RSS

Archivio dell'autore: Alb

Informazioni su Alb

"Some folks hate the idea of our uncovering the secrets of how the conscious mind works, and just to make sure we don’t impose our understanding on them, they counsel that we give it up as a lost cause. If we take their advice, they will be right, so let’s ignore them and get on with this difficult, but not impossible, quest." - Daniel C. Dennett

Spider-Man Far From Home

spiderman

Da giorni cerco di capire cosa non abbia funzionato in Spider-man Far From Home. Sia chiaro: il film diverte e sorprende, è perfettamente integrato nell’universo Marvel e ha un finale geniale e coraggioso. Io sono uscito dalla sala assolutamente contento e soddisfatto. Il problema è arrivato dopo, quando ho iniziato a ripensare all’esperienza cinematografica, provando a giudicare il film. E, come dire, qualcosa non tornava, qualcosa mi risultava stonato in Spiderman Far From Home.

La risposta che mi sono dato è che il film non riesce ad emozionare. Fa ridere, fa pensare, fa viaggiare, ma non fa emozionare. In che senso? Gli ingredienti ci sono tutti: il lutto per la morte di Tony Stark, la necessità di trovare un nuovo Iron Man, il desiderio di Peter di avere una vita normale, le sempreverdi turbe adolescenziali, una minaccia particolarmente infame e diversa da solito. E il film ci prova ad emozionare, sta molto vicino a Peter, alle sue insicurezze, ai suoi errori. Inizialmente pensavo che la mancanza di emozione fosse dovuta ad una gestione un po’ elementare, un po’ cheap, di questi momenti, ma non credo che sia così. Il motivo per cui il film risulta piuttosto freddo è da cercare proprio nel modo in cui la storia è stata costruita: c’è un problema importante in quello che gli esperti di narrativa chiamano posta in gioco. 

Spoilers ⬇️

La posta in gioco, si capisce, è la ragion d’essere di una storia: indica il motivo per cui tutto succede, l’obiettivo del protagonista di fronte a degli eventi che ne turbano la tranquillità. Per cosa combatte Spider-Man? Cosa ha da perdere Peter? Quali pericoli corrono il protagonista, i personaggi, il mondo intero? Nella prima parte del film abbiamo due diversi tentativi in questo senso: Peter vuole stare con MJ e il mondo è minacciato dagli Elementali. Purtroppo sono entrambe poste in gioco deboli in quanto è da subito piuttosto ovvio che anche ad MJ piaccia Peter, e gli Elementali sono una minaccia non tanto minacciosa – un po’ perché Mysterio li prende a sberle facilmente un po’ perché sappiamo che non è stato ancora svelato il vero villain. Queste cose non riescono ad emozionare. Nella seconda parte del film la posta in gioco si alza, o dovrebbe alzarsi. Mysterio minaccia di ingannare il mondo intero ergendosi ad eroe salvatore, gli amici di Peter rischiano di finire morti ammazzati e Spider-Man viene messo di fronte alla propria inadeguatezza con il rischio di un breakdown. Purtroppo il pericolo rappresentato da queste minacce non diventa reale e la posta in gioco resta solo una promessa. Prima di tutto non ci viene mostrata l’effettiva presa di Mysterio sull’opinione pubblica e quindi non percepiamo l’effetto deleterio delle sue menzogne. In secondo luogo gli amici di Peter non sono mai davvero minacciati, e anzi la scena in cui dovrebbero essere a rischio è una pietosa pantomima che avrei eliminato completamente dal film. Infine il tracollo di Spider-Man, vittima delle illusioni di Mysterio in una scena onirica meravigliosa, dura un quarto di secondo e Peter torna immediatamente ad essere convinto e determinato. In tutto questo non c’è senso del pericolo, non c’è una reale posta in gioco, e non c’è emozione.

Faccio qualche controesempio legato all’MCU.
In Spiderman Homecoming è estremamente commovente il momento in cui Tony prende il costume a Peter. Posta in gioco: la fiducia di Tony.
In Avengers Endgame c’è grande emozione nel momento in cui Captain America fronteggia da solo l’esercito di Thanos, pronto a sacrificarsi. Posta in gioco: la sopravvivenza della Terra.
Thor Ragnarock riesce a risultare molto intenso nonostante sia un film scanzonato. Lo fa grazie alla posta in gioco: la distruzione di Asgard, la fuga da Sakaar e la capacità di Thor di riprendersi dai trami subiti. La distruzione di Asgard avviene davvero al termine del film, per cui si trattava di una vera minaccia. 

Per fortuna c’è un colpo di genio al termine di Spider-Man far from Home: Una scena mid-credit che cambia il senso della storia. Improvvisamente abbiamo una vera posta in gioco: l’identità di Peter, che fino a quel momento non ci era parsa davvero a rischio, viene svelata. Il mondo intero è spinto a credere a una menzogna secondo il piano di Mysterio e di conseguenza la vittoria ottenuta viene rovesciata, trasformandosi in un fallimento. Si aprono scenari apocalittici e si esce dal cinema esaltati. Eccolo, il potere di una vera posta in gioco.
Notiamo che Mysterio, da verme quale è, si comporta in maniera diametralmente opposta a quella di Havoc nella scena post-credit di Spiderman Homecoming, che rispettando Peter non ne rivela l’identità. Questo è solo uno dei tanti riferimenti del film all’universo Marvel: la crew di Tony Stark che esce dall’ombra per rivendicare il proprio lavoro, il ritorno degli Skrull, il racconto dello Snap di Thanos fatto dai ragazzi del liceo di Peter, la citazione di Thor, Cap Marvel e Doctor Strange – che giustamente non si fa vivo in quanto la minaccia di Mysterio non era davvero interdimensionale. Perfino la colonna sonora è piena di riferimenti. Inoltre abbiamo il grande inganno del multiverso, che è un bellissimo esperimento metanarrativo e mente in faccia allo spettatore giocando con le sue aspettative. E abbiamo perfino dei rimandi agli Spider-Man di Raimi con il ritorno di JK Simmons e i bellissimi volteggi dell’Uomo Ragno nella sua New York in una delle ultime scene del film.

Inutile girarci attorno. Il grande disegno di Kevin Feige è il vero motivo per cui amiamo questi film. E per cui continueremo ad amarli.

Voto: 7/10

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su 14 luglio 2019 in Avventura, Commedia, Fantascienza, Superhero Movie, Teen

 

Tag: , , ,

La Truffa dei Logan

logan

Logan Lucky è un film che funziona: è divertente, sorprendente e a tratti emozionante. Deve molto alla scrittura della sceneggiatrice Rebecca Blunt e ad un cast di alto livello al suo servizio (Channing Tatum, Adam Driver, Daniel Craig, Sebastian Stan). E deve molto anche al regista Steven Soderbergh, che ha creduto fino in fondo in questo progetto un po’ fuori dalle righe.

Logan Lucky è anche un film piuttosto innocuo, che edulcora realtà impegnative come il carcere, la disoccupazione, l’invalidità ed il divorzio. Ma se l’adulto che è in me storce un po’ il naso di fronte a questa operazione, il mio bambino interiore ne è più che felice. Perché grazie a questo ammorbidimento, oltre a generare un genuino divertimento, il film riesce a raccontare una bella realtà umana popolata di modelli femminili positivi e modelli maschili alternativi. Logan Lucky è il tipico film che piace a tutta la famiglia senza puntare al ribasso: conquista i genitori con la sua delicatezza, conquista i bambini attraverso la dinamica stramberia della messinscena e conquista gli adolescenti grazie al carisma di tutti i personaggi – e una gag geniale su Game of Thrones.

Logan Lucky è infine, per me, un film dolcemente malinconico. Un vero tuffo nel passato. Ci ho ritrovato tutti i sani elementi della televisione americana “anni 90”, dai PK alla musica country, dai concorsi di bellezza alle prigioni miste, dalle scazzottate nei bar ai redneck ignoranti. C’è perfino Katie Holmes! E poi la pellicola deve molto ad alcuni film che mi hanno accompagnato negli anni della scuola: Ocean’s Eleven ovviamente, ma anche The Italian Job, Little Miss Sunshine e Prendi i Soldi e Scappa.

Voto: 7,5

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 21 giugno 2019 in Commedia, Crime, Drammatico

 

Tag: , , ,

Avengers Endgame

endgame+

[Spoilers ⬇️]

Nelle prime due ore di Avengers Endgame ci sono circa due minuti di azione. 20 secondi sul Pianeta Giardino di Thanos, 30 secondi con Cap versus Cap, 20 secondi di Nebula che picchia un mostracchio e 1 minuto di Occhio di Falco samurai-ninja dal futuro. Numeri approssimativi, giuro che non guardavo il film con cronometro in mano! Il fatto è che le prime due ore di Avengers Endgame consistono in un intero film di supereroi SENZA azione. Poteva finire tutto così, con le gemme che arrivavano nella linea temporale principale, schioccone, salutoni, e titoloni. E sarebbe stato ugualmente un ottimo film.

Non va in questo modo perché, giustamente, dopo due ore di drammi, promesse, risate, trip introspettivi e momenti nostalgia, avevamo tutti bisogno di una svegliata. E che svegliata: la più ambiziosa scena d’azione del cinema contemporaneo! Era giusto che dopo una premessa così importante arrivasse una chiusura che lo fosse altrettanto. La battaglia finale è il premio per aver partecipato ad un’avventura lunga 11 anni e 22 film: è enorme, esaltante, totale. L’ho vista 2 volte al cinema e numerose volte in bootleg osceni su youtube, e non sono mai riuscito a trattenere le lacrime.

[Heavy Spoilers ⬇️]

Eppure, se i primi due terzi del film sono di roccia, e stanno in piedi con pochissima (e superflua) azione, un motivo c’è. I protagonisti del film, gli Avengers originali, hanno nel corso del tempo sviluppato una psicologia così reale che le loro mosse risultano totalmente naturali nel dar vita ad una vicenda prima di tutto umana. Una storia che parla di elaborazione del lutto, responsabilità, fallimento, famiglia, e solo infine di eroismo. Ciascuno dei sei Avengers risponde in maniera personale alla tragedia che conclude Infinity War. Natasha si aggrappa ad un passato che non esiste più, senza di cui si sente persa. Steve cerca di essere un modello positivo per la comunità pur non riuscendo a dare l’esempio. Tony ha una famiglia, come se il disastro gli avesse dato la forza di lasciarsi andare. Thor è un ridicolo alcolizzato, rifugiatosi nel più infantile angolo della sua personalità per fuggire il dolore della sconfitta. Clint è trasformato dai lutti in un brutale assassino corroso dalla rabbia. E Bruce, storicamente in conflitto con sé stesso più di chiunque altro, ha invece trovato la sua pace. Sei eroi, sei facce della stessa medaglia.

Da qui in avanti, tentando di risolvere il problema, o rifiutando di risolverlo, gli archi eroici iniziati 11 anni fa procedono e si chiudono.
Natasha si sacrifica per l’unica cosa che ha mai realmente importato per lei.
Clint torna dalla famiglia dopo averla creduta persa per sempre, e aver cercato di ritirarsi più volte per il loro bene.
Bruce definisce “il proprio scopo ultimo” indossare il guanto e schioccare, traguardo raggiungibile solo perché è riuscito a fare pace con Hulk, dando vita alla migliore versione di sé.
Thor conclude la sua regressione tra le braccia della madre, un bambino schiacciato da un universo che gli ha tolto ogni cosa. La sua è la parabola tragica di un eroe sconfitto dall’incapacità di gestire le proprie emozioni – una scelta autoriale geniale a coraggiosa, che fa suoi toni tragicomici di Thor Ragnarock.
Tony dopo una vita di successi, di eccessi, di rimorsi, di ottime idee finite male e di paranoie che non fanno dormire, finalmente può riposare il sonno dell’eroe. Tony, colui che ha sempre desiderato sacrificarsi per redimersi, arriva a farlo solo dopo aver costruito qualcosa che non è più disposto a cedere. La rinuncia ad un futuro con la famiglia è un atto di puro eroismo.
Steve si prende una rivincita sull’Hydra, dimostra oltre ogni dubbio di essere degno, fronteggia da solo la più grande minaccia dell’universo, e infine torna da Peggy nel 1950. Quest’ultimo gesto indica che Steve ha abbandonato il sentiero di abnegazione del soldato, per scegliere la rivalsa personale: timidamente in Winter Soldier, con forza in Civil War e con assoluta risoluzione in Avengers Endgame. Il finale di Endgame è l’atto egoista di un uomo che non deve più nulla al mondo.

Gli archi di Thor, Tony e Steve non possono essere più diversi di così, non possono essere più giusti di così, e concludono degnamente 11 anni di storie, insieme alla battaglia contro Thanos. Cuore e cervello ballano di gioia.

Secondo me diversi dei pareri negativi su Avengers Endgame, che criticano a parer mio incongruenze trascurabili o forzature inesistenti, dipendono invece dal fatto che il film abbia poca, concentratissima, azione. Chi ha il solo desiderio di godersi gli eroi menare le mani, non potendo accettare due ore di film prive di ciò, si sfoga attaccando alla cieca uno storytelling che ha pochi punti deboli.
Per fortuna un’enorme silenziosa maggioranza continua a riempire i cinema, portando Avengers Endgame verso il successo planetario. All’interno di questa maggioranza spero che ci sia chi riesca ad apprezzare a fondo il sapiente lavoro di scrittura dei personaggi. Spero che ci sia chi sappia cogliere la preziosa tessitura di riferimenti tra il film e i nodi dell’universo cinematografico. E spero che ci sia chi riesca ad amare il fatto che la conclusione di tutto avrebbe anche potuto non avere una sola esplosione.

giphy (1)

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 1 maggio 2019 in Action, Drammatico, Superhero Movie

 

Tag: , , , , , ,

La Casa di Jack

la casa di jack

“Arancia Meccanica è un pasticcio ideologico, una fantasia fascista mascherata da avvertimento orwelliano. Finge di opporsi allo squadrismo e al controllo delle menti, ma tutto ciò che fa è celebrare la rivoltante figura del suo eroe. […] La verità è che Alex non è uno stupratore sadico a causa della società in cui vive, o dei suoi genitori, o della condotta della polizia. Lo è a causa del produttore, regista e autore del film, Stanley Kubrick. I registi a volte sono un po’ ipocriti nel parlare dei loro personaggi in terza persona, come se fossero davvero un prodotto dei tempi. No, io penso che Kubrick sia troppo modesto in questo: Alex è solo una sua creazione.”

Così scriveva il celebre critico cinematografico Roger Ebert Il 2 febbraio del 1972, a pochi mesi dall’uscita nelle sale di Arancia Meccanica. Voto: 2 stelle su 5.
Quello citato potrebbe essere un estratto di una recensione de La Casa di Jack, una volta sostituiti i nomi propri. Infatti, secondo molti critici, Jack non sarebbe altro che l’incarnazione di una compiaciuta fantasia di Von Trier, che con il suo lavoro eleva l’efferatezza ad arte e ne glorifica l’autore.

Io trovo che l’opera di Von Trier abbia diversi punti di contatto con quella di Kubrick, e per questo motivo ho recuperato la recensione di Roger Ebert. La Casa di Jack e Arancia Meccanica sono infatti simili a partire dalla reazione della critica, disgustata dalla “operazione simpatia” compiuta nei confronti del male. Entrambi i film provocano un forte disagio in chi guarda, per la surrealtà della violenza e per la grottesca bizzarria delle aggressioni compiute dai protagonisti. Si finisce per ridere di scene a dir poco crudeli. Arte e violenza si intrecciano in entrambe le pellicole, anche attraverso momenti musicali che spesso prevedono immagini apparentemente scollegate dagli eventi mischiarsi in un montaggio fortemente simbolico. Le voci fuoricampo di Alex e Jack accompagnano gli eventi rendendoci empatici con la loro vicenda e i loro fini. Addirittura entrambi i protagonisti appaiono più volte all’interno di scene in costume allegoriche che ne rappresentano lo stato d’animo. Infine Lars Von Trier cita esplicitamente Kubrick in una esilarante sequenza di doppio occultamento di cadavere velocizzata in maniera molto simile all’orgia presente in Arancia Meccanica sulle note di Rossini.

Io non credo che La Casa di Jack sia un film che celebra l’assassino come potenziale artista o l’artista come potenziale assassino. Questo è forse il punto di vista di Jack, uomo mediocre, dal pessimo gusto e dalla fortuna sfacciata. E potrebbe anche essere il punto di vista di un Lars Von Trier immaginario, che aleggia su tutta la pellicola come un burattinaio eccitato. Ma il Lars Von Trier reale, sempre in bilico tra genio e follia, sempre ad un passo dall’eccesso, ci racconta un’altra storia. Ci racconta del fallimento di un uomo ossessionato da se stesso, che non trova pace, che sprofonda negli abissi del proprio ego lasciando dietro di sè una scia di devastazione. Un uomo grottesco, ridicolo, che si crede una grande mente ma in realtà è solo delirante.
Se è vero che La Casa di Jack è un film autoriferito, in cui Von Trier parla di se stesso e della sua opera, è anche vero che si tratta di un film ferocemente autocritico, in cui il regista non si concede alcuna possibilità di redenzione. Io posso accettare un cinema egocentrico quando questo non esplode in momenti di narcisismo espressivo, ma piuttosto di severo biasimo di se stessi – come avviene anche in Mother! di Aronofski. L’operazione di Von Trier è particolare perché il film nasconde la sua anima autocritica dietro una patina di apparente autocompiacimento.

Il disagio suscitato dall’opera, come quello vissuto con Arancia Meccanica, è proprio il gioco che fa funzionare il film. È l’anima ironica de La Casa di Jack: il fatto che, indugiando sulla violenza con fare divertito, finiamo per sentirci come se nostra nonna fosse lì seduta di fianco a noi, inorridita. La Casa di Jack ci fa vergognare di noi stessi e non c’è critica più forte di quella che genera senso di colpa. Altro che film celebrativo, l’opera di Lars Von Trier è un’umiliazione continua. Tra una risata e una fitta di dolore.

Voto: 10/10

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 6 marzo 2019 in Horror, Psicologico, Satira

 

Tag: , , , , , , ,

Perchè What Remains of Edith Finch doveva essere un film

Edith3

Primo articolo su un videogioco.

Pronti via.

What Remains of Edith Finch è un gioco esplorativo story-driven in prima persona, quello che molti definirebbero un walking simulator dal momento che per la maggior parte tempo si gironzola ascoltando la voce della protagonista. Così Edith ci rende partecipi dei suoi ricordi e delle sue emozioni man mano che percorriamo la vecchia casa di famiglia, scoprendo i luoghi della sua infanzia. Il lato ludico consiste, oltre che nell’esplorazione, in sezioni di gioco separate dall’ambientazione principale, nelle quali si entra imbattendosi nelle testimonianze scritte degli altri personaggi della storia. Torniamo indietro nel tempo, il nostro punto di vista cambia, e siamo tenuti ad agire per risolvere la situazione e scoprire il segreto nascosto. Piano piano riusciamo a ricostruire lo sfortunato passato della famiglia di Edith, fino al trisnonno, con l’albero genealogico che si dischiude di fronte a noi.

What Remains of Edith Finch racconta di una sciagurata famiglia sull’orlo dell’estinzione, i cui membri sono tutti morti prematuramente. Sembrerebbe che una qualche maledizione gravi sulla genealogia della protagonista, o sulla loro enorme casa famigliare, ma la verità è molto più cruda. L’irresponsabilità genitoriale, in tutte le sue declinazioni, ha portato alla morte violenta dei figli dei Finch per generazioni, e questa malsana inettitudine si è tramandata fino ai nostri giorni. Nel gioco, oltre ad interpretare una Edith sempre più esterrefatta, combattuta tra il rimorso e la curiosità, vestiamo i panni di tutti i membri della sua famiglia nel momento della loro morte. Sono attimi molto intensi di luce e di ombra. Memorabile l’esperienza allucinatoria di Molly, una bambina di 10 anni avvelenata dalle bacche che aveva mangiato dopo essere stata privata della cena per una punizione. Oppure, altrettanto forte è vivere in prima persona il suicidio di Lewis, depresso dal mix tra un lavoro alienante e una psiche fragile.

What Remains of Edith Finch è una bellissima opera videoludica: poetica, emozionante e sorprendente. Eppure, e questo è il motivo per cui scrivo qui, questo gioco non aveva bisogno di essere un gioco. Un medium più tradizionale come il cinema ne avrebbe valorizzato la storia senza nulla togliere alle atmosfere magiche del prodotto originale. Come film What Remains of Edith Finch avrebbe sì perso in interattività e immersività, ma avrebbe guadagnato in ritmo, scorrevolezza e leggibilità. Ad esempio non ci sarebbero stati i fisiologici momenti morti in cui non si sa come progredire, non ci sarebbero state le lunghe sessioni sull’albero genealogico della famiglia a capire chi è figlio di chi, e non ci sarebbero stati i minigiochi nei momenti flashback.

Ma poi, soprattutto, What Remains of Edith Finch, ha una storia troppo bella per essere vissuta solo da piccole nicchie di videogiocatori. Il suo è un racconto dalle enormi potenzialità mainstream, che mischia dramma e fantasia in una vicenda agrodolce sulla vita, sulla morte e sulle responsabilità. Se fosse un film invece di essere un gioco indie, ne potremmo parlare a lavoro, o a scuola, o al bar. Sarebbe nei cineforum, nelle classifiche dei film più pazzi di sempre, spunterebbe fuori nell’home page di Netflix o di Amazon Prime decenni dopo la sua uscita nelle sale. Diventerebbe un cult e tutti annuirebbero se io dicessi che What Remains of Edith Finch mi ha spezzato il cuore.Gli amici saprebbero di cosa si tratta e non avrei bisogno di scrivere su un blog per esprimere quello che mi ha trasmesso. Sono molto amareggiato che un’opera di questo valore caschi pressoché nel nulla e lasci dietro di sé un silenzio così assordante.

 

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 12 febbraio 2019 in videogiochi

 

Tag: , ,

Mother!

mother

In una Instagram Story postata 10 minuti dopo aver terminato Mother! scrivevo:
“Avevo paura di guardare Mother!. Sospettavo che fosse un film completamente folle. Ora che l’ho visto posso dire che è davvero un film completamente folle e facevo bene ad averne paura.”

Queste sono state per lungo tempo le uniche parole che mi sono sentito di dire sul film. La pellicola mi aveva davvero sconvolto e facevo molta fatica a rifletterci. Ad ogni modo, a furia di tornarci su, dei pensieri venivano a galla. Ho cercato di razionalizzarli, di ripulirli dalle emozioni scomposte che il film mi aveva causato, e di scriverli qui sotto.

Tutta la produzione cinematografica di Aronofski ruota attorno a situazioni psicofisiche estreme. Pi Greco è un film sulla malattia e sull’ossessione. Requiem for a Dream è un film sulle dipendenze e sulla disperazione che ne deriva. The Fountain è un film sulla paura della morte e sull’incontrollabile desiderio di superarla. The Wrestler è un film sul fallimento, fisico e mentale. Black Swan è un film sull’umiliazione del corpo, visto come nemico e come ostacolo.
Senza negare che si tratti di un’opera più esistenzialista delle precedenti, intrisa di simbolismo religioso, secondo me Mother! segue il filo dei precedenti film di Aronofski. La pellicola possiede infatti l’impronta del regista, secondo cui la vita nient’altro è che una patologia.

L’elemento patologico in Mother! è la paura degli altri. Possiamo chiamarla agorafobia o semplicemente ansia sociale, quella sensazione di avere gli occhi puntati addosso, di essere giudicati non all’altezza, lasciati da parte e rifiutati. Mother! è un racconto di invasione, desiderata o temuta, e vissuta con inquietudine dai primi innocui momenti al tragico finale. La paura degli altri è nelle menzogne di un estraneo che entra in casa senza un apparente motivo, è nelle provocazioni sessuali di sua moglie, nella collera violenta dei loro figli. La paura degli altri è nell’indifferenza di un marito abusivo, nel chiasso di una festa non desiderata, nella sporcizia della folla, nell’assordante caos di un baccanale. La paura degli altri è nell’annullamento di sé di fronte al prossimo, nella paralisi e nel rifiuto della vita. Questi elementi possono sembrare scollegati, ma in realtà si susseguono in una catena consequenziale cristallina, dando vita ad un racconto di rifiuto e di dipendenza il cui svolgimento risulta perfettamente naturale nella sua oscura surrealtà.

La lettura del film però non si ferma qui. Una volta sperimentata la traumatica esperienza dell’agorafobia secondo Aronofski non resta che chiedersi da cosa essa sia causata. La risposta è solo implicitamente suggerita dal regista, compare scrutando a fondo dentro il film e cogliendo le allegorie religiose. A me è giunta nel momento in cui ho associato l’immaginario di Mother! con quello di Perfect Blue, capolavoro di Satoshi Kon già citato visivamente da Aronofski in Requiem for a Dream. Sto parlando del senso di colpa, traumatico stato d’animo che porta al rifiuto della vita. Il senso di colpa del peccatore, secondo il cristianesimo, oppure il senso di colpa dell’uomo moderno, che inquina e devasta la natura. Il senso di colpa di un uomo di fronte al fallimento o di una donna che sente di non bastare al proprio uomo. O ancora il senso di colpa di tutti noi, per non essere mai all’altezza, per aver deluso tutti, o semplicemente per il fatto di esistere. Il senso di colpa è il trauma che genera i mostri raccontati in Mother!, in cui gli altri sono il vero incubo perché sono in grado di smascherarci nella nostra inadeguatezza.

Mother! è un meraviglioso, terrificante film sull’angoscia causata dall’incapacità di perdonare noi stessi. È così spaventoso perché è profondo e inaspettato, e nella sua assurdità risulta così reale.

Voto: 10/10

 
1 Commento

Pubblicato da su 4 febbraio 2019 in Drammatico, Horror, Psicologico, Satira

 

Tag: , , , , , ,

Her

her

Her è un mediocre film romantico, uno scadente film di critica sociale, ed un eccezionale film di fantascienza. Potrebbe sembrare che questo implichi che si tratti di un’opera riuscita a metà, in cui certi aspetti funzionano e altri no, ma non è necessariamente così. Io direi che piuttosto, a differenza di come si guarda il film, esso risulta più o meno efficace.

Come film romantico Her è piuttosto ordinario. Samantha e Theodore si conoscono, si innamorano, stanno insieme, lui ha delle perplessità, lei cerca di fargliele superare, lei diventa gelosa, i due chiariscono e poi si lasciano. Il racconto sentimentale è emotivamente molto carico, perfino troppo, ma non risulta particolarmente interessante se non in un paio di punti. Ovviamente c’è la peculiarità di un rapporto tra essere umano e software a colorare il tutto, ma ciò non possiede risvolti romantici così forti: per la maggior parte del tempo è un po’ come se i due si trovassero in una relazione a distanza, oppure si fossero conosciute in rete senza incontrarsi.

Come critica sociale Her è ancora meno efficace. Molti commentatori hanno sottolineato come il film volesse rappresentare, attraverso la relazione tra Samantha e Theodor, i rapporti sentimentali nell’epoca di internet: virtuali, alienanti, poco impegnativi e destinati a fallire. Più volte nel film viene dichiarato che Theodore si sia innamorato dell’IA per sfuggire alla realtà, in modo da avere una relazione senza complicazioni e responsabilità. Questa anima distopica è avvalorata da elementi di contesto come il lavoro di Theodore, scrittore di lettere su commissione che si impegna a creare una corrispondenza sentimentale per clienti che non ne hanno il tempo o le capacità. Eppure questo tentativo di critica sociale si schianta contro l’effettiva relazione tra Samantha e Theodor, che non è affatto il surrogato di una normale. Al contrario questa è sincera e intensa, si rafforza di fronte alle avversità e risulta tutt’altro che semplice per i due, che devono scendere a compromessi ed accettare le proprie diversità. Insomma la loro coppia non sembra avere niente di meno rispetto ad una normale, a parte la dimensione fisica.

Dove il film stupisce è il lato fantascientifico. Samantha è la prima IA cinematografica priva di corpo ad avere un atteggiamento completamente umano, pieno di sfumature, spontaneo e con una gamma emotiva ampia. E non solo batte HAL 9000 dieci a zero, ma se la cava bene anche paragonata con i celeberrimi androidi di film come Terminator, Blade Runner e Ghost in the Shell, che hanno il vantaggio di possedere un corpo. Tutto sta nella sfaccettata profondità del lato passionale di Samantha, che invece è spesso stato sacrificato – stilizzandolo o deformandolo – nelle intelligenze artificiali della fantascienza classica. È vero che l’estrema umanizzazione di Samantha potrebbe sembrare una scelta pigra, utile a schivare le complicazioni di un rapporto sentimentale tra un uomo e una IA solo parzialmente all’altezza. Ma io non penso che sia così. Secondo me la scelta di dotare Samantha una cognizione e di un’emotività così sviluppate è consapevole e coraggiosa, anche perché va di pari passo con una serie di diversità materiali con il partner umano. Ci sono molti dettagli che sottolineano come lei non sia veramente una persona, dalla sua velocità di lettura all’assenza di sonno, dalla capacità di avere centinaia di conversazioni contemporaneamente alla sua percezione del tempo. Senza contare ovviamente tutte le complicazioni legate all’incorporeità, inizialmente vissute come problematiche e poi come liberatorie. Samantha è un software a tutti gli effetti, e al tempo stesso è l’IA più umana mai vista sullo schermo.

Voto: 7/10

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 26 gennaio 2019 in Commedia, Drammatico, Fantascienza, Satira

 

Tag: , , , , ,