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Wreck-it Ralph

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Era da tempo che non uscivo tanto deliziato dalla visione di un film. Uno strano tepore mi pervadeva, avevo il sorriso stampato sulle labbra e un sacco di immagini per la testa.

Wreck-it Ralph è una favola moderna, figlia della miglior Disney, in grado di reinterpretare in maniera sorprendente l’immaginario arcade cui molti di noi sono legati, e di farlo con grande ironia. La vicenda, che nasce quasi spontaneamente dal substrato videoludico e dai personaggi a modo loro già caratterizzati dal proprio passato pop, è tutt’altro che semplice e lineare. Ricca e in un certo senso complessa, la storia semina e raccoglie con sapienza e cuore.

Di più: Wreck-it Ralph racconta la storia degli ultimi, emarginati bizzarri e sgangherati, che non ne combinano una giusta. Siamo ben lontani dal principesco classico Disney e molto più vicini al tenero ed energico disastro di film come Lilo e Stich. Ralph e Vanellope sono due antieroi coi fiocchi, spumeggianti insieme, emozionanti da soli, fantastici inseriti nel coloratissimo universo del film.

Il misto tra l’immaginario arcade, il miglior 3D, e quel pizzico di sprint manga che accende Sugar Rush, mi frullerà nella testa per un bel po’. Domani vado a vedere Ralph Breaks the Internet.

Voto: 9/10

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Pubblicato da su 7 gennaio 2019 in Animazione, Avventura, Commedia, Fantasy

 

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Facebook Review: Perfetti Sconosciuti

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PERFETTI SCONOSCIUTI è una figata. Scritto benissimo, recitato meglio, con un ritmo perfetto. È divertente, è drammatico, è elegante. E l’idea di base è geniale.

Però non mi ha convinto. Mi ha lasciato con la sgradevolissima sensazione che fossero stati assegnati ai vari personaggi dei punteggi di meschinità, e lo scopo del film fosse quello di svelarli progressivamente allo spettatore. Perfetti Sconosciuti finisce, senza volerlo, per essere una grande classifica, e la cosa non mi è piaciuta per niente: il tutto è estremamente guidato, e pretenzioso: “Questo NO, questo SÌ, questo SÌ ma non è bellissimo, questo NO ma potrebbe essere SÌ, questo assolutamente NO”.

SPOILER 👇

– Al settimo posto c’è il ragazzo omosessuale che non ha fatto niente di male a nessuno ed è solo insicuro.
– Al sesto posto c’è la giovane moglie di buon cuore che sente ancora l’ex solo per aiutarlo.
– Al quinto posto c’è il padre saggio, che dice parecchie balle ma a fin di bene.
– Al quarto posto c’è il marito birichino che si fa mandare le foto sconce, ma è di buon cuore e prende le parti dell’amico gay.
– Al terzo posto c’è la moglie alcolizzata che tradisce virtualmente con sconosciuti.
– Al secondo posto c’è la madre che tradisce il marito con il migliore amico. E odia la propria figlia.
– Al primo posto c’è il MALE ASSOLUTO, cioè il traditore seriale. Che è pure omofobo.

Niente di male nell’inserire personaggi con questi background in un film, ma quando è così semplice metterli in fila e fare una classifica significa che gli autori volevano che questo fosse il percepito. Dovrebbe stare a me valutare chi è più infame e chi invece lo è di meno (come ad esempio in Carnage di Polanski), piuttosto che essere un lavoro già stato fatto a monte. Questa mancanza di ambiguità morale è sgradevole, e mi ha svalutato completamente il film. Peccato.

Voto 6/10

 
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Pubblicato da su 22 novembre 2018 in Commedia, Drammatico, Psicologico

 

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Facebook Review: Spiderman Homecoming

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SPIDERMAN HOMECOMING: UN FILM CHE RIESCE NELLE COSE DIFFICILI E FALLISCE IN QUELLE FACILI.

Questo è il giudizio che mi sentirei di dare al film, in una riga.

Perchè gli obiettivi ambiziosi che si era posto li raggiunge alla grandissima, con un universo Marvel presente e credibile, il personaggio di Spiderman molto centrato e un villain finalmente entusiasmante. Ma non solo, perché il film supera di moltissimo le aspettative per quanto riguarda l’ossatura relazionale, mettendo in scena rapporti tra i personaggi di prim’ordine, sinceri, asciutti, emozionanti. Se a questo si somma l’instancabile comicità e un colpo di scena bello spiazzante si può solo applaudire di fronte alla perizia con cui è stata scritta la sceneggiatura. Tutte cose DIFFICILI, perchè creare un microcosmo umano interessante non è scontato, specialmente in una tipologia di film in cui questa componente è sempre stata trascurata.

E quindi dov’è che Spiderman Homecoming non riesce? A parer mio nella messa in scena di quelli devono essere i pilastri di un cinecomic: epicità, adrenalina e percezione del pericolo. Perchè questo Spiderman ha delle scene d’azione confuse, con un ritmo altalenante e poca spettacolarità. Non si provano i brividi ad assistere al confronto tra l’eroe e i nemici che si trova davanti, e l’esaltazione per la vittoria, per il riscatto, per il superamento dei propri limiti è praticamente assente. E questo perchè Peter non è mai davvero in difficoltà, la posta in gioco non è molto alta o molto chiara e Spiderman è overpowered in una maniera sbagliata: se il rapporto inesperienza/forza è efficace nella creazione di scene divertenti, non riesce ad esserlo dal punto di vista strettamente drammatico, che poi è quello più importante a livello di storytelling. La sfida del pathos è stata superata anche da cinecomic mediocri come Iron Man 2 (e in piccola parte perfino dall’aborto di Batman V Superman) e per questo io la considero FACILE. È un peccato che un film di qualità come Spiderman Homecoming fatichi tanto in questo.

Che poi, in realtà, come ha detto la maggior parte dei critici: il film è incredibilmente divertente, chi se ne frega del resto?

 
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Pubblicato da su 9 luglio 2018 in Action, Commedia, Superhero Movie, Teen

 

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Facebook Review: AFTER THE STORM

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Un detective privato con il vizio del gioco si mette a spiare l’ex moglie dopo che questa inizia a frequentare un altro uomo, molto più ricco. Ciò lo conduce ad ideare un piano per passare un’ultima notte con lei, insieme al figlio e alla suocera. Sembrerebbe la trama di un thriller, magari di un thriller americano. E invece si tratta di un film giapponese, a metà tra commedia e dramma familiare: After the Storm, scritto, diretto e prodotto dal pluripremiato Hirokazu Koreeda.

Il film di Koreeda è uno sguardo sulla vita di Ryota: un padre assente e un adulto irresponsabile, che nel corso della vicenda si trova ad affrontare i propri demoni. Questo confronto mette in mostra diversi lati della sua personalità, da quelli più dolci a quelli più amari. E Ryota cambia, insieme ai propri familiari, nel corso della burrascosa notte trascorsa insieme, anche se la sua trasformazione è solo interiore. La vita va avanti come sempre, una volta placatasi la tempesta.

After the Storm è un piccolo e vivido affresco, naturalistico nella messinscena, contemplativo nella poetica. Ha una scrittura limpida, una recitazione trasparente, e ha uno strano feel tra il ruvido e il delicato. Ma soprattutto ha una regia ispirata e consapevole, apparentemente invisibile eppure presente in ogni gesto, in ogni sguardo, in ogni parola, in ogni scorcio di casa, parco o città.

Recuperate Koreeda, recuperate il cinema giapponese. Non ve ne pentirete.

Voto 9/10

 
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Pubblicato da su 3 aprile 2018 in Commedia, Drammatico, Psicologico

 

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Facebook Review: THOR RAGNAROK

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Il problema di Thor Ragnarok non è che è troppo innovativo, ma che lo è troppo poco.

Finalmente dopo due film intrisi di una mitologia fantasy stantia, vediamo un po’ di sperimentazione. Thor questa volta sembra essere dotato di lati della personalità che vadano al di là della bambinesca determinazione a cui ci aveva abituati – è frustrato, è autoironico, è consapevole. È vero che acquista risvolti comici piuttosto stravaganti, ma questi sono controbilanciati da una drammaticità di fondo di accadimenti che mettono il Dio del Tuono in costante difficoltà. Ciò rende Thor Ragnarok un film tragicomico in più punti. Anche Il pianeta di Sakaar è una scoperta continua: molto divertente, molto colorato e bizzarro in un modo inquietante. In questo scenario gli elementi mitologici risplendono, con una Valchiria reietta e alcolizzata, una Hela di cui sono ben chiare motivazioni e obiettivi, e il solito mostrone gigante (Surtur) capace di dare una chiusura e un senso a tutta la storia.

Quindi dove sta la debolezza del film? Nel non essere riuscito a lasciarsi alle spalle alcuni dei clichè di genere. Loki viene per l’ennesima volta riproposto nella sua versione voltagabbana, annacquata da sprazzi di simpatia fuori luogo. Il tirapiedi di Hela è un luogo comune vivente che partecipa ad una serie di scene patetiche al limite del ridicolo. Asgard continua ad essere un posto privo di personalità, di cui non si capisce il valore e l’attrattiva – praticamente la versione disneyana dei vichinghi, privata del sesso, dell’alcol e della violenza.

Fondamentalmente le novità introdotte nel mondo di Thor funzionano egregiamente, mentre le caratteristiche storiche continuano ad essere un fallimento. Per questo Thor Ragnarok avrebbe dovuto osare di più.

Voto: 7/10

 
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Pubblicato da su 28 gennaio 2018 in Avventura, Commedia, Fantasy, Superhero Movie

 

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OCEANIA: Sì o No?

Perchè sì

Senza tsDitolo-1Oceania ci prende e ci trasporta in una leggenda Polinesiana. Lo fa fin dai primi minuti, con il racconto di Nonna Tala ai bambini dal villaggio, e lo fa per tutta la vicenda, mostrandoci una mitologia fatta di spiriti, semidei, mostri ed entità naturali. Ma soprattutto lo fa con la sua ricerca estetica. La Polinesia è nel mare, a tratti cristallino e spumeggiante, a tratti oscuro e burrascoso. La Polinesia è nei tatuaggi di Maui, così fedeli a quelli tradizionali e allo stesso tempo centrali per la psicologia del personaggio. La Polinesia è nei temi musicali scritti da Opetaia Fo’ai, e nei passaggi vocali intonati in samoano. La Polinesia è nella ricostruzione del villaggio, con utensili, abitazioni, indumenti ed imbarcazioni d’epoca. Insomma, la Polinesia è il vero protagonista di Oceania, colpisce tutti i sensi, ed incanta con la sua magia.

Perchè no

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Oceania è un road movie con il mare al posto della strada. Durante il suo viaggio Moana farà gli incontri più bizzarri, supererà prove di vario tipo e maturerà come persona. Ma se tutto questo rende il film un buon racconto di crescita (tanto per lei quanto per Maui), al tempo stesso priva la vicenda di una vera direzione. Il fatto che Oceania sia poco centrato sulla storia può irritare il pubblico più concreto: i protagonisti spesso sembrano muoversi a casaccio, mossi più dalle proprie emozioni che dai propri obiettivi. E perfino il confronto con il villain va in questa direzione. Se da un lato infatti c’è una ricerca di quella poesia naturale tipica del cinema di Miyazaki, dall’altro il risultato è piuttosto anticlimatico, e rischia di lasciare insoddisfatti. Pensate alla parabola del Senzavolto ne La Città Incantata, rifatta come un’avventura Disney, e capirete cosa intendo.

 
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Pubblicato da su 9 gennaio 2018 in Animazione, Avventura, Commedia, Musicale

 

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Quella Casa nel Bosco

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Titolo originale: The Cabin in the Woods
Titolo italiano: Quella casa nel Bosco
Anno: 2012
Nazionalità: USA
Regia: Drew Goddard
Sceneggiatura: Drew Goddard, Joss Whedon
Interpreti: Kristen Connolly, Fran Kranz, Jesse Williams, Chris Hemsworth, Sigourney Weaver

Perchè questo film
Devo ringraziare il gestore di Tapirullanza, tra amici il Tapiro, per avermi riportato alla memoria questo promettente film, che avevo nella wish list da troppo tempo perchè potessi ricordarmene da solo. Il Tapiro ha lanciato sul suo sito il mese dell’orrore partendo da variazioni sul genere teen horror “house in the woods”, arrivando a parlare di Quella Casa nel Bosco alla seconda settimana, qui. Il suo articolo è ottimo ma consiglio di rimandare la lettura a chi volesse godersi le mille sorprese che il film ha in serbo dall’inizio alla fine. Quando a me, cercherò di accennare solo qualcosa di molto generico sull’opera che abbiamo davanti, per invogliare alla visione, e solo a quel punto entrerò nel vivo della recensione.
Sicuramente può aiutarvi a scegliere sapere che il film ha il 91% pomodori freschi su Rotten Tomatoes, un punteggio di 7,1 su imdb e circa metà commenti di youtube scritti da analfabeti incazzati che si aspettavano di assistere all’ennesimo slasher boschivo. Più ci si sposta verso il pubblico generalista più le opinioni si polarizzano, mentre la maggior parte dei critici è concorde nel dire che si tratta di una pellicola di valore. Di certo non abbiamo davanti un film che lascia indifferenti.

Un po’ di aggettivi
Un arguto commento su Rotten Tomatoes recita: “If The Cabin in the Woods were a meal, it would consist of 90 minutes of studying a well-written menu, and then ordering the cream pie, which arrives in your face. Sweet, sweet release”. Non avrei saputo illustrare meglio la sensazione di libidinosa spaesatezza che il film genera da un certo punto in poi. Quella Casa nel Bosco è… spiazzante, bizzarro, divertito, elettrizzante e soprattutto, soprattutto originale. Perchè ci sono anche degli scivoloni e delle soluzioni un po’ pigre, perfino qualche calo di ritmo, ma sono difetti che seriamente scompaiono di fronte all’irriverenza e alla fantasia del prodotto, che è davvero davvero originale. Pirandelliano. Escheriano. Completamente rovesciato.

Image2Altri aggettivi.

Un po’ di spoiler
la prima parte del film secondo me è la migliore: è un mix frizzantissimo di teen drama ottimamente scritto e corporation comedy alla The Office, con doppia atmosfera di attesa che diventa sempre più inquietante. A questo si aggiunge un gioco coi clichè semplicemente delizioso, partendo da quella tinta bionda nella prima scena che retrospettivamente fa davvero schiantare dal ridere. Idem per il montanaro pazzoide alla pompa di benzina, dei cui deliri mistici tutti i personaggi – e proprio tutti – non possono che ridere e per la serie di strizzate d’occhio nella sequenza obbligo-verità. È un peccato secondo me che la scrittura non riesca a dare sufficiente spazio a tutti i ragazzi, con Marty che ha una battuta per tutto e ruba la scena anche a personaggi che in quel momento vorrebbero essere più a fuoco. In particolare fa una figura involontariamente barbina Holden, il quale non riesce a ricoprire il ruolo che dovrebbe avere, mettiamola così. Fa numero e poco altro. Comunque, nonostante alcuni disequilibri, i personaggi sono molto più interessanti che negli altri teen horror: cosa ovvia dal momento che essi arrivano a ricalcare certi stereotipi bidimensionali perchè così dice il copione mentre in realtà c’è sotto molto altro. Come hanno detto alcuni commentatori se anche si fosse trattato di un horror ordinario, con questi ragazzi e questa scrittura sarebbe stato un horror molto piacevole.
Dall’altra parte, come fa notare il Tapiro, anche la parte aziendale è gestita con sapienza. I colleghi scherzano, sclerano a caso, si rinfacciano gli errori, sfottono gli altri reparti, perfino scommettono (trovata davvero tanto divertente che riesce a trasformare una situazione di grande tensione in pura ilarità). Non si tratta di una corporazione caratterizzata da perfezione militaresca, ma di persone normali che si trovano a dover portare a termine un lavoro psicologicamente molto duro. Tutto funziona davvero ad orologeria per i primi quaranta minuti. Poi BOOM inizia l’escalation, con una scena un po’ volgarotta ma che ci sta. Il punto è che tale escalation comunque era prevista nel copione per cui, a parte qualche ideuzza, non sorprende più di tanto: le lacune di caratterizzazione, volute o no che fossero, vengono fuori e c’è una certa frettolosità che rovina l’ottimo lavoro di preparazione. Certo si tratta di un’escalation comunque sui generis, ma io l’ho percepita un po’ fiacca. Si tenta una pistola di Cechov con la scena della moto, ma è una pistola abbastanza telefonata. E poi arriva la terza parte…

Meta(-meta)-narrazione
Ora che abbiamo il nostro cuscinetto anti SPOILER possiamo dirlo. Tutto il film è un trionfo meta narrativo, che ha come obiettivo principale quello di sfottere i luoghi comuni di genere mostrando quando devono essere manipolate persone e situazioni affinché esse possano rientrare nel canovaccio slasher-horror classico. Come comportarsi però una volta che il gioco si è esaurito e i poveri ragazzi sono stati maciullati nel rituale cinematografico satanico così come era stato progettato? Gli sceneggiatori hanno optato per un divertissement citazionista in cui i due sopravvissuti scatenano l’inferno liberando mostri per la sede corporativa. Davvero spassoso, bisogna dire. Quindi i due decidono di non sacrificarsi per il mondo in una scena di scazzo edonista a parer mio di cattivo gusto (che però può sottointendere che il passaggio di spugna non sia rivolto all’umanità ma al cinema horror, con una svirgolata metaforica). E niente, fine.
Però, però, forse c’è di più. Non è chiaro perché la regia non è chiara, ma più di una volta mentre il rituale prosegue e gli zombie fanno fuori uno a uno i ragazzi saltano fuori guasti sospetti che fanno pensare a una manipolazione dell’azienda da parte di qualcun altro. Poi iniziano i clichè da fanta-horror corporativo (pulsanti rossi che scatenano il finimondo), i deus ex machina non si interrompono nonostante non ci sia più nessuno a gestirli (la ragazzina zombie che arriva al momento giusto!) e i luoghi comuni continuano a sprecarsi (un buco nel muro verso la salvezza, srlsly?). Ho pensato: non sarà mica che tutto il film, inclusa la parte aziendale, è una mega trappolona di livello superiore, un meta-rituale di altro tipo, in cui non sono i ragazzi le vittime sacrificali ma l’azienda stessa? Ritualception, tipo. Ho continuato a pensarlo per un po’, solo che il film termina lì senza alcuna rivelazione. Delusione.
Delusione a meno che gli elementi fossero già stati posizionati tutti sul tavolo e non ci fosse bisogno far vedere il nuovo malefico burattinaio che ha indotto i guasti e indirizzato la storia verso il tragico epilogo, perchè quel burattinaio è il regista! Lo è senza dubbio in effetti, per il nostro ludibrio, ma intendeva davvero esplicitarlo o si tratta una sovrastruttura che ho aggiunto io per spiegarmi difetti intrinseci, involontari della seconda parte della pellicola? Onestamente non lo so, ma solo il fatto che il regista sia stato in grado di farmi nascere seri dubbi sulla natura delle scelte che caratterizzano il finale della sua opera significa che è riuscito a fare l’impossibile: cogliermi con le brache calate proprio quando pensavo di aver capito le regole del gioco. Ben fatto Goddard, ben fatto.

Voto: 8/10

 
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Pubblicato da su 13 ottobre 2014 in Commedia, Horror, Metafiction, Teen

 

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