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"Some folks hate the idea of our uncovering the secrets of how the conscious mind works, and just to make sure we don’t impose our understanding on them, they counsel that we give it up as a lost cause. If we take their advice, they will be right, so let’s ignore them and get on with this difficult, but not impossible, quest." - Daniel C. Dennett

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Pubblicato da su 1 ottobre 2018 in Senza categoria

 

Facebook Review: Spiderman Homecoming

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SPIDERMAN HOMECOMING: UN FILM CHE RIESCE NELLE COSE DIFFICILI E FALLISCE IN QUELLE FACILI.

Questo è il giudizio che mi sentirei di dare al film, in una riga.

Perchè gli obiettivi ambiziosi che si era posto li raggiunge alla grandissima, con un universo Marvel presente e credibile, il personaggio di Spiderman molto centrato e un villain finalmente entusiasmante. Ma non solo, perché il film supera di moltissimo le aspettative per quanto riguarda l’ossatura relazionale, mettendo in scena rapporti tra i personaggi di prim’ordine, sinceri, asciutti, emozionanti. Se a questo si somma l’instancabile comicità e un colpo di scena bello spiazzante si può solo applaudire di fronte alla perizia con cui è stata scritta la sceneggiatura. Tutte cose DIFFICILI, perchè creare un microcosmo umano interessante non è scontato, specialmente in una tipologia di film in cui questa componente è sempre stata trascurata.

E quindi dov’è che Spiderman Homecoming non riesce? A parer mio nella messa in scena di quelli devono essere i pilastri di un cinecomic: epicità, adrenalina e percezione del pericolo. Perchè questo Spiderman ha delle scene d’azione confuse, con un ritmo altalenante e poca spettacolarità. Non si provano i brividi ad assistere al confronto tra l’eroe e i nemici che si trova davanti, e l’esaltazione per la vittoria, per il riscatto, per il superamento dei propri limiti è praticamente assente. E questo perchè Peter non è mai davvero in difficoltà, la posta in gioco non è molto alta o molto chiara e Spiderman è overpowered in una maniera sbagliata: se il rapporto inesperienza/forza è efficace nella creazione di scene divertenti, non riesce ad esserlo dal punto di vista strettamente drammatico, che poi è quello più importante a livello di storytelling. La sfida del pathos è stata superata anche da cinecomic mediocri come Iron Man 2 (e in piccola parte perfino dall’aborto di Batman V Superman) e per questo io la considero FACILE. È un peccato che un film di qualità come Spiderman Homecoming fatichi tanto in questo.

Che poi, in realtà, come ha detto la maggior parte dei critici: il film è incredibilmente divertente, chi se ne frega del resto?

 
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Pubblicato da su 9 luglio 2018 in Action, Commedia, Superhero Movie, Teen

 

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Facebook Review: Avengers Infinity War

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Avengers: Infinity War è un grande, emozionante film action. Grande perché unisce così tanti personaggi, mondi e stili. Emozionante perché racconta di decisioni difficili, di sacrifici e di lutti. Action perché gli scontri sono la spina dorsale dell’opera, a volte in maniera virtuosa, altre volte no. Se tutta questa azione avesse condotto a un finale negli standard hollywoodiani si tratterebbe di un film discreto, ben fatto ma non privo di vari cliché di genere, tra cui appunto i classici happy ending.

Invece il finale ribalta tutto e permette all’opera di superare la barriera del blockbuster. Così Avengers: Infinity War da grande ed emozionante film action diventa un colossale e commovente film drammatico. E i bambini in sala muti.

Qualche considerazione aggiuntiva (con leggeri spoiler):
Thanos è un personaggio splendidamente caratterizzato, con degli occhi che parlano e una sensibilità superiore a quella della maggior parte dei villain cinematografici. In un certo senso è il vero protagonista del film. Sicuramente è il protagonista della scena emotivamente più forte.
– Nonostante il film abbia una seconda parte, secondo me non deve essere letto in funzione di ciò. In primo luogo perché non sappiamo come sarà la seconda parte ed è sbagliato interpretare tutto in base a delle congetture. In secondo luogo perché ogni opera, anche quelle in franchise, devono poter essere prese da sole, con la loro vicenda e i loro messaggi. Il fatto che Avengers: Infinity War si conclude in modo tragico non lo
rende più dipendente dal suo seguito, anzi.
Thor continua l’intensa parabola iniziata in Thor: Ragnarok. Se il Dio del tuono si può considerare il vero eroe del film è solo grazie agli eventi del film precedente, che sotto la patina di comicità nascondeva un’anima estremamente drammatica. Purtroppo non si può dire la stessa cosa di Captain America, sacrificato per esigenze narrative e assolutamente secondario. Da suo grande fan mi dispiaccio molto di questa scelta.
– Il Wakanda si conferma essere un luogo insulso, male caratterizzato politicamente, tecnologicamente e culturalmente: solo immagine e niente sostanza.
– Per essere goduto il film necessita di una sospensione dell’incredulità leggermente superiore al solito, a causa dell’esistenza di personaggi con poteri  la cui portata non è molto chiara. Se ci si inizia a chiedere “perché personaggio X non ha fatto questo, o personaggio Y non ha fatto quello”, si arriverà molto presto a detestare il film. A parer mio sono dubbi sufficientemente secondari per passarci sopra, ma posso capire che non sia così per tutti.

 
 

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Facebook Review: AFTER THE STORM

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Un detective privato con il vizio del gioco si mette a spiare l’ex moglie dopo che questa inizia a frequentare un altro uomo, molto più ricco. Ciò lo conduce ad ideare un piano per passare un’ultima notte con lei, insieme al figlio e alla suocera. Sembrerebbe la trama di un thriller, magari di un thriller americano. E invece si tratta di un film giapponese, a metà tra commedia e dramma familiare: After the Storm, scritto, diretto e prodotto dal pluripremiato Hirokazu Koreeda.

Il film di Koreeda è uno sguardo sulla vita di Ryota: un padre assente e un adulto irresponsabile, che nel corso della vicenda si trova ad affrontare i propri demoni. Questo confronto mette in mostra diversi lati della sua personalità, da quelli più dolci a quelli più amari. E Ryota cambia, insieme ai propri familiari, nel corso della burrascosa notte trascorsa insieme, anche se la sua trasformazione è solo interiore. La vita va avanti come sempre, una volta placatasi la tempesta.

After the Storm è un piccolo e vivido affresco, naturalistico nella messinscena, contemplativo nella poetica. Ha una scrittura limpida, una recitazione trasparente, e ha uno strano feel tra il ruvido e il delicato. Ma soprattutto ha una regia ispirata e consapevole, apparentemente invisibile eppure presente in ogni gesto, in ogni sguardo, in ogni parola, in ogni scorcio di casa, parco o città.

Recuperate Koreeda, recuperate il cinema giapponese. Non ve ne pentirete.

Voto 9/10

 
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Pubblicato da su 3 aprile 2018 in Commedia, Drammatico, Psicologico

 

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Facebook Review: DUNKIRK

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Due parole su Dunkirk.

È un’esperienza sensoriale abbastanza unica: visivamente, perché è girato e fotografato in maniera iper naturalistica, ma soprattutto uditivamente. Uno dei migliori reparti sonori di sempre. Ti sembra di essere lì, a Dunkirk. Altra cosa notevolissima è che il nemico non ha volto, il nemico è la guerra, è la morte – non i nazisti. Sembra quasi il racconto di una catastrofe naturale, inevitabile e inarrestabile. In questo ricorda molto i romanzi di Kurt Vonnegut, e non si tratta di una chiave di lettura banale, ma anzi è molto ricercata.

Ci sono anche punti deboli, come il solito fatto che Nolan, nella sua missione estetizzante, si dimentica ancora una volta che gli uomini vomitano, sanguinano, piangono e tutte queste cose amene. Specie in guerra. In generale Dunkirk rimane un film freddo, perché Nolan è un regista freddo e anche se prova a non esserlo non ci riesce.

Nonostate tutto ci troviamo comunque di fronte ad un’opera molto distante dai canoni hollywoodiani. Un’opera rarefatta, contemplativa, autoriale. I film con queste caratteristiche non possono essere tanto sezionati e discussi, ma vanno presi così come sono. Come i quadri. Ecco, Dunkirk è un quadro molto personale che vale la pena vedere.

Voto: 8/10

 
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Pubblicato da su 30 gennaio 2018 in Guerra

 

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Facebook Review: THOR RAGNAROK

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Il problema di Thor Ragnarok non è che è troppo innovativo, ma che lo è troppo poco.

Finalmente dopo due film intrisi di una mitologia fantasy stantia, vediamo un po’ di sperimentazione. Thor questa volta sembra essere dotato di lati della personalità che vadano al di là della bambinesca determinazione a cui ci aveva abituati – è frustrato, è autoironico, è consapevole. Hulk, per quanto fumettoso, acquista una nuova dimensione che si affianca a quella di demonio ruggente. Il pianeta di Sakaar è una scoperta continua: molto divertente, molto colorato per certi versi molto inquietante. In questo scenario gli elementi mitologici risplendono, con una Valchiria reietta e alcolizzata, una Hela di cui sono ben chiare motivazioni e obiettivi, e il solito mostrone gigante (Sulfur) capace di dare una chiusura e un senso a tutta la storia.

Quindi dove sta la debolezza del film? Nel non essere riuscito a lasciarsi alle spalle alcuni dei clichè di genere. Loki viene per l’ennesima volta riproposto nella sua versione voltagabbana, annacquata da sprazzi di simpatia fuori luogo. Il tirapiedi di Hela è un luogo comune vivente che partecipa ad una serie di scene patetiche al limite del ridicolo. Asgard continua ad essere un posto privo di personalità, di cui non si capisce il valore e l’attrattiva – praticamente la versione disneyana dei vikinghi, privata del sesso, dell’alcol e della violenza.

Fondamentalmente le novità introdotte nel mondo di Thor funzionano egregiamente, mentre le caratteristiche storiche continuano ad essere un fallimento. Per questo Thor Ragnarok avrebbe dovuto osare di più.

Voto: 7/10

 
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Pubblicato da su 28 gennaio 2018 in Avventura, Commedia, Fantasy, Superhero Movie

 

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OCEANIA: Sì o No?

Perchè sì

Senza tsDitolo-1Oceania ci prende e ci trasporta in una leggenda Polinesiana. Lo fa fin dai primi minuti, con il racconto di Nonna Tala ai bambini dal villaggio, e lo fa per tutta la vicenda, mostrandoci una mitologia fatta di spiriti, semidei, mostri ed entità naturali. Ma soprattutto lo fa con la sua ricerca estetica. La Polinesia è nel mare, a tratti cristallino e spumeggiante, a tratti oscuro e burrascoso. La Polinesia è nei tatuaggi di Maui, così fedeli a quelli tradizionali e allo stesso tempo centrali per la psicologia del personaggio. La Polinesia è nei temi musicali scritti da Opetaia Fo’ai, e nei passaggi vocali intonati in samoano. La Polinesia è nella ricostruzione del villaggio, con utensili, abitazioni, indumenti ed imbarcazioni d’epoca. Insomma, la Polinesia è il vero protagonista di Oceania, colpisce tutti i sensi, ed incanta con la sua magia.

Perchè no

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Oceania è un road movie con il mare al posto della strada. Durante il suo viaggio Moana farà gli incontri più bizzarri, supererà prove di vario tipo e maturerà come persona. Ma se tutto questo rende il film un buon racconto di crescita (tanto per lei quanto per Maui), al tempo stesso priva la vicenda di una vera direzione. Il fatto che Oceania sia poco centrato sulla storia può irritare il pubblico più concreto: i protagonisti spesso sembrano muoversi a casaccio, mossi più dalle proprie emozioni che dai propri obiettivi. E perfino il confronto con il villain va in questa direzione. Se da un lato infatti c’è una ricerca di quella poesia naturale tipica del cinema di Miyazaki, dall’altro il risultato è piuttosto anticlimatico, e rischia di lasciare insoddisfatti. Pensate alla parabola del Senzavolto ne La Città Incantata, rifatta come un’avventura Disney, e capirete cosa intendo.

Voto: 7

 
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Pubblicato da su 9 gennaio 2018 in Animazione, Avventura, Commedia, Musicale

 

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