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Facebook Review: THOR RAGNAROK

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Il problema di Thor Ragnarok non è che è troppo innovativo, ma che lo è troppo poco.

Finalmente dopo due film intrisi di una mitologia fantasy stantia, vediamo un po’ di sperimentazione. Thor questa volta sembra essere dotato di lati della personalità che vadano al di là della bambinesca determinazione a cui ci aveva abituati – è frustrato, è autoironico, è consapevole. Hulk, per quanto fumettoso, acquista una nuova dimensione che si affianca a quella di demonio ruggente. Il pianeta di Sakaar è una scoperta continua: molto divertente, molto colorato per certi versi molto inquietante. In questo scenario gli elementi mitologici risplendono, con una Valchiria reietta e alcolizzata, una Hela di cui sono ben chiare motivazioni e obiettivi, e il solito mostrone gigante (Sulfur) capace di dare una chiusura e un senso a tutta la storia.

Quindi dove sta la debolezza del film? Nel non essere riuscito a lasciarsi alle spalle alcuni dei clichè di genere. Loki viene per l’ennesima volta riproposto nella sua versione voltagabbana, annacquata da sprazzi di simpatia fuori luogo. Il tirapiedi di Hela è un luogo comune vivente che partecipa ad una serie di scene patetiche al limite del ridicolo. Asgard continua ad essere un posto privo di personalità, di cui non si capisce il valore e l’attrattiva – praticamente la versione disneyana dei vikinghi, privata del sesso, dell’alcol e della violenza.

Fondamentalmente le novità introdotte nel mondo di Thor funzionano egregiamente, mentre le caratteristiche storiche continuano ad essere un fallimento. Per questo Thor Ragnarok avrebbe dovuto osare di più.

Voto: 7/10

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Pubblicato da su 28 gennaio 2018 in Avventura, Commedia, Fantasy, Superhero Movie

 

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OCEANIA: Sì o No?

Perchè sì

Senza tsDitolo-1Oceania ci prende e ci trasporta in una leggenda Polinesiana. Lo fa fin dai primi minuti, con il racconto di Nonna Tala ai bambini dal villaggio, e lo fa per tutta la vicenda, mostrandoci una mitologia fatta di spiriti, semidei, mostri ed entità naturali. Ma soprattutto lo fa con la sua ricerca estetica. La Polinesia è nel mare, a tratti cristallino e spumeggiante, a tratti oscuro e burrascoso. La Polinesia è nei tatuaggi di Maui, così fedeli a quelli tradizionali e allo stesso tempo centrali per la psicologia del personaggio. La Polinesia è nei temi musicali scritti da Opetaia Fo’ai, e nei passaggi vocali intonati in samoano. La Polinesia è nella ricostruzione del villaggio, con utensili, abitazioni, indumenti ed imbarcazioni d’epoca. Insomma, la Polinesia è il vero protagonista di Oceania, colpisce tutti i sensi, ed incanta con la sua magia.

Perchè no

Senza titolo-1

Oceania è un road movie con il mare al posto della strada. Durante il suo viaggio Moana farà gli incontri più bizzarri, supererà prove di vario tipo e maturerà come persona. Ma se tutto questo rende il film un buon racconto di crescita (tanto per lei quanto per Maui), al tempo stesso priva la vicenda di una vera direzione. Il fatto che Oceania sia poco centrato sulla storia può irritare il pubblico più concreto: i protagonisti spesso sembrano muoversi a casaccio, mossi più dalle proprie emozioni che dai propri obiettivi. E perfino il confronto con il villain va in questa direzione. Se da un lato infatti c’è una ricerca di quella poesia naturale tipica del cinema di Miyazaki, dall’altro il risultato è piuttosto anticlimatico, e rischia di lasciare insoddisfatti. Pensate alla parabola del Senzavolto ne La Città Incantata, rifatta come un’avventura Disney, e capirete cosa intendo.

Voto: 7

 
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Pubblicato da su 9 gennaio 2018 in Animazione, Avventura, Commedia, Musicale

 

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Perchè ho amato Dragon Trainer 1 e odiato Dragon Trainer 2

Dragon Trainer

Io ho adorato il primo Dragon Trainer. L’ho trovato e lo trovo ancora il più riuscito film di animazione 3D che abbia visto e uno dei pochi, se non l’unico, cartone occidentale capace di farmi commuovere senza dover far leva sui ricordi d’infanzia. In tempi non sospetti avevo anche scritto un commento a riguardo su una community di cinema, qui, con un po’ troppo entusiasmo, direi oggi.

Perché trovo Dragon Trainer 1 così bello? Tanti motivi, ma soprattutto per l’intreccio di conflitti che sorregge la vicenda e le fa prendere direzioni non banali. Si tratta di conflitti concreti e plausibili, ma soprattutto numerosi, variegati e fitti: sappiamo tutti, dalla nostra vita, che i momenti di maggior pathos sono dovuti al sovrapporsi di urgenze che prese una alla volta non sarebbero nulla di che e Dragon Trainer possiede una bella collezione di esempi sul modo in cui queste complicazioni possono verificarsi.
Il risultato è un paesaggio umano fatto di chiaroscuri, in cui fraintendimenti, imbarazzi, sfoghi e incomprensioni sono giustapposti a humor, leggerezza e tanta energia. Non c’è l’eccessiva drammatizzazione di alcune produzioni animate, ma non c’è neanche l’ingenuo idealismo di altre – e infatti non è un caso che i creatori di Dragon Trainer siano gli stessi di quel gioiello di parabola familiare che è Lilo e Stitch.

Potremmo dire che il primo Dragon Trainer parla del fatto che accettarsi per quello che si è raramente  basta, perché è necessario che anche gli altri lo facciano, e accettare senza capire è difficile perfino in famiglia. Perchè la comprensione possa avvenire è necessario venirsi incontro e combattere pregiudizi che, se non proprio senso hanno almeno una funzione e una storia, e quindi sono resistenti. Ma non è tutto perché uscire allo scoperto tende a generare invidie, aspettative e responsabilità. E se è vero che la vicinanza di un compagno fedele può permetterci di superare insicurezze e ostacoli, da tale vicinanza non possono che derivare preoccupazioni, sospetti e pericoli. Insomma ogni soluzione genera altri problemi, che pretendono provvedimenti che a loro volta produrranno complicazioni; ed è così per tutto il film, che risolve il loop in una maniera così drastica che qualcuno potrebbe considerare il termine happy ending inadatto a descriverlo.
Dragon Trainer è un film pieno di “ma”, di “anche se”, di “forse era meglio” e di “se solo”, esattamente come la vita vera e per questo a parer mio è così bello. I dettagli scenici, le trovate registiche, l’umorismo un po’ nerd e la spontaneità dei personaggi aggiungono ulteriore valore.

Dragon Trainer 2Mi rendo conto solamente ora quanto sia stato un errore metterne in programma un seguito sull’onda del successo di critica e di pubblico. Il primo Dragon Trainer era così ad orologeria, così giusto e completo che non rimaneva un granchè da dire sui personaggi, sulla loro maturazione o sui loro drammi. Alla fine del film Hiccup si rendeva conto che la sua diversità poteva essere costruttiva e perfino complementare alla forza dei suoi compagni; Stoic dopo mille scivoloni riusciva a scendere a patti con il proprio orgoglio e a considerare un modo diverso di vedere i draghi; Astrid imparava a fidarsi; i ragazzi riuscivano a mettere da parte la loro litigiosità a favore del lavoro di squadra; Sdentato accettava lo stato di co-dipendenza con il proprio cavaliere. Non c’era davvero nient’altro di importante da dire: i drammi si erano sciolti, i compromessi stabiliti e la situazione per quanto non idilliaca funzionava meglio di prima perché i protagonisti erano arrivati a capirsi. Cosa succede quando ci si mette a scrivere un nuovo capitolo di una storia bella conclusa e sigillata? Succede che in parte per pigrizia, in parte per paura di prendersi dei rischi, in parte per carenza di hook alla vicenda passata, si fa una brutta copia del punto di arrivo del film precedente (per mezz’ora), si introducono degli elementi di disturbo che non hanno uno scopo preciso (seconda mezz’ora) e poi si va chiudere più frettolosamente possibile in maniera che nessuno si accorga di aver visto una cosa che non ha ne capo ne coda (ultima mezz’ora).

Infatti è andata proprio così. Tutta la prima parte di Dragon Trainer 2 non fa che ribadire concetti che erano già stati affrontati (come il senso di libertà prodotto dai draghi) e riproporre timidamente conflitti già risolti (responsabilità contro intraprendenza ad esempio). Va a finire che:
– Gli amici di Hiccup si riducono a sagome comiche, che peraltro ripetono le stesse gag a oltranza;
– Astrid perde tutta la sua profondità, diventano una specie di Mary Jane dei poveri, con 15 minuti di screen time, un po’ passati come spalla, un po’ come donzella scema;
– A Stoic va ancora peggio, perché il suo comportamento arriva a contraddire la maggior parte delle cose interessanti che si erano imparate su di lui nel film precedente, come l’imbarazzo per il figlio e il carattere inflessibile ma emotivamente impacciato. Il suo nuovo ruolo di padre modello è ridicolo quasi quanto la santificazione strappalacrime cui ci tocca assistere verso il finale: Il rude vichingo che fa fatica a scendere a compromessi e ad accettare un figlio mingherlino non può essersi trasformato in un romanticone tutto premure in un paio d’anni, dai!
– Il rapporto tra Hiccup e Sdentato, che nel primo film è così intenso e imprevedibile qui sembra ridursi ad un ridondante tentativo di manovra aerea inutile quanto pericolosa. Per il resto il ragazzo se ne sta imbambolato per metà film mentre il drago fa le fusa o si trasforma in super sayan, a differenza di quel che serve.

Cosa dire dei due personaggi nuovi? La madre di Hiccup prometteva quasi bene con il suo sproporzionato senso di colpa se non fosse che bastano pochi minuti a rendersi conto che il suo atteggiamento vittimista è stato messo lì solo per nascondere una voragine di sceneggiatura – il fatto che lei in 20 anni non si sia più fatta rivedere a Berk. Anche qui, conflitto fantoccio che non porta a niente ed è l’ombra degli attriti di Dragon Trainer 1. Tra l’altro la madre riesce ad essere ancora più sdolcinata e appiccicosa dello riscoperto metrosessuale Stoic visto che non fa altro che baciare e abbracciare un Hiccup che in effetti più che starsene imbambolato a farsi stropicciare non può nulla. È la sagra del buonismo spinto, delle frasi fatte e degli slogan da oratorio. “La risposta è dentro di te!”, “Eri destinato a portare a termine quel che io avevo cominciato!”, “Il vero potere deriva dalla fiducia non dalla paura…”. Dai cazzo. DAI CAZZO. Fino all’ultimo ho sperato che si trattasse di gioco di prestigio che sarebbe culminato con la rivelazione che invece il mondo non è fatto di peluches ma piuttosto di delusioni e fraintendimenti. E invece no. Nel mentre i draghi fanno le fusa e facce buffe.

Vogliamo parlare del cattivo, ossia del personaggio che dovrebbe reggere la seconda parte del film? Non fa paura, non fa pena, non fa ridere, non mette tristezza. È un beota che sottomette i draghi calpestandoli o assoggettandoli con un drago più cazzuto che non abbiamo idea come abbia fatto ad ammaestrare… per cosa? Perché è stato menomato da giovane? Sì… ma anche no! Non si capisce. Non ha un piano, non ha dei desideri chiari, non ha emozioni precise e neanche espressioni facciali che vadano al di là di un ghigno beffardo che neanche il mago Forrest. E poi non ho mai visto infrangere a un personaggio più regole della Evil Overlord List in così poco tempo, e va bene i bambini non conoscono l’Evil Overlord List e tutti noi da piccoli abbiamo visto una montagna di film spazzatura in cui il Male in persona si fermava a rispondere alle domande da asilo del protagonista e non siamo cresciuti così storti. Sarà un battesimo del fuoco, ma allora se il livello di scrittura del seguito che vuoi per forza fare di Dragon Trainer, cara Dreamworks, è quello di Basil l’investigatopo 3 in videocassetta, distribuiscilo solo per l’home video così noi adulti non ce lo cucchiamo.

Penso che l’operazione DT2 sia stata un bluff non molto diverso da UP: target delle elementari ma elementi in grado di attirare, e perfino ingannare, un adulto. Nel caso di UP la chiave di volta fu la tanto conclamata poesia visiva, nel caso di Dragon Trainer 2 gli straordinari precedenti narrativi del capitolo 1. Sono stato fregato per la seconda volta, spero che non accada di nuovo.

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Pubblicato da su 8 settembre 2014 in Animazione, Avventura, Fantasy, Teen

 

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Hunger Games

locandinaTitolo originale: The Hunger Games
Titolo italiano: Hunger Games
Anno: 2012
Nazionalità: USA
Regia: Gary Ross
Interpreti: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Lenny Kravitz, Stanley Tucci, Donald Sutherland
Tratto dall’omonimo romanzo di Suzanne Collins

Perché questo film
Sono anni che Hollywood prova a lanciare nuovi franchise teen fantasy, con l’intenzione di replicare l’enorme successo della saga di Harry Potter. La formula inizialmente pareva semplice: non vi era che da prendere una serie di romanzi di successo destinati prevalentemente ai giovani, adattarli più fedelmente possibile, metterli in mano a un regista talentuoso ma non troppo in vista e investire molti soldi in scenografie, costumi, effetti speciali e cast. Eppure, se si esclude il caso Twilight, che ha saputo approfittare di un’onda modaiola sconcertante, solo il sopra citato Harry Potter è riuscito a conquistare il mondo anno dopo anno, crescendo in dimensioni e incassi ad ogni nuovo film, e concretizzando un finale da capogiro in termini di numeri. Nel frattempo, invece, enormi avvii di franchise come Eragon e La Bussola d’Oro neanche sono stati in grado di superare il primo ostacolo, hanno floppato e non si sono visti rinnovati; e saghe come Le Cronache di Narnia o Percy Jackson, che al momento contano più di un titolo, non si possono certo giudicare grandi successi, anzi, danno l’impressione di procedere a scossoni, attraverso il reinvestimento dei loro stessi guadagni.
Hunger Games è atterrato sulla scena cinematografica fantasy in un momento propizio, con Harry Potter e Twilight conclusi, gli altri franchise abbastanza instabili, e il mondo dei kolossal popolato da supereroi più divini che umani. Questo e altri fattori (che discuterò più sotto) hanno condotto Hunger Games a ricevere una calorosa accoglienza e un discreto e diffuso consenso. A breve uscirà in Italia il secondo capitolo: verrà confermato il successo della saga oppure no? Ho scelto questo film per la recensione della settimana perché trovavo questa domanda interessante.

Immaginario
Partiamo col definire il prodotto di cui stiamo parlando. Come ho accennato sopra il film appartiene al grande calderone del teen fantasy, ovvero film di avventura con elementi fantastici i cui protagonisti sono dei ragazzi. Qui in realtà già notiamo una variazione sul tema, dal momento che non è presente nessun elemento propriamente magico, e il fantastico è introdotto solo per mezzo di una tecnologia futurepunk, dal design pulito ma dotato di qualche elemento vintage, che include ambienti di realtà aumentata totalmente immersiva, vestiti che prendono fuoco, treni magnetici ad alta velocità e delle specie di navi volanti per il trasporto dei militari. L’impressione generale è che si tratti di un minestrone più estetico che funzionale, ma nonostante questo non è sgradevole. Si percepisce molto bene il fasto eccentrico di Capitol City, l’esagerata opulenza di una classe sociale che costruisce, spreca e inventa sempre nuovi modi per divertirsi. Pur nella sua convenzionalità il confronto tra la ricchezza di questo mondo, con la sua ostentazione ritualizzata, e la umile miseria della vita dei protagonisti è efficace. È certamente banale (e modaiolo) il voler demonizzare il consumismo declinandolo nella sua forma più sfrenata in maniera da poterlo contrapporre alla semplicità e alla rettitudine delle province oppresse, ma è comunque sempre meglio della solita battaglia del bene contro il male. Perlomeno qui chi scrive si prende l’impegno di evitare il completo appiattimento dei molti personaggi cercando di sfumarli di grigio. In particolare i mentori dei due protagonisti sono provvisti di personalità sensate e il presentatore, uno Stanley Tucci assolutamente sopra le righe, è conturbante e spassoso.

Target
Sarebbe facile criticare Hunger Games sostenendo che è troppo poco realistico, troppo poco cruento, troppo poco imprevedibile. Certo, c’è in fondo di verità in queste affermazioni, ma non bisogna dimenticare che sia il film sia il libro hanno un target preciso, che si indica con la sigla YA, ovvero Young Adults. Insomma è un film di avventura per ragazzi, che presenta una situazione di conflitto ambientata in un mondo parallelo in cui scelte politiche non esattamente felici hanno portato a scontri, repressioni e la creazione di disuguaglianze importanti. Un film del genere, che ovviamente non pretende di essere un’opera d’arte, non va giudicato per quel che avrebbe potuto essere, ma piuttosto per quello che non è riuscito ad essere. In particolare Hunger Games, vedremo, costruisce delle premesse estremamente promettenti che non riesce a ripagare del tutto, complice una narrazione un po’ frammentata e una seconda parte scontata e poco coinvolgente.

Parte I
Per me il film ha un buon inizio. La vita e la personalità di Katnis vengono presentate in maniera secca ma funzionale nei primi dieci minuti di pellicola, che non è un vero e proprio inizio in medias res, ma quasi: la sorellina da consolare, la reazione al soffio del gatto, la concentrazione durante la caccia al cervo, lo scambio di battute con Gale, la collera, la rassegnazione, la soddisfazione, l’intesa, la confidenza, l’affetto. Si tratta di un incipit fatto di dettagli, di sguardi, di battute che sottintendono molte cose che lo spettatore non conosce ancora, ma arriverà ad imparare presto. È il vantaggio di avere per le mani un libro di successo: i dettagli stanno tutti lì, ed è sufficiente prenderli e spargerli qua e là, che già il mondo e i personaggi prendono vita.
Poi a un certo punto iniziano ad accadere un sacco di eventi in maniera piuttosto frettolosa – anche qui, cosa tipica dei romanzi, se non fosse che lì sono impastate in mezzo al mucchio di pensieri del protagonista, mentre nel film no – e ci si ritrova in un batter d’occhio in tutt’altra ambientazione, la Capitol City di cui si parlava sopra. E lì si da il via a presentazioni di nuovi personaggi, situazioni formali, riti di iniziazione, consigli, spiegazioni, auguri, crisi di identità eccetera. Capita spesso di chiedersi: “Ma perchè questo?”. Il tutto non annoia, ma non è neanche il massimo: la realtà urbana è molto ricca, ma la regia, che aveva brillato durante i primi 20 minuti di film, qui perde smalto, si attacca alla sceneggiatura e non propone praticamente nessun guizzo. Quel che era partito in maniera ispirata piano piano diventa sempre più scolastico e le belle inquadrature strette, molto adatte alla prima parte, non si allargano ad abbracciare la magnificenza della città, che avrebbe meritato qualche volo d’uccello, qualche piano sequenza o perlomeno un montaggio meno scolastico.

Parte II
È un peccato che il secondo capitolo del film non sia all’altezza di tutta l’impalcatura costruita a fatica durante la precedente ora. Non biasimo particolarmente il regista in realtà, perché in fondo la storia era quella lì e il confronto illustre non poteva essere schivato in nessun modo. Rendere appetibile un Battle Royale softcore, privo dell’ultraviolenza, dell’insano terrore dei partecipanti, della spaventosa figura di Kitano e della crudele ironia di fondo, era un’impresa praticamente impossibile. Infatti succede che, non appena ci si rende conto che il film non sta facendo sul serio, tutta la storia arriva a perdere il carico drammatico accumulato e, passate un paio di scene dopotutto abbastanza coinvolgenti, diventa una vera palla. È vero, gli eventi si concatenano decentemente e vengono sfruttati tutti gli elementi introdotti in precedenza, ma non basta, per me non basta: è tutto finto, cartonato, la vicenda va avanti per coincidenze, per morti accidentali, per mezzo di eventi pilotati che non chiamo deus ex machina solo per educazione. Chi ha un minimo di esperienza nella visione dei film e si era fatto delle aspettative sullo sviluppo della vicenda ci rimane davvero male. Insomma, i ragazzi si devono ammazzare a vicenda, alcuni sono amici, è una cosa terribile! Chissà chi lo farà, come la farà e il modo in cui reagirà di conseguenza! Mi dispiace per voi, ma non troverete risposte a nessuna di queste domande perchè il film non fa mai davvero sul serio. Grande delusione.

Finale
A me il finale è piaciuto, non quanto l’inizio, ma mi è piaciuto. L’ho trovato meno scontato del resto del marasma accaduto dell’arena, ed arriva a proporre un piccolo colpo di scena. Inoltre credo che porti la storia su un nuovo livello che potrà essere ampiamente indagato nei film successivi. Non tutti i contrasti vengono appianati, anzi, si percepisce un orizzonte in fermento. E questo, nonostante tutto, mi fa venire voglia di andare al cinema a vedere il nuovo capitolo. Chi l’avrebbe mai detto, eh!

Voto: 6/10

 
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Pubblicato da su 25 novembre 2013 in Avventura, Fantasy, Teen

 

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