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Mother!

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In una Instagram Story postata 10 minuti dopo aver terminato Mother! scrivevo:
“Avevo paura di guardare Mother!. Sospettavo che fosse un film completamente folle. Ora che l’ho visto posso dire che è davvero un film completamente folle e facevo bene ad averne paura.”

Queste sono state per lungo tempo le uniche parole che mi sono sentito di dire sul film. La pellicola mi aveva davvero sconvolto e facevo molta fatica a rifletterci. Ad ogni modo, a furia di tornarci su, dei pensieri venivano a galla. Ho cercato di razionalizzarli, di ripulirli dalle emozioni scomposte che il film mi aveva causato, e di scriverli qui sotto.

Tutta la produzione cinematografica di Aronofski ruota attorno a situazioni psicofisiche estreme. Pi Greco è un film sulla malattia e sull’ossessione. Requiem for a Dream è un film sulle dipendenze e sulla disperazione che ne deriva. The Fountain è un film sulla paura della morte e sull’incontrollabile desiderio di superarla. The Wrestler è un film sul fallimento, fisico e mentale. Black Swan è un film sull’umiliazione del corpo, visto come nemico e come ostacolo.
Senza negare che si tratti di un’opera più esistenzialista delle precedenti, intrisa di simbolismo religioso, secondo me Mother! segue il filo dei precedenti film di Aronofski. La pellicola possiede infatti l’impronta del regista, secondo cui la vita nient’altro è che una patologia.

L’elemento patologico in Mother! è la paura degli altri. Possiamo chiamarla agorafobia o semplicemente ansia sociale, quella sensazione di avere gli occhi puntati addosso, di essere giudicati non all’altezza, lasciati da parte e rifiutati. Mother! è un racconto di invasione, desiderata o temuta, e vissuta con inquietudine dai primi innocui momenti al tragico finale. La paura degli altri è nelle menzogne di un estraneo che entra in casa senza un apparente motivo, è nelle provocazioni sessuali di sua moglie, nella collera violenta dei loro figli. La paura degli altri è nell’indifferenza di un marito abusivo, nel chiasso di una festa non desiderata, nella sporcizia della folla, nell’assordante caos di un baccanale. La paura degli altri è nell’annullamento di sé di fronte al prossimo, nella paralisi e nel rifiuto della vita. Questi elementi possono sembrare scollegati, ma in realtà si susseguono in una catena consequenziale cristallina, dando vita ad un racconto di rifiuto e di dipendenza il cui svolgimento risulta perfettamente naturale nella sua oscura surrealtà.

La lettura del film però non si ferma qui. Una volta sperimentata la traumatica esperienza dell’agorafobia secondo Aronofski non resta che chiedersi da cosa essa sia causata. La risposta è solo implicitamente suggerita dal regista, compare scrutando a fondo dentro il film e cogliendo le allegorie religiose. A me è giunta nel momento in cui ho associato l’immaginario di Mother! con quello di Perfect Blue, capolavoro di Satoshi Kon già citato visivamente da Aronofski in Requiem for a Dream. Sto parlando del senso di colpa, traumatico stato d’animo che porta al rifiuto della vita. Il senso di colpa del peccatore, secondo il cristianesimo, oppure il senso di colpa dell’uomo moderno, che inquina e devasta la natura. Il senso di colpa di un uomo di fronte al fallimento o di una donna che sente di non bastare al proprio uomo. O ancora il senso di colpa di tutti noi, per non essere mai all’altezza, per aver deluso tutti, o semplicemente per il fatto di esistere. Il senso di colpa è il trauma che genera i mostri raccontati in Mother!, in cui gli altri sono il vero incubo perché sono in grado di smascherarci nella nostra inadeguatezza.

Mother! è un meraviglioso, terrificante film sull’angoscia causata dall’incapacità di perdonare noi stessi. È così spaventoso perché è profondo e inaspettato, e nella sua assurdità risulta così reale.

Voto: 10/10

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Pubblicato da su 4 febbraio 2019 in Drammatico, Horror, Psicologico, Satira

 

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Her

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Her è un mediocre film romantico, uno scadente film di critica sociale, ed un eccezionale film di fantascienza. Potrebbe sembrare che questo implichi che si tratti di un’opera riuscita a metà, in cui certi aspetti funzionano e altri no, ma non è necessariamente così. Io direi che piuttosto, a differenza di come si guarda il film, esso risulta più o meno efficace.

Come film romantico Her è piuttosto ordinario. Samantha e Theodore si conoscono, si innamorano, stanno insieme, lui ha delle perplessità, lei cerca di fargliele superare, lei diventa gelosa, i due chiariscono e poi si lasciano. Il racconto sentimentale è emotivamente molto carico, perfino troppo, ma non risulta particolarmente interessante se non in un paio di punti. Ovviamente c’è la peculiarità di un rapporto tra essere umano e software a colorare il tutto, ma ciò non possiede risvolti romantici così forti: per la maggior parte del tempo è un po’ come se i due si trovassero in una relazione a distanza, oppure si fossero conosciute in rete senza incontrarsi.

Come critica sociale Her è ancora meno efficace. Molti commentatori hanno sottolineato come il film volesse rappresentare, attraverso la relazione tra Samantha e Theodor, i rapporti sentimentali nell’epoca di internet: virtuali, alienanti, poco impegnativi e destinati a fallire. Più volte nel film viene dichiarato che Theodore si sia innamorato dell’IA per sfuggire alla realtà, in modo da avere una relazione senza complicazioni e responsabilità. Questa anima distopica è avvalorata da elementi di contesto come il lavoro di Theodore, scrittore di lettere su commissione che si impegna a creare una corrispondenza sentimentale per clienti che non ne hanno il tempo o le capacità. Eppure questo tentativo di critica sociale si schianta contro l’effettiva relazione tra Samantha e Theodor, che non è affatto il surrogato di una normale. Al contrario questa è sincera e intensa, si rafforza di fronte alle avversità e risulta tutt’altro che semplice per i due, che devono scendere a compromessi ed accettare le proprie diversità. Insomma la loro coppia non sembra avere niente di meno rispetto ad una normale, a parte la dimensione fisica.

Dove il film stupisce è il lato fantascientifico. Samantha è la prima IA cinematografica priva di corpo ad avere un atteggiamento completamente umano, pieno di sfumature, spontaneo e con una gamma emotiva ampia. E non solo batte HAL 9000 dieci a zero, ma se la cava bene anche paragonata con i celeberrimi androidi di film come Terminator, Blade Runner e Ghost in the Shell, che hanno il vantaggio di possedere un corpo. Tutto sta nella sfaccettata profondità del lato passionale di Samantha, che invece è spesso stato sacrificato – stilizzandolo o deformandolo – nelle intelligenze artificiali della fantascienza classica. È vero che l’estrema umanizzazione di Samantha potrebbe sembrare una scelta pigra, utile a schivare le complicazioni di un rapporto sentimentale tra un uomo e una IA solo parzialmente all’altezza. Ma io non penso che sia così. Secondo me la scelta di dotare Samantha una cognizione e di un’emotività così sviluppate è consapevole e coraggiosa, anche perché va di pari passo con una serie di diversità materiali con il partner umano. Ci sono molti dettagli che sottolineano come lei non sia veramente una persona, dalla sua velocità di lettura all’assenza di sonno, dalla capacità di avere centinaia di conversazioni contemporaneamente alla sua percezione del tempo. Senza contare ovviamente tutte le complicazioni legate all’incorporeità, inizialmente vissute come problematiche e poi come liberatorie. Samantha è un software a tutti gli effetti, e al tempo stesso è l’IA più umana mai vista sullo schermo.

Voto: 7/10

 
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Pubblicato da su 26 gennaio 2019 in Commedia, Drammatico, Fantascienza, Satira

 

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The Lobster

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Moltissimi recensori considerano The Lobster una commedia. Una commedia nera, molto nera, ma pur sempre una commedia. Essi sostengono a più riprese come non riuscissero a smettere di ridere durante la visione del film. I siti specializzati sono meno estremi, eppure raramente dimenticano tale aspetto nel classificare il film, inserendo “commedia” in mezzo a lunghi elenchi di generi che includono dramma, romance, fantascienza, thriller e satira. Per quanto mi riguarda, io ho un’opinione vicina a quella di un commentatore che definisce The Lobster un film che ti spezza dentro, sconvolgente e crudelmente oscuro.

Non credo che chi parli di commedia sia necessariamente nel torto. È indubbio che il film susciti una qualche forma di malsana ilarità attraverso la bizzarria grottesca delle sue violenze, fisiche e psicologiche. Una bizzarria così fuori dagli schemi che è in grado di trasportare lo spettatore dall’orrore alla risata passando per un romanticismo dolce e poetico, nonché disperato. Il film, tra l’altro, esegue tutto ciò presentando una surreale satira multilivello in grado di rappresentare la vita sentimentale e le pressioni culturali in un modo geniale e inedito. Eppure io non riesco a considerare The Lobster una commedia. Il film è un macigno e non ha niente di leggero o scanzonato anche nei suoi momenti dichiaramente parodici.

Se volete scoprire come sia possibile che moltissime persone abbiano riso di gusto di fronte a scene di omicidio, autolesionismo, suicidio, tortura, prigionia e violenza sugli animali guardate The Lobster. Vi aspetta un’esperienza diversa dal solito.

Voto: 9/10

 
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Pubblicato da su 21 gennaio 2019 in Commedia, Drammatico, Fantascienza, Horror, Satira, Thriller

 

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The Killing of a Sacred Deer

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The Killing of a Sacred Deer è il tipo di film che continua a tornare in mente senza un motivo. È estremamente potente, nelle immagini, nelle musiche, nei dialoghi, ma è anche molto ambiguo e allegorico: una combinazione esplosiva. In questo ha avuto su di me un effetto simile a Mother! di Aronofsky, film a cui ripenso spesso nonostante (o forse proprio perché) faccio ancora molta fatica a coglierne la totalità dei messaggi.

The Killing of a Sacred DeerMother! sono film volutamente astrusi, fatti apposta per risultare oscuri e incomprensibili. Anzi, l’azione si segue molto bene e i personaggi si relazionano tra di loro in maniera credibile e funzionale. Certo, diversi comportamenti vengono estremizzati per risultare scomodi a chi guarda, per suscitare straniamento, perfino orrore, ma ciò non rende la vicenda irrealistica. Così Martin è appiccicoso in una maniera inquietante ma non esagerata, Steven è gelido anche nei momenti di tenerezza e i suoi figli paiono particolarmente alienati.

Il film compie però un passo in più, che lo distanzia dal modello del classico thriller psicologico: ad un certo punto accade qualcosa di inspiegabile. Questo, da un lato permette di scoprire le psicologie dei personaggi secondo modalità innovative, e dall’altro mette in gioco un livello di interpretazione ulteriore, simbolico. L’assurdità di alcuni accadimenti, al limite del sovrannaturale, consente al film di lanciare messaggi cifrati di una certa complessità, e così di affrontare argomenti apparentemente lontani dalla vicenda narrata come la maturazione sessuale, il ciclo della vita e la tragicità dell’amore.

Importante notare come l’interpretazione allegorica della vicenda sia incoraggiata da un titolo che altrimenti avrebbe ben poco a che fare con la vicenda. “Il Sacrificio del Cervo Sacro” allude in maniera inequivocabile al mito di Ifigenia, nel quale Agamennone viene punito per il suo essersi vantato con la dea Artemide di aver ucciso un cervo in una battuta di caccia di successo.

Un po’ tragedia greca, un po’ dramma familiare, un po’ horror psicologico, The Killing of a Sacred Deer è un’opera poetica che non si finisce mai realmente di decifrare. Peccato solo per il finale un po’ debole.

Voto: 8/10

 
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Pubblicato da su 17 gennaio 2019 in Drammatico, Horror, Psicologico, Thriller

 

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Prisoners

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Prisoners è un poliziesco cupo, tanto nell’estetica quando nell’azione. Racconta di un rapimento di due bambine, per questo prigioniere, e della reazione dei genitori all’evento.
Intanto, nel corso della vicenda, avvengono altri rapimenti, più o meno slegati da quello principale, più o meno inaspettati.
Di conseguenza prisoners può essere riferito a tutte le vittime o anche, più in generale, alla condizione umana.

Il film non è affatto gradevole: è duro, oscuro, lento, pesante.
Poco male, ci ci sono capolavori con queste caratteristiche. Eppure tali capolavori hanno sempre qualcosa di più, che sia nelle atmosfere, nel messaggio, nelle psicologie dei personaggi o nelle scelte registiche.
Prisoners invece ha ben poche frecce al proprio arco per farsi volere bene, a meno che si desideri vivere due ore di intenso disagio.
Ricorda come atmosfera alcune serie TV (Bosch, True Detective, The Fall), che però a loro favore hanno una narrazione un po’ più grintosa e dei cliffhanger in grado di tenere alta l’attrazione. Dal momento che in Prisoners c’è meno sprint e non c’è mai un reale colpo di scena il film perde lo spettatore piuttosto facilmente.

Inoltre Prisoners ha qualcosa di sbagliato al di là del mood generale. È particolarmente indulgente con il protagonista che, in uno stato di rabbiosa disperazione, compie atti efferati che non vengono quasi affatto condannati. Gli altri personaggi ne sono indifferenti o vagamente turbati, la polizia non sembra particolarmente interessata, e l’autore stesso di queste azioni non vive la cosa con dolore ma solo inutile rabbia. La storia non lo punisce, anzi, giustifica le sue azioni in più punti fino ad una semi-glorificazione.
In questo aspetto il film diventa quasi un revenge movie, genere che mi provoca intenso disgusto nel suo puntare ad emozioni molto basse. La cosa mi ha ricordato un altro film molto indulgente nei confronti della protagonista, osannato da pubblico e critica, e che ho io odiato profondamente: Three Billbords outside Ebbing, Missouri.

Voto 4/10 (solo per le prove attoriali).

 
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Pubblicato da su 2 gennaio 2019 in Drammatico, Thriller

 

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Perfetti Sconosciuti

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Perfetti Sconosciuti è una figata. Scritto benissimo, recitato meglio, con un ritmo perfetto. È divertente, è drammatico, è elegante. E l’idea di base è geniale.

Però non mi ha convinto. Mi ha lasciato con la sgradevolissima sensazione che fossero stati assegnati ai vari personaggi dei punteggi di meschinità, e lo scopo del film fosse quello di svelarli progressivamente allo spettatore. Perfetti Sconosciuti finisce, senza volerlo, per essere una grande classifica, e la cosa non mi è piaciuta per niente: il tutto è estremamente guidato, e pretenzioso: “Questo NO, questo SÌ, questo SÌ ma non è bellissimo, questo NO ma potrebbe essere SÌ, questo assolutamente NO”.

SPOILER 👇

– Al settimo posto c’è il ragazzo omosessuale che non ha fatto niente di male a nessuno ed è solo insicuro.
– Al sesto posto c’è la giovane moglie di buon cuore che sente ancora l’ex solo per aiutarlo.
– Al quinto posto c’è il padre saggio, che dice parecchie balle ma a fin di bene.
– Al quarto posto c’è il marito birichino che si fa mandare le foto sconce, ma è di buon cuore e prende le parti dell’amico gay.
– Al terzo posto c’è la moglie alcolizzata che tradisce virtualmente con sconosciuti.
– Al secondo posto c’è la madre che tradisce il marito con il migliore amico. E odia la propria figlia.
– Al primo posto c’è il MALE ASSOLUTO, cioè il traditore seriale. Che è pure omofobo.

Niente di male nell’inserire personaggi con questi background in un film, ma quando è così semplice metterli in fila e fare una classifica significa che gli autori volevano che questo fosse il percepito. Dovrebbe stare a me valutare chi è più infame e chi invece lo è di meno (come ad esempio in Carnage di Polanski), piuttosto che essere un lavoro già stato fatto a monte. Questa mancanza di ambiguità morale è sgradevole, e mi ha svalutato completamente il film. Peccato.

Voto 6/10

 
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Pubblicato da su 22 novembre 2018 in Commedia, Drammatico, Psicologico

 

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Avengers Infinity War

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Avengers: Infinity War è un grande, emozionante film action. Grande perché unisce così tanti personaggi, mondi e stili. Emozionante perché racconta di decisioni difficili, di sacrifici e di lutti. Action perché gli scontri sono la spina dorsale dell’opera, a volte in maniera virtuosa, altre volte no. Se tutta questa azione avesse condotto a un finale negli standard hollywoodiani si tratterebbe di un film discreto, ben fatto ma non privo di vari cliché di genere, tra cui appunto i classici happy ending.

Invece il finale ribalta tutto e permette all’opera di superare la barriera del blockbuster. Così Avengers: Infinity War da grande ed emozionante film action diventa un colossale e commovente film drammatico. E i bambini in sala muti.

Qualche considerazione aggiuntiva (con leggeri spoiler):
Thanos è un personaggio splendidamente caratterizzato, con degli occhi che parlano e una sensibilità superiore a quella della maggior parte dei villain cinematografici. In un certo senso è il vero protagonista del film. Sicuramente è il protagonista della scena emotivamente più forte.
– Nonostante il film abbia una seconda parte, secondo me non deve essere letto in funzione di ciò. In primo luogo perché non sappiamo come sarà la seconda parte ed è sbagliato interpretare tutto in base a delle congetture. In secondo luogo perché ogni opera, anche quelle in franchise, devono poter essere prese da sole, con la loro vicenda e i loro messaggi. Il fatto che Avengers: Infinity War si conclude in modo tragico non lo
rende più dipendente dal suo seguito, anzi.
Thor continua l’intensa parabola iniziata in Thor: Ragnarok. Se il Dio del tuono si può considerare il vero eroe del film è solo grazie agli eventi del film precedente, che sotto la patina di comicità nascondeva un’anima estremamente drammatica. Purtroppo non si può dire la stessa cosa di Captain America, sacrificato per esigenze narrative e assolutamente secondario. Da suo grande fan mi dispiaccio molto di questa scelta.
– Il Wakanda si conferma essere un luogo insulso, male caratterizzato politicamente, tecnologicamente e culturalmente: solo immagine e niente sostanza.
– Per essere goduto il film necessita di una sospensione dell’incredulità leggermente superiore al solito, a causa dell’esistenza di personaggi con poteri  la cui portata non è molto chiara. Se ci si inizia a chiedere “perché personaggio X non ha fatto questo, o personaggio Y non ha fatto quello”, si arriverà molto presto a detestare il film. A parer mio sono dubbi sufficientemente secondari per passarci sopra, ma posso capire che non sia così per tutti.

Voto 7/10

 
 

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