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Interstellar

interstellar
Titolo originale
: Interstellar
Titolo italiano: Interstellar
Anno: 2014
Nazionalità: USA
Regia: Christopher Nolan
Interpreti: Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Michael Caine, Matt Damon

Perchè questo film
Perchè il cinema di Nolan mi piace molto. È un cinema cerebrale e ambizioso, da cui non si sa mai cosa aspettarsi e che è riuscito sempre a incuriosirmi prima, e conquistarmi dopo. Nel progetto Interstellar Nolan riesce perfino a coinvolgere Kip Thorne: fisico teorico di enorme fama, che ha abbracciato completamente il compito di dare vita ad un buco nero digitale. Già da questo si capisce quanto Nolan sia un regista ossessionato, perfezionista, artisticamente così irrequieto che ad ogni nuovo film si sente in dovere di alzare l’asticella, correndo rischi sconsiderati per qualcuno che lavora a così alto budget. E sebbene abbia collezionato diversi scivoloni lungo la propria filmografia – ce ne sono anche in questo film – allo stesso tempo egli è sempre riuscito a fare le cose a modo proprio.
In aggiunta a tutto questo, va detto, io ero il target prefetto per una pellicola di questo genere: adoro l’hard sci-fi e ne conosco ambizioni e stilemi; sono stato un paio d’anni appassionato di astrofisica – ai suoi tempi ho affrontato la lettura di Barrow e Davies e Hawking su relatività, freccia del tempo, mondi a più dimensioni, singolarità fisiche, universi paralleli, eccetera; e infine 2001: Odissea nello spazio è il mio film preferito di sempre, ci ho fatto la tesina di maturità, più di un esame a Brera, e l’avrò visto una decina di volte. Non ho dubbi sul fatto che gran parte del pubblico non fosse intellettualmente preparata per assistere ad un’opera come Interstellar, ma non lo sostengo con spregio, anzi, questo ha generato una varietà di risposte curiosamente ampia all’opera di Nolan con moltissime recensioni che si sono concentrate su aspetti della trama a che a me sono sembrati secondari. È molto bello quando un film si dimostra tanto stratificato da generare interpretazioni e giudizi più che discordanti, proprio non allineati, come se riguardassero cose diverse. C’è chi ha definito il film fascista. Chi transumanista. Chi intimista. Chi ottimista e chi pessimista. Chi commerciale, chi autoriale, chi confuso, chi lucido, chi appassionato e chi freddo. C’è chi ha detto che si tratta di un’opera sull’amore, chi sull’ambizione, chi sulla solitudine. Qualcuno ci ha visto dentro tanto Gravity, chi tanto 2001 e chi tanto Inception. Io l’ho trovata una pellicola sull’inevitabilità degli accadimenti, alla Vonnegut, ma senza tutto l’apparato di rassegnazione autoironica. Da questo punto di vista ha diverse cose in comune con Le Sirene di Titano, che è un capolavoro davvero troppo sconosciuto e di cui consiglio la lettura a chiunque abbia apprezzato questo film.

L’anima dell’opera
Interstellar è più della somma delle sue parti. Potremmo passare giorni ad elencare i punti di forza e debolezza della scrittura, della messinscena, delle interpretazioni attoriali, e lo stesso non saremmo un passo più vicini al giudizio dell’opera come tale. La colonna sonora è meravigliosa. I drammi umani sono trattati con intelligenza. La risoluzione del gap temporale è commovente. L’arrivo a Gargantua non solo è un momento spinto di sense of wonder ma testimonia il traguardo cinematografico importante della ricostruzione visiva di un buco nero. Le IA sono originali ma a volte risultano un po’ troppo sopra le righe. La scientificità dell’opera si fa molto più sentire nella riproduzione delle dinamiche cosmologiche che nella costruzione della vicenda, con i personaggi che sembrano quasi ignari delle cose cui stanno andando incontro. Di conseguenza alcuni dialoghi paiono un po’ fuori contesto. Il wormhole sembra l’ingresso di un livello di Crash Bandicoot. Eccetera. Non si possono mettere sulla bilancia queste cose e ricevere in cambio uno scontrino che dica: “credibile ma un po’ troppo drammatizzato” oppure “un’opera poco compatta ma emozionante”. Davvero, no. È senza dubbio vero che Interstellar vuole essere troppe cose, e di conseguenza gli equilibri narrativi che presenta sono un po’ instabili, ma non si tratta di un’accozzaglia di materiale ma piuttosto di un complicato sistema planetario con un paio di centri di gravità e moltissimo materiale che vi gira attorno: detriti, comete, intuizioni e inquietudini. Interstellar è un film pluridimensionale da esplorare a fondo.

Quali sono questi centri gravitazionali a parer mio? Incredibilmente, gli stessi di Inception. Incredibilmente perchè le due opere sono quasi una l’antitesi dell’altra: dove nella prima c’era un groviglio narrativo inscindibile nella seconda c’è una certa percorribilità, dove una presenta un’opulenta visionarietà l’altra propone un’eleganza stilistica inarrivabile. Eppure al loro cuore entrambe le opere parlano, da un lato, del desiderio consumante di tornare dai propri figli, sconfiggendo rimpianti e sensi di colpa, e dall’altra dello scorrere del tempo. Entrambe queste anime si manifestano con grande potenza dopo il ritorno dal pianeta di Miller, con un Cooper distrutto che si rende conto di cosa abbia significato per lui sacrificare 23 anni della vita con la propria figlia. Sia in Inception sia in Interstellar le persone sono separate da distanze galattiche che riescono ad essere attraversate oltre ogni plausibilità da forze umane, come l’amore, la determinazione e il rimorso. Il cinema di Nolan degli ultimi anni è stato un cinema in cui grandi sentimenti deformano la realtà, rendendo possibile l’impossibile, e non in maniera disneyana, plasticosa, ma per mezzo di strappi nel tessuto del reale, trascendenze fisiche, singolarità che in Interstellar si manifestano nella loro forma più pura. Interstellar e Inception sono operazioni che fanno venire le vertigini, sono puro, distillato sense of wonder, e non sarò mai abbastanza grato a Nolan per aver avuto il coraggio di mettere su pellicola questo suo modo di vedere il mondo.

Un grande difetto
Fermo restando che il nocciolo comunicativo di Interstellar è quello appena illustrato, e non lo cambierei di una virgola, mi sento di criticare un aspetto marginale ma importante per la solidità dell’impalcatura narrativa del film. Sono d’accordo che non vi fosse spazio per sviluppare approfonditamente il contesto social sci-fi, ma l’opera è talmente piena di suggerimenti e input che qualcosa in più poteva essere fatto ai fini di rendere più chiara la situazione della Terra. Più volte nella prima parte del film si parla di una piaga in grado di desertificare il pianeta ma, nonostante vi siano le occasioni per approfondire economicamente e scientificamente la cosa, Nolan non sembra prendersi la briga di farlo. Questo tipo di leggerezza, che è stato perdonato alla maggior parte delle pellicole di fantascienza, qui sembra particolarmente stonato perchè quanto l’opera risulta fisicamente coerente tanto appare politicamente stilizzata. Invece che imbarcarsi in un’avventura galattica estrema l’umanità non poteva combattere la pandemia agricola? E da cosa è stata causata questa piaga? Si accenna da un lato ad un progressivo abbandono della tecnologia e dall’altro alla solita catastrofe ecologica ma non è mai chiaro quale delle due cose sia causa dell’altra.

Amedeo Balbi, nella sua bella recensione, fa giustamente notare che il film può essere letto come un’originale capovolgimento del clichè che vuole l’uomo vittima della propria tracotanza, sconfitto mentre stava ergendo una torre di Babele tecnologica. In Interstellar invece la nostra hubris è proprio quello che ci salva dagli stenti in cui l’abbandono del progresso ci ha catapultati. Forse. Il problema sta proprio nel fatto che questa coraggiosa posizione non sia tenuta con sufficiente fermezza da renderla reale, per cui ottima intuizione, ma poche palle, a parer mio.
Un caso isolato? Purtroppo no. Gli equilibri biochimici umani sono trattati con eguale superficialità. Non solo i protagonisti sopravvivono a stravolgimenti di pressione, attrazione gravitazionale e forza centrifuga estreme, ma non ne sembrano neanche particolarmente affetti – niente vertigini, vomito, emicrania, svenimenti. C’è un timido accenno agli scompensi del decollo, ma nulla di più: di nuovo braccino corto. L’ibernazione è gestita ancora peggio. Non è proprio possibile né che lo scongelamento duri pochi secondi, né che al risveglio ci si senta freschi e riposati, né che il processo si possa ripetere un numero indefinito di volte senza incorrere in seri danni ai tessuti. E poi per quale diavolo di motivo le persone dovrebbero morire di vecchiaia in presenza di una tecnologia crionica matura? Capisco che i Nolan non volessero invischiarsi troppo in questioni bioetiche, e al tempo stesso necessitassero di drammatizzare lo scorrere del tempo attraverso la minaccia della morte. Ma si tratta comunque di un’incoerenza narrativa pesante, che mi ha infastidito molto.
Insomma trovo che ottime intenzioni a livello di soggetto siano state troppo smussate durante la messinscena, per una mancanza di determinazione o forse, la paura di una censura ideologica.

Un colpo di genio [spoiler]
Nella scorsa recensione, qui, ho concluso sostenendo che la più grande mossa da maestro di Goddard fosse stata creare una tale confusione tra livelli narrativi che alla fine non fosse più chiaro quali clichè fossero voluti e quali fossero involontari, favorendo l’assoluzione retroattiva anche per errori non calcolati. Ho trovato un giochetto del genere anche qui.
Come ho accennato ad inizio recensione, a me Interstellar è parso un film sull’inevitabilità degli accadimenti. Un film deterministico, se vogliamo, che sottolinea quanto le forze cosmiche siano impegnate a fare andare l’umanità verso il trionfo. In un certo senso questa morale è inevitabile quando si decide di includere il tempo einsteiniano all’interno della propria opera, per cui non ho idea se Nolan volesse da principio parlare di questo o ci fosse inciampato per forza di cose. Fatto sta che egli, volontariamente o no, finisce ad illustrare quel modo controintuitivo di percepire il tempo tipico della letteratura scientifica del 900 e di alcuni romanzi postmoderni (ho già citato Vonnegut) e a suggerire una finalità cosmica abbastanza in linea con la teoria del principio antropico. Dove sta allora il gioco di prestigio a là Cabin in the Woods? Se era destino che tutto andasse in una certa maniera allora quelli che potrebbero sembrare modi banali per risolvere nodi centrali della vicenda, se non, appunto, clichè (l’attracco di fortuna all’Endurance fuori controllo, il paradosso della libreria, la sopravvivenza di Cooper) non sono scelte narrative pigre, ma la prova dell’esistenza di quella forza risolutrice che manovra la storia e le fa prendere le direzioni desiderate. Difficile a questo punto non vederci la tanto cara metafora nolaniana del cinema come architettura, preponderante in Inception. Oppure, anche, questa chiave di lettura non era stata predisposta e io sono stato gabbato. Ma la struttura dell’opera è tale che non possiamo sapere se determinate scelte sono state fatte apposta o no, per cui ancora una volta, ben fatto, Nolan, ben fatto.

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Cooper e Mann si azzuffano su un deserto pianeta ghiacciato
a milioni di anni luce dalla Terra, tale è il dramma che stanno vivendo.
Se questo non è pazzesco, devo rivedermi il significato di “pazzesco”.

Voto: 9/10

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Pubblicato da su 11 novembre 2014 in Drammatico, Fantascienza, Metafiction, Psicologico

 

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Quella Casa nel Bosco

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Titolo originale: The Cabin in the Woods
Titolo italiano: Quella casa nel Bosco
Anno: 2012
Nazionalità: USA
Regia: Drew Goddard
Sceneggiatura: Drew Goddard, Joss Whedon
Interpreti: Kristen Connolly, Fran Kranz, Jesse Williams, Chris Hemsworth, Sigourney Weaver

Perchè questo film
Devo ringraziare il gestore di Tapirullanza, tra amici il Tapiro, per avermi riportato alla memoria questo promettente film, che avevo nella wish list da troppo tempo perchè potessi ricordarmene da solo. Il Tapiro ha lanciato sul suo sito il mese dell’orrore partendo da variazioni sul genere teen horror “house in the woods”, arrivando a parlare di Quella Casa nel Bosco alla seconda settimana, qui. Il suo articolo è ottimo ma consiglio di rimandare la lettura a chi volesse godersi le mille sorprese che il film ha in serbo dall’inizio alla fine. Quando a me, cercherò di accennare solo qualcosa di molto generico sull’opera che abbiamo davanti, per invogliare alla visione, e solo a quel punto entrerò nel vivo della recensione.
Sicuramente può aiutarvi a scegliere sapere che il film ha il 91% pomodori freschi su Rotten Tomatoes, un punteggio di 7,1 su imdb e circa metà commenti di youtube scritti da analfabeti incazzati che si aspettavano di assistere all’ennesimo slasher boschivo. Più ci si sposta verso il pubblico generalista più le opinioni si polarizzano, mentre la maggior parte dei critici è concorde nel dire che si tratta di una pellicola di valore. Di certo non abbiamo davanti un film che lascia indifferenti.

Un po’ di aggettivi
Un arguto commento su Rotten Tomatoes recita: “If The Cabin in the Woods were a meal, it would consist of 90 minutes of studying a well-written menu, and then ordering the cream pie, which arrives in your face. Sweet, sweet release”. Non avrei saputo illustrare meglio la sensazione di libidinosa spaesatezza che il film genera da un certo punto in poi. Quella Casa nel Bosco è… spiazzante, bizzarro, divertito, elettrizzante e soprattutto, soprattutto originale. Perchè ci sono anche degli scivoloni e delle soluzioni un po’ pigre, perfino qualche calo di ritmo, ma sono difetti che seriamente scompaiono di fronte all’irriverenza e alla fantasia del prodotto, che è davvero davvero originale. Pirandelliano. Escheriano. Completamente rovesciato.

Image2Altri aggettivi.

Un po’ di spoiler
la prima parte del film secondo me è la migliore: è un mix frizzantissimo di teen drama ottimamente scritto e corporation comedy alla The Office, con doppia atmosfera di attesa che diventa sempre più inquietante. A questo si aggiunge un gioco coi clichè semplicemente delizioso, partendo da quella tinta bionda nella prima scena che retrospettivamente fa davvero schiantare dal ridere. Idem per il montanaro pazzoide alla pompa di benzina, dei cui deliri mistici tutti i personaggi – e proprio tutti – non possono che ridere e per la serie di strizzate d’occhio nella sequenza obbligo-verità. È un peccato secondo me che la scrittura non riesca a dare sufficiente spazio a tutti i ragazzi, con Marty che ha una battuta per tutto e ruba la scena anche a personaggi che in quel momento vorrebbero essere più a fuoco. In particolare fa una figura involontariamente barbina Holden, il quale non riesce a ricoprire il ruolo che dovrebbe avere, mettiamola così. Fa numero e poco altro. Comunque, nonostante alcuni disequilibri, i personaggi sono molto più interessanti che negli altri teen horror: cosa ovvia dal momento che essi arrivano a ricalcare certi stereotipi bidimensionali perchè così dice il copione mentre in realtà c’è sotto molto altro. Come hanno detto alcuni commentatori se anche si fosse trattato di un horror ordinario, con questi ragazzi e questa scrittura sarebbe stato un horror molto piacevole.
Dall’altra parte, come fa notare il Tapiro, anche la parte aziendale è gestita con sapienza. I colleghi scherzano, sclerano a caso, si rinfacciano gli errori, sfottono gli altri reparti, perfino scommettono (trovata davvero tanto divertente che riesce a trasformare una situazione di grande tensione in pura ilarità). Non si tratta di una corporazione caratterizzata da perfezione militaresca, ma di persone normali che si trovano a dover portare a termine un lavoro psicologicamente molto duro. Tutto funziona davvero ad orologeria per i primi quaranta minuti. Poi BOOM inizia l’escalation, con una scena un po’ volgarotta ma che ci sta. Il punto è che tale escalation comunque era prevista nel copione per cui, a parte qualche ideuzza, non sorprende più di tanto: le lacune di caratterizzazione, volute o no che fossero, vengono fuori e c’è una certa frettolosità che rovina l’ottimo lavoro di preparazione. Certo si tratta di un’escalation comunque sui generis, ma io l’ho percepita un po’ fiacca. Si tenta una pistola di Cechov con la scena della moto, ma è una pistola abbastanza telefonata. E poi arriva la terza parte…

Meta(-meta)-narrazione
Ora che abbiamo il nostro cuscinetto anti SPOILER possiamo dirlo. Tutto il film è un trionfo meta narrativo, che ha come obiettivo principale quello di sfottere i luoghi comuni di genere mostrando quando devono essere manipolate persone e situazioni affinché esse possano rientrare nel canovaccio slasher-horror classico. Come comportarsi però una volta che il gioco si è esaurito e i poveri ragazzi sono stati maciullati nel rituale cinematografico satanico così come era stato progettato? Gli sceneggiatori hanno optato per un divertissement citazionista in cui i due sopravvissuti scatenano l’inferno liberando mostri per la sede corporativa. Davvero spassoso, bisogna dire. Quindi i due decidono di non sacrificarsi per il mondo in una scena di scazzo edonista a parer mio di cattivo gusto (che però può sottointendere che il passaggio di spugna non sia rivolto all’umanità ma al cinema horror, con una svirgolata metaforica). E niente, fine.
Però, però, forse c’è di più. Non è chiaro perché la regia non è chiara, ma più di una volta mentre il rituale prosegue e gli zombie fanno fuori uno a uno i ragazzi saltano fuori guasti sospetti che fanno pensare a una manipolazione dell’azienda da parte di qualcun altro. Poi iniziano i clichè da fanta-horror corporativo (pulsanti rossi che scatenano il finimondo), i deus ex machina non si interrompono nonostante non ci sia più nessuno a gestirli (la ragazzina zombie che arriva al momento giusto!) e i luoghi comuni continuano a sprecarsi (un buco nel muro verso la salvezza, srlsly?). Ho pensato: non sarà mica che tutto il film, inclusa la parte aziendale, è una mega trappolona di livello superiore, un meta-rituale di altro tipo, in cui non sono i ragazzi le vittime sacrificali ma l’azienda stessa? Ritualception, tipo. Ho continuato a pensarlo per un po’, solo che il film termina lì senza alcuna rivelazione. Delusione.
Delusione a meno che gli elementi fossero già stati posizionati tutti sul tavolo e non ci fosse bisogno far vedere il nuovo malefico burattinaio che ha indotto i guasti e indirizzato la storia verso il tragico epilogo, perchè quel burattinaio è il regista! Lo è senza dubbio in effetti, per il nostro ludibrio, ma intendeva davvero esplicitarlo o si tratta una sovrastruttura che ho aggiunto io per spiegarmi difetti intrinseci, involontari della seconda parte della pellicola? Onestamente non lo so, ma solo il fatto che il regista sia stato in grado di farmi nascere seri dubbi sulla natura delle scelte che caratterizzano il finale della sua opera significa che è riuscito a fare l’impossibile: cogliermi con le brache calate proprio quando pensavo di aver capito le regole del gioco. Ben fatto Goddard, ben fatto.

Voto: 8/10

 
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Pubblicato da su 13 ottobre 2014 in Commedia, Horror, Metafiction, Teen

 

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