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C’era una volta… a Hollywood

08 Gen

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Lunedì 6 gennaio 2020. C’era una Volta a Hollywood vince il Golden Globe come miglior film commedia o musicale. Quentin Tarantino vince inoltre miglior sceneggiatura e Brad Pitt è premiato come miglior attore non protagonista.
Ma… C’era una Volta a Hollywood è una commedia? Secondo me assolutamente sì. Ne ha tutte le caratteristiche chiave: non si prende mai completamente sul serio, infila una serie di momenti buffi al limite dell’autoconclusivo, e nella tragedia non risulta drammatico ma piuttosto grottesco. Nell’opera di Tarantino si passa dal ridere al ghignare, dal sorriso a un divertito sbigottimento.

Il film, attraverso l’alternanza di divertenti scenette e situazioni surreali dilatate nel tempo, affronta implicitamente moltissime tematiche: lo show biz, il divismo, il rapporto tra tv e cinema, l’America e l’Europa, il passato e il futuro, la realtà e la fantasia, le persone e i personaggi. Non solo, Tarantino sperimenta con il linguaggio cinematografico, parodiando western, documentario, noir, biopic e andando più volte meta, dentro e fuori dallo schermo, davanti e dietro la macchina da presa. Tutto molto ben fatto, fino a che non inizia a girare la testa.
In effetti non è per niente immediato cogliere il punto del film. La maggior parte dei commentatori è arrivata alla conclusione che il senso dell’opera di Tarantino sia l’opera in sé: viaggio nostalgico di analisi e riscrittura della storia, gioco citazionista, danza che lambisce le più varie tematiche psico-socio-culturali.

Per me non è così. Io trovo che C’era una Volta a Hollywood affronti esattamente quello che aveva dichiarato di voler affrontare: Charles Manson. Il film è un’allegoria di Charles Manson e Charles Manson è un’allegoria del film – o meglio, del periodo rappresentato nel film. Mentre Charles in persona è in scena per un minuto scarso, la sua influenza è presente lungo tutta la vicenda attraverso i membri della comune hippie. Questi ragazzi e queste ragazze sono un prodotto dei tempi: giovani persi e arrabbiati, messi da parte dalla società, bruciati dalle droghe, distratti dalla televisione. È il lato oscuro della sfavillante Holywood, eppure è solo la punta dell’iceberg. Opposti agli hippie troviamo due protagonisti – Rick e Cliff – che loro malgrado incarnano in pieno due lati della personalità di Manson. Così, passo passo, seguendo le loro disavventure arriviamo a simpatizzare involontariamente con la figura del serial killer.

Spoilers ⬇️

Rick, stella di Hollywood minacciata dal fallimento, rappresenta le ambizioni frustrate di Charles Manson. Infatti, proprio come nel film Rick vede la sua carriera affondare tra i ruoli minori, nella realtà Manson è un rispettato musicista che viene abbandonato da amici e sostenitori. Si trova così impossibilitato a perseguire il suo sogno e, incapace di riprendersi, inizia a covare quel rancore che porterà all’assassinio di Sharon Tate. A sottolineare la specularità delle situazioni di Rick e Charles abbiamo il contesto Western: Rick vive il proprio declino professionale interpretando il cattivo all’interno di una ricostruzione di una cittadina del vecchio West; Manson vive il proprio declino professionale come vero cattivo, nella comune formatasi all’interno di una ricostruzione di una cittadina del vecchio West – la stessa in cui Rick aveva conosciuto la fama.
D’altro canto Cliff incarna il lato istrione di Manson, proponendosi come carismatico rinnegato apparentemente invincibile che ci seduce una spacconeria dopo l’altra. Cliff rappresenta il modo in cui Manson viene visto dalle proprie seguaci, che sono storicamente arrivate ad uccidere per lui, stregate dalla sua influenza. Non è un caso che Cliff abbia tanti elementi comuni alla cultura hippie rappresentata nel film, pur non facendone apparentemente parte: l’assenza di un lavoro stabile, l’animo ribelle, l’amore per il proprio cane, i vestiti a fiori, l’inclinazione a consumare allucinogeni.

È un vero lieto fine quello in cui Rick e Cliff, le due anime di Manson, trionfano massacrando gli hippie? In fondo è esattamente quello che Manson ha fatto nella realtà: mandare a morte la propria famiglia.

la verità è che Rick Dalton è un mitomane alcolizzato, vecchio nel corpo e nello spirito, troppo vigliacco per affrontare i propri problemi. Cliff  Booth è un violento uxoricida, che ha addestrato il proprio cane ad uccidere ed è troppo immaturo per affrontare seriamente la vita. Eppure noi spettatori sorridiamo divertiti alla strage che compiono negli ultimi momenti del film, tirando un sospiro di sollievo per la salvezza della bella in pericolo – Sharon Tate. E abbiamo il coraggio di dire che C’era una Volta a… Hollywood è una favola nostalgica di un Tarantino sognante. Come no. Tarantino picchia più duro qui che in tutti gli altri suoi film messi insieme, e lo fa sghignazzando.

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2020 in Commedia, Crime, Psicologico, Satira, Western

 

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