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Walk the Line

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Titolo originale
: Walk the line
Titolo italiano: Quando l’amore brucia l’anima
Anno: 2005
Nazionalità: USA
Regia: James Mangold
Interpreti: Joaquin Phoenix, Reese Witherspoon, Robert Patrick

Perchè questo film
Da un qualche tempo mi piace lavorare al pc ascoltando su youtube lunghe compilation di cantanti che conosco solo superficialmente. Mi permette di esplorare discografie spesso sconfinate senza la fatica di scegliere i pezzi e di masticarli uno per uno, ma lasciando che la musica mi scivoli addosso con facilità, solleticandomi qui e lì. Poi, se esco dall’ascolto soddisfatto, è probabile che ritorni sullo lo stesso video altre volte. Pian piano il solletico si trasforma in familiarità e inizio a riconoscere i pezzi e ad approfondirne la storia e i contenuti. Ultimamente questo approccio mi ha fatto avvicinare alla musica di Jonny Cash che mi ha catturato per la sua doppia anima indemoniata e malinconica, per le ritmiche così tipicamente anni 50, gli arrangiamenti asciutti ma penetranti e la sua voce vellutata di un velluto pesante e pieno di increspature. Quando dal fluire ininterrotto del meraviglioso Greatest Hits da 2 ore mezza che potete trovare a questo link emerse per la prima volta distintamente la sua Walk the Line ne fui seriamente folgorato. Non so bene spiegarne il motivo, forse, ripensandoci, perchè comunica una rassegnata determinazione cui io sono molto familiare. In ogni caso avevo bisogno di capire il motivo del formicolio che mi causava quella canzone e allora ho pensato di guardare l’omonimo film del 2005 alla ricerca di una risposta. L’avrò trovata?

I punti di forza
Il film ha molti notevoli pregi ma anche qualche irrimediabile difetto che gli impedisce di essere indimenticabile. Ed è un peccato perchè si tratta di un’opera di ottima fattura che di certo non si fa mancare impegno o sensibilità. Il problema è la visione di insieme, è che il racconto risulta un po’ incompleto, inconcludente. Ma andiamo con calma. Prima di tutto ci tengo a dire che il film ha alcuni momenti altissimi che da soli valgono la visione. Ad esempio quando il produttore della neonata Sun Records con un discorso sulla necessità di parlare della realtà vera senza sovrastrutture spirituali strappa al giovane Johnny la prima soffertissima versione del Folsom Prison Blues: non si può restare indifferenti davanti a tanta dimostrazione di umanità e non si può non elogiare l’interpretazione così a fuoco di Phoenix, o l’educatissima regia di Mangold. Ugualmente il confronto padre-figlio verso la fine del film è fantastico nel suo abbozzare una complessità sotterranea fatta di rancori e invidie, ma anche di sensi di colpa e proiezioni dei propri fantasmi sull’altro. È un momento portante che scioglie nodi per crearne degli altri e che dimostra quanto le nostre azioni siano indirizzate dal desiderio di frustrare o soddisfare i genitori (spesso entrambe le cose). I raccordi narrativi alla prima parte del film e gli agganci lasciati per la chiusura sono l’ossatura della storyline più scarna ma più cruda del film, che si può permettere di sottointendere molto per quanto sono sigificativi i momenti messi in scena. Come dramma familiare Walk the line è a parer mio ottimo.
E il resto? Ricostruzione storica? Storia d’amore? Film musicale? Biopic che dedica molto spazio alla dipendenza da stupefacenti?

Bene, benino, male
La messinscena devo dire che mi ha molto colpito, ma non solo per costumi e scenografie. Quel che dà valore alla dimensione storica del film è soprattutto la ricostruzione di quella vita anni 50 che temporalmente ci è così vicina ma sembra seriamente appartenente ad un altro mondo. Per le abitudini, le famiglie numerose, il modo di vivere le relazioni di coppia, la difficoltà di allontanarsi dalle tradizioni di famiglia, i seri problemi di comunicazione tra i sessi, l’irreversibilità di certe scelte. Tra l’altro gli Stati Uniti degli anni 50 stavano iniziando a rendersi conto delle contraddizioni che il sogno americano aveva prodotto, con un lato della medaglia contraddistinto dal puritanismo spinto, perbene ma frustrato in molti modi, e l’altro lato fatto di stenti e criminalità, di sfoghi, violenza e vizi distruttivi. In realtà uno dei motivi per cui Cash è assurto a leggenda fu proprio per il suo incarnare le contraddizioni dell’epoca: la sua figura vive una continua altalena tra fede ed eresia, tra impegno familiare e relazioni extraconiugali, tra romanticismo e disfattismo. Se questo parallelo America/Cash fosse stato allineato con la complicata cornice familiare di cui ho parlato sopra ne sarebbe uscito un film incredibile. Purtroppo regista e sceneggiatore non ci sono riusciti, o almeno non sempre e non del tutto. L’impressione è che i filoni narrativi e tematici a un certo punto vadano completamente fuori fase, la musica che aveva commentato perfettamente la prima parte del film diventa una semplice sottofondo per poi sparire del tutto. La telecamera si avvicina troppo al protagonista tagliando fuori elementi di contesto importanti e il film si trasforma da un grande affresco alla solita storia di droga che abbiamo visto mille volte al cinema. Quando Johnny si riprende e insieme si riprende anche il film oramai è troppo tardi, lo spettatore ha perso l’orientamento e il buon finale può solo mettere una pezza. Non si può più parlare di droga in questo scolastico a parer mio, non dopo Trainspotting, Requiem for a Dream e Pulp Fiction. Le sostanze, gli eccessi, la solitudine, l’overdose, il riscatto (o il tracollo): basta, non ne posso più.

Walk the Line
Resta da dire se ho trovato risposta alla domanda che mi aveva portato a guardare il film. Che dire? Sì e no. Nel senso che sì, credo di averla trovata, ma è stata una faticaccia e molto lavoro l’ho dovuto fare io. Da un film che prendeva il titolo da una delle più significative canzoni di Cash mi aspettavo molto più lavoro in questo senso. Johnny è stato un costruttore e un distruttore, ha passato un vita in bilico tra la volontà di mettere in piedi qualcosa di importante (famiglia, successo, musica) e l’istinto di bruciarsi. Il senso di colpa per la morte del fratello, il rifiuto da parte di suo padre, la sua indole boderline per tutta la vita gli hanno messo i bastoni tra le ruote, abbattendolo o esaltandolo in maniera esagerata e spingendolo verso la facile consolazione della cocaina. Ma allo stesso tempo egli ci teneva davvero a diventare una fonte di ispirazione per le persone, a soddisfare la sua amata, a dimostrare a suo padre di non essere un poco di buono, e da qui quella spinta, anche solo temporanea a dire “ce la posso fare a rigare dritto, lo farò per te e per me”. Il film parla di tutto questo, ma non vi si concentra a sufficienza a parer mio, crea dei fili ma non li tira per bene, per cui come ho detto sopra la sensazione è di essere di fronte a un’opera sfasata, un po’ inconcludente, che si fa sfuggire tante occasioni per raggiungere picchi artistici. Vi sono momenti molto intensi e il lavoro sulla messinscena è notevole, il ritmo è buono e la musica è bellissima, ma il film non ha un punto e si dimostra pigro in più punti. E non è una scelta di regia, ma un errore. L’errore di pensare che mettendo degli ottimi ingredienti sul tavolo questi si impastino da soli producendo una prelibatezza.

Voto: 7/10

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Pubblicato da su 24 settembre 2014 in Drammatico, Musicale

 

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A Late Quartet

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Titolo originale
: A Late Quartet
Titolo italiano: Una Fragile Armonia
Anno: 2012
Nazionalità: USA
Regia: Yaron Zilberman
Interpreti: Philip Seymour Hoffman, Christopher Walken, Imogen Poots, Catherine Keener

Perché questo film
In famiglia, da me, si è sempre ascoltata moltissima musica classica. Mio fratello suona il violino da più di 10 anni e, un po’ per questo, un po’ per indole personale, i miei sono da sempre appassionati – tra le altre cose – di musica da camera. Avevo scaricato per mia mamma la versione inglese di questo film quando ancora in Italia non si parlava di distribuzione e ieri, mentre decidevo cosa guardare e recensire, me lo sono trovato davanti. Ho pensato: “un film drammatico che tratta le difficoltà di un microcosmo musicale, con Philip Seymur Hoffman… figata!” Così mi sono preso il pomeriggio libero e l’ho guardato. Segue il mio parere.

Trama
Stati Uniti, giorni nostri. La solida alchimia di un famoso quartetto di archi entra in crisi nel momento in cui il membro più anziano, il violoncellista Peter, inizia ad accusare i primi sintomi del morbo di Parkinson. Daniel e Robert, rispettivamente primo e secondo violino entrano in conflitto per diversi motivi, legati al passato e al presente, e si litigano il ruolo. Robert e Juliet, marito e moglie, vivono i conflitti interni al gruppo in maniera poco adulta e poco unita, e finiscono per allontanarsi. La loro figlia, Alex, reagisce in maniera rabbiosa alla crisi coniugale dei genitori, portando a galla vecchi dolori e cercando consolazione là dove non dovrebbe. Juliet è stata adottata da Peter dopo la morte della madre, e ha conosciuto Robert grazie al quartetto, dopo avere avuto una storia con Daniel. Quel che vediamo sullo schermo è un intreccio fitto di legami affettivi e professionali, che spesso tendono a sovrapporsi e si organizzano a comporre un quadro intenso, centrato sulle relazioni, sui loro risvolti ombrosi, sulla loro forza  – e ciò fa di A Late Quartet un film sulla famiglia, ancor prima che un film sulla musica.

Struttura
Leggendo la sinossi si potrebbe pensare che il film voglia parlare di un po’ troppe cose, e una sensazione simile la si prova anche guardandolo. È un equilibrio difficile quello a cui ambisce il regista Yaron Zilberman, che si impegna a fondo affinché la sua narrazione risulti centripeta e non centrifuga. E ci riesce… cioè, il baricentro della narrazione rimane sempre il quartetto, con il suo passato, i suoi problemi, i suoi rapporti di forza e le sue storie d’amore. A Late Quartet è un film sui ruoli, sui conflitti che essi possono causare tra le persone e nelle persone, specie quando lavoro e famiglia tendono ad amalgamarsi troppo. C’è grande consapevolezza di scrittura nel gestire le identità personali e collettive cui partecipano Peter, Daniel, Robert e Juliet, nel mostrarle in conflitto e poi in crisi. Ma, mentre da un lato questa consapevolezza e questa pragmaticità registica consentono al film di rimanere compatto e non sbrindellarsi in una coralità che avrebbe avuto poco a che fare i temi trattati, da un altro lato rendono l’opera un po’ stilizzata, un po’ troppo composta, e in definitiva non così sorprendente. Almeno, non sorprendente sul piano narrativo. La storia è ben congegnata, gli equilibri tra personaggi efficienti, tuttavia a volte si annusa l’artificio dietro tutto questo, nell’impegno ad aprire e chiudere parentesi così diligentemente, a recuperare tutti i dettagli introdotti per riutilizzarli. La conseguenza di ciò è che quasi nulla di quel che si vede arriva a coinvolgere veramente, nulla ci lascia così stupiti e il tutto rischia di passare e finire senza lasciare molta traccia. A Late Quartet è un film un po’ moscio, perchè un po’ troppo garbato.

Interpretazione
Questo se non ci fossero due ulteriori livelli cinematografici in grado di arricchire di molto l’esperienza dello spettatore. Il primo – ce lo si poteva aspettare – è la recitazione. Chi guarda un film così, me compreso, molto prima che per la storia o per le tematiche trattate, lo fa per gli attori.
Philip Seymur Hoffman, per non chi lo conoscesse, è un camaleonte: sembra essere nato per tutti i ruoli in cui ha recitato. Qui intrepreta Robert, un secondo violinista lievemente frustrato che, scosso dalla malattia di Peter, arriva a rendersi conto di aver rinunciato a troppe cose nella vita. La struttura del film non ci permette di immergerci completamente nella dimensione umana di David, non dispone di scene volte a fare interiorizzare al pubblico la sua confusione, la sua testardaggine, il suo crescente astio nei confronti di David, ma, per fortuna, molte emozioni passano grazie alla grande interpretazione di Philip Seymur Hoffman. Il suo sguardo basso e rabbioso, la sua postura, la sua voce veemente ma spezzata raccontano lo stato di mortificazione del personaggio in maniera molto vivida.
Cristopher Walken è forse ancora più intenso nella sua interpretazione di Peter. Quello sguardo vispo ma a tratti sconsolato, quella punta di risolutezza in una voce altrimenti pacata, i movimenti rapidi e precisi, da violoncellista navigato, che si sbriciolano a causa del Parkinson. La sua è una prova incredibile. Tutti gli attori sono incredibili, così come lo è l’abilità del dirigerli. Chapeu a Zilberman su questo.

Musica
Il secondo aspetto importante per la riuscita del film è il dialogo che la narrazione ha con la musica. Musica che inizialmente porta alla scoperta della malattia di Peter, ed è quindi destabilizzante, musica che accompagna il gruppo al momento di maggiore conflitto del film e, alla fine, musica che sostiene, che colma i vuoti e che unisce le persone. L’opera 131 di Beethoven, una delle più difficili del compositore, presentata fin da subito come una corsa da far venire il fiatone, chiosa la storia, la riempie di sfumature e ne offre una lettura alta, sublimata. Della musica si parla più e più volte: persone che amano la musica e vivono di musica non possono che confrontarcisi continuamente. Così una descrizione del lavoro del secondo violino, sommesso ma colorato, che dà profondità alla melodia, viaggiando “appena sotto la superficie”, diventa un po’ la descrizione dello stile di vita che si è scelto Robert. Oppure, il suggerimento di Peter ai suoi allievi di valorizzare quel che di buono c’è in un’interpretazione piuttosto che di struggersi per quel che non funziona individua il grande problema che hanno un po’ tutti, da Daniel a Juliet, ovvero non riuscire a trovare sufficiente quel che di bello hanno nella loro vita. Ancora, la sfida che Robert lancia a Daniel, di lasciarsi andare di più nella musica, abbandonando la freddezza e il calcolo a favore della passione, segnerà un momento importante nella vicenda, perché verrà presa un po’ troppo alla lettera.

Insomma, A Late Quartet sarà forse un po’ prevedibile, costruito (come certa musica) in maniera matematica, ma questo aspetto è identificabile solo una volta che si è giunti alla conclusione e si tirano le somme. Stare dentro al film, e farsi trascinare dalla crescente turbolenza della storia, venire ammaliati dal grande lavoro attoriale ed essere stimolati dai dialoghi, è molto appagante. Nulla risulta davvero scontato, nulla davvero noioso. Oltre ad essere un po’ moscio e troppo garbato, come detto, A Late Quartet è un film stratificato e maturo, che merita di essere visto.

Voto: 7/10

 
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Pubblicato da su 3 novembre 2013 in Drammatico, Musicale

 

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