vero che La Casa di Jack è un film autoriferito, in cui Von Trier parla di se stesso e della sua opera, è anche vero che si tratta di un film ferocemente autocritico, in cui il regista non si concede alcuna possibilità di redenzione. Io posso accettare un cinema egocentrico quando questo non esplode in momenti di narcisismo espressivo, ma piuttosto di severo biasimo di se stessi – come avviene anche in Mother! di Aronofski. L’operazione di Von Trier è particolare perché il film nasconde la sua anima autocritica dietro una patina di apparente autocompiacimento.

Il disagio suscitato dall’opera, come quello vissuto con Arancia Meccanica, è proprio il gioco che fa funzionare il film. È l’anima ironica de La Casa di Jack: il fatto che, indugiando sulla violenza con fare divertito, finiamo per sentirci come se nostra nonna fosse lì seduta di fianco a noi, inorridita. La Casa di Jack ci fa vergognare di noi stessi e non c’è critica più forte di quella che genera senso di colpa. Altro che film celebrativo, l’opera di Lars Von Trier è un’umiliazione continua. Tra una risata e una fitta di dolore.

Voto: 10/10

 
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Pubblicato da su 6 marzo 2019 in Horror, Psicologico, Satira

 

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Mother!

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In una Instagram Story postata 10 minuti dopo aver terminato Mother! scrivevo:
“Avevo paura di guardare Mother!. Sospettavo che fosse un film completamente folle. Ora che l’ho visto posso dire che è davvero un film completamente folle e facevo bene ad averne paura.”

Queste sono state per lungo tempo le uniche parole che mi sono sentito di dire sul film. La pellicola mi aveva davvero sconvolto e facevo molta fatica a rifletterci. Ad ogni modo, a furia di tornarci su, dei pensieri venivano a galla. Ho cercato di razionalizzarli, di ripulirli dalle emozioni scomposte che il film mi aveva causato, e di scriverli qui sotto.

Tutta la produzione cinematografica di Aronofski ruota attorno a situazioni psicofisiche estreme. Pi Greco è un film sulla malattia e sull’ossessione. Requiem for a Dream è un film sulle dipendenze e sulla disperazione che ne deriva. The Fountain è un film sulla paura della morte e sull’incontrollabile desiderio di superarla. The Wrestler è un film sul fallimento, fisico e mentale. Black Swan è un film sull’umiliazione del corpo, visto come nemico e come ostacolo.
Senza negare che si tratti di un’opera più esistenzialista delle precedenti, intrisa di simbolismo religioso, secondo me Mother! segue il filo dei precedenti film di Aronofski. La pellicola possiede infatti l’impronta del regista, secondo cui la vita nient’altro è che una patologia.

L’elemento patologico in Mother! è la paura degli altri. Possiamo chiamarla agorafobia o semplicemente ansia sociale, quella sensazione di avere gli occhi puntati addosso, di essere giudicati non all’altezza, lasciati da parte e rifiutati. Mother! è un racconto di invasione, desiderata o temuta, e vissuta con inquietudine dai primi innocui momenti al tragico finale. La paura degli altri è nelle menzogne di un estraneo che entra in casa senza un apparente motivo, è nelle provocazioni sessuali di sua moglie, nella collera violenta dei loro figli. La paura degli altri è nell’indifferenza di un marito abusivo, nel chiasso di una festa non desiderata, nella sporcizia della folla, nell’assordante caos di un baccanale. La paura degli altri è nell’annullamento di sé di fronte al prossimo, nella paralisi e nel rifiuto della vita. Questi elementi possono sembrare scollegati, ma in realtà si susseguono in una catena consequenziale cristallina, dando vita ad un racconto di rifiuto e di dipendenza il cui svolgimento risulta perfettamente naturale nella sua oscura surrealtà.

La lettura del film però non si ferma qui. Una volta sperimentata la traumatica esperienza dell’agorafobia secondo Aronofski non resta che chiedersi da cosa essa sia causata. La risposta è solo implicitamente suggerita dal regista, compare scrutando a fondo dentro il film e cogliendo le allegorie religiose. A me è giunta nel momento in cui ho associato l’immaginario di Mother! con quello di Perfect Blue, capolavoro di Satoshi Kon già citato visivamente da Aronofski in Requiem for a Dream e in Black Swan. Sto parlando del senso di colpa, traumatico stato d’animo che porta al rifiuto della vita. Il senso di colpa del peccatore, secondo il cristianesimo, oppure il senso di colpa dell’uomo moderno, che inquina e devasta la natura. Il senso di colpa di un uomo di fronte al fallimento o di una donna che sente di non bastare al proprio uomo. O ancora il senso di colpa di tutti noi, per non essere mai all’altezza, per aver deluso tutti, o semplicemente per il fatto di esistere. Il senso di colpa è il trauma che genera i mostri raccontati in Mother!, in cui gli altri sono il vero incubo perché sono in grado di smascherarci nella nostra inadeguatezza.

Mother! è un meraviglioso, terrificante film sulla paura degli altri causata dall’incapacità di perdonare noi stessi. È così spaventoso perché è profondo e inaspettato, e nella sua assurdità risulta così reale.

Voto: 10/10

 
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Pubblicato da su 4 febbraio 2019 in Drammatico, Horror, Psicologico, Satira

 

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The Killing of a Sacred Deer

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The Killing of a Sacred Deer è il tipo di film che continua a tornare in mente senza un motivo. È estremamente potente, nelle immagini, nelle musiche, nei dialoghi, ma è anche molto ambiguo e allegorico: una combinazione esplosiva. In questo ha avuto su di me un effetto simile a Mother! di Aronofsky, film a cui ripenso spesso nonostante (o forse proprio perché) faccio ancora molta fatica a coglierne la totalità dei messaggi.

The Killing of a Sacred DeerMother! sono film volutamente astrusi, fatti apposta per risultare oscuri e incomprensibili. Anzi, l’azione si segue molto bene e i personaggi si relazionano tra di loro in maniera credibile e funzionale. Certo, diversi comportamenti vengono estremizzati per risultare scomodi a chi guarda, per suscitare straniamento, perfino orrore, ma ciò non rende la vicenda irrealistica. Così Martin è appiccicoso in una maniera inquietante ma non esagerata, Steven è gelido anche nei momenti di tenerezza e i suoi figli paiono particolarmente alienati.

Il film compie però un passo in più, che lo distanzia dal modello del classico thriller psicologico: ad un certo punto accade qualcosa di inspiegabile. Questo, da un lato permette di scoprire le psicologie dei personaggi secondo modalità innovative, e dall’altro mette in gioco un livello di interpretazione ulteriore, simbolico. L’assurdità di alcuni accadimenti, al limite del sovrannaturale, consente al film di lanciare messaggi cifrati di una certa complessità, e così di affrontare argomenti apparentemente lontani dalla vicenda narrata come la maturazione sessuale, il ciclo della vita e la tragicità dell’amore.

Importante notare come l’interpretazione allegorica della vicenda sia incoraggiata da un titolo che altrimenti avrebbe ben poco a che fare con la vicenda. “Il Sacrificio del Cervo Sacro” allude in maniera inequivocabile al mito di Ifigenia, nel quale Agamennone viene punito per il suo essersi vantato con la dea Artemide di aver ucciso un cervo in una battuta di caccia di successo.

Un po’ tragedia greca, un po’ dramma familiare, un po’ horror psicologico, The Killing of a Sacred Deer è un’opera poetica che non si finisce mai realmente di decifrare. Peccato solo per il finale un po’ debole.

Voto: 8/10

 
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Pubblicato da su 17 gennaio 2019 in Drammatico, Horror, Psicologico, Thriller

 

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Perfetti Sconosciuti

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Perfetti Sconosciuti è una figata. Scritto benissimo, recitato meglio, con un ritmo perfetto. È divertente, è drammatico, è elegante. E l’idea di base è geniale.

Però non mi ha convinto. Mi ha lasciato con la sgradevolissima sensazione che fossero stati assegnati ai vari personaggi dei punteggi di meschinità, e lo scopo del film fosse quello di svelarli progressivamente allo spettatore. Perfetti Sconosciuti finisce, senza volerlo, per essere una grande classifica, e la cosa non mi è piaciuta per niente: il tutto è estremamente guidato, e pretenzioso: “Questo NO, questo SÌ, questo SÌ ma non è bellissimo, questo NO ma potrebbe essere SÌ, questo assolutamente NO”.

SPOILER 👇

– Al settimo posto c’è il ragazzo omosessuale che non ha fatto niente di male a nessuno ed è solo insicuro.
– Al sesto posto c’è la giovane moglie di buon cuore che sente ancora l’ex solo per aiutarlo.
– Al quinto posto c’è il padre saggio, che dice parecchie balle ma a fin di bene.
– Al quarto posto c’è il marito birichino che si fa mandare le foto sconce, ma è di buon cuore e prende le parti dell’amico gay.
– Al terzo posto c’è la moglie alcolizzata che tradisce virtualmente con sconosciuti.
– Al secondo posto c’è la madre che tradisce il marito con il migliore amico. E odia la propria figlia.
– Al primo posto c’è il MALE ASSOLUTO, cioè il traditore seriale. Che è pure omofobo.

Niente di male nell’inserire personaggi con questi background in un film, ma quando è così semplice metterli in fila e fare una classifica significa che gli autori volevano che questo fosse il percepito. Dovrebbe stare a me valutare chi è più infame e chi invece lo è di meno (come ad esempio in Carnage di Polanski), piuttosto che essere un lavoro già stato fatto a monte. Questa mancanza di ambiguità morale è sgradevole, e mi ha svalutato completamente il film. Peccato.

Voto 6/10

 
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Pubblicato da su 22 novembre 2018 in Commedia, Drammatico, Psicologico

 

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After the Storm

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Un detective privato con il vizio del gioco si mette a spiare l’ex moglie dopo che questa inizia a frequentare un altro uomo, molto più ricco. Ciò lo conduce ad ideare un piano per passare un’ultima notte con lei, insieme al figlio e alla suocera. Sembrerebbe la trama di un thriller, magari di un thriller americano. E invece si tratta di un film giapponese, a metà tra commedia e dramma familiare: After the Storm, scritto, diretto e prodotto dal pluripremiato Hirokazu Koreeda.

Il film di Koreeda è uno sguardo sulla vita di Ryota: un padre assente e un adulto irresponsabile, che nel corso della vicenda si trova ad affrontare i propri demoni. Questo confronto mette in mostra diversi lati della sua personalità, da quelli più dolci a quelli più amari. E Ryota cambia, insieme ai propri familiari, nel corso della burrascosa notte trascorsa insieme, anche se la sua trasformazione è solo interiore. La vita va avanti come sempre, una volta placatasi la tempesta.

After the Storm è un piccolo e vivido affresco, naturalistico nella messinscena, contemplativo nella poetica. Ha una scrittura limpida, una recitazione trasparente, e ha uno strano feel tra il ruvido e il delicato. Ma soprattutto ha una regia ispirata e consapevole, apparentemente invisibile eppure presente in ogni gesto, in ogni sguardo, in ogni parola, in ogni scorcio di casa, parco o città.

Recuperate Koreeda, recuperate il cinema giapponese. Non ve ne pentirete.

Voto 9/10

 
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Pubblicato da su 3 aprile 2018 in Commedia, Drammatico, Psicologico

 

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