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It (2017)

it

It è un film sulle paure infantili. Ci racconta i più profondi traumi di un gruppo di giovanissimi amici e il loro superamento attraverso la lotta contro un mostro multiforme. La natura primigenia del mostro, che rappresenta così bene la perdita dell’innocenza, è il celeberrimo pagliaccio assassino. Difficile pensare ad un’icona horror più famosa di It – vuoi per il libro, vuoi per il film originale, vuoi per questa nuova versione del 2017. Tutto il film urla al cult: lo fa attraverso il restyle del mostro, azzeccatissimo; lo fa attraverso un’ottima ricostruzione degli anni 80, così amati ultimamente; lo fa attraverso battute assolutamente iconiche (Lo vuoi un palloncino, Georgie?); e lo fa proponendo scene memorabili come la doccia di sangue dal lavandino. Questi elementi della pellicola di Andres Muschietti riescono benissimo e hanno permesso al film di raccogliere un enorme e meritato successo.

Ma è tutta scena. Il film ha dei problemi insormontabili di scrittura, che lo rendono un’opera scadente e sciatta. It vorrebbe parlare DI bambini, ma non ci riesce affatto e finisce a parlare AI bambini. Si tratta infatti di un film infantile, semplicistico ed esagerato, che banalizza la realtà tingendola in bianco e nero per renderla il più elementare possibile. Personaggi semplici, immagini semplici, paure semplici, minacce semplici. Questo seduce i ragazzini, che rabbrividiscono di fronde al pagliaccio maledetto, ma soprattutto seduce quell’enorme fetta di pubblico adulto che vuole sentirsi ancora bambino e non desidera altro che abbandonarsi a questo nostalgico mondo di infanzia e inquietudine.

Tanto per cominciare gli elementi traumatici sono evidenziati con la penna rossa per renderli più riconoscibili possibile. Così i bulli esercitano una violenza esagerata ed immotivata al limite del parodico, braccando, menomando e torturando i propri bersagli. E i genitori sono tutti indistintamente oppressivi, nella tendenza ad ignorare i propri figli facendoli sentire soli e inadeguati o abusando proprio di loro, fisicamente e psicologicamente.
Adulti all’infuori dei genitori non esistono perché, hey, i tredicenni sono i più fichi e se la devono cavare da soli. Infatti si comportano in maniere completamente assurde, compiendo gesti che per la loro età non hanno una logica: si medicano le ferite da soli, scrivono poesie, flirtano con vecchi pedofili, si studiano dossier di storia, puliscono da cima a fondo stanze imbrattate di sangue e vanno a caccia di un’entità che potrebbe farli secchi in 0.4 secondi.
Di conseguenza, visto che il film non poteva durare 50 minuti, il mostro inizialmente presentato come un letale predatore inizia ben presto a comportarsi come un fenomeno da baraccone, smettendo di ammazzare e iniziando a fare scherzoni. It diventa un pranker. Questo conduce il film ad un happy ending forzatissimo pensato per mandare un messaggio pedagogico da quattro soldi del tipo “credi in te stesso” o “supera le tue paure e otterrai ciò che vuoi”.

Onestamente, il film non ha senso. Non c’è niente che sembra giusto, naturale o spontaneo, è un agglomerato di forzature per il gusto dello spettacolo. Questo mi ha fatto pensare. Non è che gli autori stessero intendendo il film come una grande allegoria della maturazione? Il film potrebbe essere così inconsistente perché è solo una parabola, una storiella da falò, che serve a parlare della transizione da infanzia a vita adulta (qui facendo un focus sulle paure) utilizzando scene ed eventi strumentali. Così gli accadimenti del film sarebbero costruiti appositamente per rappresentare il punto di vista dei ragazzini, angosciati dalla difficoltà di crescere. In un certo senso non sarebbero reali. Questa potrebbe essere una spiegazione del disastro, ma non scuserebbe proprio nessuno, anzi sottintenderebbe un pericoloso fraintendimento. I film con elementi fantastici devono essere prima di tutto organici e avere un senso interno, ci devono raccontare storie credibili fatte di personaggi verosimili. Senza di questo le narrazioni fanta-horrorifiche non emozionerebbero, sarebbero vuote astrazioni, tutta immagine e niente sostanza. Solo in un secondo momento, quando la vicenda già funziona, questo cinema può iniziare a parlarci della vita, dell’universo e di tutto quanto. Caro Andres Muschietti, impara da La Cosa, Lo Squalo, The Mist, The Host, A Quiet Place – solo per citare monster movies, se ci addentrassimo nel vero horror psicologico It scoppierebbe come un palloncino.

Voto: 2/10

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Pubblicato da su 17 agosto 2019 in Film d'epoca, Horror, Teen

 

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The Boys

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The Boys si presenta come uno sguardo anti-holliwoodiano sul mondo dei supereroi: crudo, violento, sessualmente esplicito, ci racconta come i superpoteri possano essere utilizzati per piegare il mondo al proprio volere. Il marketing aggressivo, al centro della vicenda quanto lo è della nostra quotidianità, una volta unito a capacità sovrumane e a un profondo cinismo, promette di dare vita ad una distopia molto oscura. Il giusto trionfo di una narrativa opposta a quella proposta dalla Marvel.

Non è così. The Boys non è affatto il prodotto anti-holliwoodiano che vorrebbe farci credere. È invece una serie commerciale in tutti i suoi momenti chiave, non è autoriale, non riesce ad osare veramente e pur presentando una visione anticonvenzionale del superuomo è molto convenzionale nelle sue scelte narrative. Lo Chiamavano Jeeg Robot è un film di supereroi anti-holliwoodiano, Super è un film di supereroi anti-holliwoodiano, e perfino Watchmen riesce ad esserlo, con un po’ di fiatone. The Boys non lo è.

Bisogna capire questo e accettarlo per potersi godere realmente la serie. Perché in realtà i riferimenti alla cultura pop, il giocare con gli stereotipi, i colpi di scena, una cazzutaggine un po’ retrò e la fondamentale ignoranza di fondo sono molto piacevoli. E la dimensione psicologica e relazionale dei personaggi, pur con qualche scivolone, è sopra la media. The Boys è più un prodotto alla Deadpool che alla Watchmen, e infatti è diventato in fretta la serie più vista su Amazon Video: chiacchieratissima, esplicita al punto giusto, anticonformista al punto giusto, intrigante al punto giusto. È stato un colpo da maestro commercialmente parlando.

The Boys è un mix di cose che funzionano a tempi alterni, in un momento sembrano mosse geniali e il momento dopo delle trovate da quattro soldi. Quasi tutto involontario, perché gli autori si prendono molto sul serio – forse troppo? Billy Butcher passa dall’essere un Punisher incazzato alla parodia del poliziotto cattivo anni 70. Hugie a metà della serie perde completamente la concentrazione e viene svuotato da obiettivi, desideri, emozioni, ricordi: tabula rasa. Mentre A-Train e Abisso sono personaggi scritti molto bene con una psicologia interessante e approfondita, Queen Maeve e Kimiko non hanno uno straccio di personalità. La Vaught è una specie di tigre di carta, a tratti sfavillante e invincibile a tratti assolutamente incapace di compiere qualsiasi tipo di azione e di reagire agli eventi. Frenchie è un personaggio fantastico, sembra uscito da un film di Tarantino, ma parla troppo. Tutti parlano troppo. Si nota la tendenza ad infilare interminabili dialoghi pieni di silenzi e sguardi per fare minutaggio.

Ma ci sono due personaggi che secondo me rappresentano perfettamente il successo e il fallimento della serie: Patriota e Starlight. Starlight è uno dei personaggi peggio costruiti che abbia visto negli ultimi tempi: è banale, stereotipata, senza alcun guizzo o accenno di evoluzione. Si tratta fondamentalmente di una insopportabile Mary Sue, moralmente superiore, bellissima, amata da tutti. A differenza degli altri personaggi può comportarsi a propria discrezione senza che vi siano conseguenze – cosa che in un mondo crudo e realistico come quello di The Boys è particolarmente odiosa (qualcuno ha detto Deaenerys?). Sul finale diventa protagonista di un deus ex machina telefonatissimo che neanche nei Power Rangers.
Al contrario Patriota è un grande personaggio: praticamente onnipotente, leader autorevole e temuto, restituisce una sensazione di enorme forza e insieme di grande controllo. Al tempo stesso è anche un uomo crudele e vendicativo che desidera solo appagare il proprio ego. Però dietro queste due facciate c’è dell’altro, c’è dell’ambiguità, c’è un passato colmo di segreti e c’è una profonda infelicità.

Patriota è il motivo per continuare a guardare The Boys, Starlight è il motivo per smettere di guardarla. La prima stagione promette molto e ripaga in parte, semina tanto e raccoglie poco. Potrebbe essere perché è scritta in maniera poco lucida o perché è solo un pezzo di un grande disegno. Lo scopriremo vivendo.

Voto: 6,5/10

 
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Pubblicato da su 10 agosto 2019 in Action, Drammatico, Metafiction, Superhero Movie

 

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Spider-Man Far From Home

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Da giorni cerco di capire cosa non abbia funzionato in Spider-man Far From Home. Sia chiaro: il film diverte e sorprende, è perfettamente integrato nell’universo Marvel e ha un finale geniale e coraggioso. Io sono uscito dalla sala assolutamente contento e soddisfatto. Il problema è arrivato dopo, quando ho iniziato a ripensare all’esperienza cinematografica, provando a giudicare il film. E, come dire, qualcosa non tornava, qualcosa mi risultava stonato in Spiderman Far From Home.

La risposta che mi sono dato è che il film non riesce ad emozionare. Fa ridere, fa pensare, fa viaggiare, ma non fa emozionare. In che senso? Gli ingredienti ci sono tutti: il lutto per la morte di Tony Stark, la necessità di trovare un nuovo Iron Man, il desiderio di Peter di avere una vita normale, le sempreverdi turbe adolescenziali, una minaccia particolarmente infame e diversa da solito. E il film ci prova ad emozionare, sta molto vicino a Peter, alle sue insicurezze, ai suoi errori. Inizialmente pensavo che la mancanza di emozione fosse dovuta ad una gestione un po’ elementare, un po’ cheap, di questi momenti, ma non credo che sia così. Il motivo per cui il film risulta piuttosto freddo è da cercare proprio nel modo in cui la storia è stata costruita: c’è un problema importante in quello che gli esperti di narrativa chiamano posta in gioco.

Spoilers ⬇️

La posta in gioco, si capisce, è la ragion d’essere di una storia: indica il motivo per cui tutto succede, l’obiettivo del protagonista di fronte a degli eventi che ne turbano la tranquillità. Per cosa combatte Spider-Man? Cosa ha da perdere Peter? Quali pericoli corrono il protagonista, i personaggi, il mondo intero? Nella prima parte del film abbiamo due diversi tentativi in questo senso: Peter vuole stare con MJ e il mondo è minacciato dagli Elementali. Purtroppo sono entrambe poste in gioco deboli in quanto è da subito piuttosto ovvio che anche ad MJ piaccia Peter, e gli Elementali sono una minaccia non tanto minacciosa – un po’ perché Mysterio li prende a sberle facilmente un po’ perché sappiamo che non è stato ancora svelato il vero villain. Queste cose non riescono ad emozionare. Nella seconda parte del film la posta in gioco si alza, o dovrebbe alzarsi. Mysterio minaccia di ingannare il mondo intero ergendosi ad eroe salvatore, gli amici di Peter rischiano di finire morti ammazzati e Spider-Man viene messo di fronte alla propria inadeguatezza con il rischio di un breakdown. Purtroppo il pericolo rappresentato da queste minacce non diventa reale e la posta in gioco resta solo una promessa. Prima di tutto non ci viene mostrata l’effettiva presa di Mysterio sull’opinione pubblica e quindi non percepiamo l’effetto deleterio delle sue menzogne. In secondo luogo gli amici di Peter non sono mai davvero minacciati, e anzi la scena in cui dovrebbero essere a rischio è una pietosa pantomima che avrei eliminato completamente dal film. Infine il tracollo di Spider-Man, vittima delle illusioni di Mysterio in una scena onirica meravigliosa, dura un quarto di secondo e Peter torna immediatamente ad essere convinto e determinato. In tutto questo non c’è senso del pericolo, non c’è una reale posta in gioco, e non c’è emozione.

Faccio qualche controesempio legato all’MCU.
In Spiderman Homecoming è estremamente commovente il momento in cui Tony prende il costume a Peter. Posta in gioco: la fiducia di Tony.
In Avengers Endgame c’è grande emozione nel momento in cui Captain America fronteggia da solo l’esercito di Thanos, pronto a sacrificarsi. Posta in gioco: la sopravvivenza della Terra.
Thor Ragnarock riesce a risultare molto intenso nonostante sia un film scanzonato. Lo fa grazie alla posta in gioco: la distruzione di Asgard, la fuga da Sakaar e la capacità di Thor di riprendersi dai trami subiti. La distruzione di Asgard avviene davvero al termine del film, per cui si trattava di una vera minaccia.

Per fortuna c’è un colpo di genio al termine di Spider-Man far from Home: Una scena mid-credit che cambia il senso della storia. Improvvisamente abbiamo una vera posta in gioco: l’identità di Peter, che fino a quel momento non ci era parsa davvero a rischio, viene svelata. Il mondo intero è spinto a credere a una menzogna secondo il piano di Mysterio e di conseguenza la vittoria ottenuta viene rovesciata, trasformandosi in un fallimento. Si aprono scenari apocalittici e si esce dal cinema esaltati. Eccolo, il potere di una vera posta in gioco.
Notiamo che Mysterio, da verme quale è, si comporta in maniera diametralmente opposta a quella di Havoc nella scena mid-credit di Spiderman Homecoming, che rispettando Peter non ne rivela l’identità. Questo è solo uno dei tanti riferimenti del film all’universo Marvel: la crew di Tony Stark che esce dall’ombra per rivendicare il proprio lavoro, il ritorno degli Skrull, il racconto dello Snap di Thanos fatto dai ragazzi del liceo di Peter, la citazione di Thor, Cap Marvel e Doctor Strange – che giustamente non si fa vivo in quanto la minaccia di Mysterio non era davvero interdimensionale. Perfino la colonna sonora è piena di riferimenti. Inoltre abbiamo il grande inganno del multiverso, che è un bellissimo esperimento metanarrativo e mente in faccia allo spettatore giocando con le sue aspettative. E abbiamo perfino dei rimandi agli Spider-Man di Raimi con il ritorno di JK Simmons e i bellissimi volteggi dell’Uomo Ragno nella sua New York in una delle ultime scene del film.

Inutile girarci attorno. Il grande disegno di Kevin Feige è il vero motivo per cui amiamo questi film. E per cui continueremo ad amarli.

Voto: 7/10

 
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Pubblicato da su 14 luglio 2019 in Avventura, Commedia, Fantascienza, Superhero Movie, Teen

 

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La Truffa dei Logan

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Logan Lucky è un film che funziona: è divertente, sorprendente e a tratti emozionante. Deve molto alla scrittura della sceneggiatrice Rebecca Blunt e ad un cast di alto livello al suo servizio (Channing Tatum, Adam Driver, Daniel Craig, Sebastian Stan). E deve molto anche al regista Steven Soderbergh, che ha creduto fino in fondo in questo progetto un po’ fuori dalle righe.

Logan Lucky è anche un film piuttosto innocuo, che edulcora realtà impegnative come il carcere, la disoccupazione, l’invalidità ed il divorzio. Ma se l’adulto che è in me storce un po’ il naso di fronte a questa operazione, il mio bambino interiore ne è più che felice. Perché grazie a questo ammorbidimento, oltre a generare un genuino divertimento, il film riesce a raccontare una bella realtà umana popolata di modelli femminili positivi e modelli maschili alternativi. Logan Lucky è il tipico film che piace a tutta la famiglia senza puntare al ribasso: conquista i genitori con la sua delicatezza, conquista i bambini attraverso la dinamica stramberia della messinscena e conquista gli adolescenti grazie al carisma di tutti i personaggi – e una gag geniale su Game of Thrones.

Logan Lucky è infine, per me, un film dolcemente malinconico. Un vero tuffo nel passato. Ci ho ritrovato tutti i sani elementi della televisione americana “anni 90”, dai PK alla musica country, dai concorsi di bellezza alle prigioni miste, dalle scazzottate nei bar ai redneck ignoranti. C’è perfino Katie Holmes! E poi la pellicola deve molto ad alcuni film che mi hanno accompagnato negli anni della scuola: Ocean’s Eleven ovviamente, ma anche The Italian Job, Little Miss Sunshine e Prendi i Soldi e Scappa.

Voto: 7,5/10

 
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Pubblicato da su 21 giugno 2019 in Commedia, Crime, Drammatico

 

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Avengers Endgame

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[Spoilers ⬇️]

Nelle prime due ore di Avengers Endgame ci sono circa due minuti di azione. 20 secondi sul Pianeta Giardino di Thanos, 30 secondi con Cap versus Cap, 20 secondi di Nebula che picchia un mostracchio e 1 minuto di Occhio di Falco samurai-ninja dal futuro. Numeri approssimativi, giuro che non guardavo il film con cronometro in mano! Il fatto è che le prime due ore di Avengers Endgame consistono in un intero film di supereroi SENZA azione. Poteva finire tutto così, con le gemme che arrivavano nella linea temporale principale, schioccone, salutoni, e titoloni. E sarebbe stato ugualmente un ottimo film.

Non va in questo modo perché, giustamente, dopo due ore di drammi, promesse, risate, trip introspettivi e momenti nostalgia, avevamo tutti bisogno di una svegliata. E che svegliata: la più ambiziosa scena d’azione del cinema contemporaneo! Era giusto che dopo una premessa così importante arrivasse una chiusura che lo fosse altrettanto. La battaglia finale è il premio per aver partecipato ad un’avventura lunga 11 anni e 22 film: è enorme, esaltante, totale. L’ho vista 2 volte al cinema e numerose volte in bootleg osceni su youtube, e non sono mai riuscito a trattenere le lacrime.

[Heavy Spoilers ⬇️]

Eppure, se i primi due terzi del film sono di roccia, e stanno in piedi con pochissima (e superflua) azione, un motivo c’è. I protagonisti del film, gli Avengers originali, hanno nel corso del tempo sviluppato una psicologia così reale che le loro mosse risultano totalmente naturali nel dar vita ad una vicenda prima di tutto umana. Una storia che parla di elaborazione del lutto, responsabilità, fallimento, famiglia, e solo infine di eroismo. Ciascuno dei sei Avengers risponde in maniera personale alla tragedia che conclude Infinity War. Natasha si aggrappa ad un passato che non esiste più, senza di cui si sente persa. Steve cerca di essere un modello positivo per la comunità pur non riuscendo a dare l’esempio. Tony ha una famiglia, come se il disastro gli avesse dato la forza di lasciarsi andare. Thor è un ridicolo alcolizzato, rifugiatosi nel più infantile angolo della sua personalità per fuggire il dolore della sconfitta. Clint è trasformato dai lutti in un brutale assassino corroso dalla rabbia. E Bruce, storicamente in conflitto con sé stesso più di chiunque altro, ha invece trovato la sua pace. Sei eroi, sei facce della stessa medaglia.

Da qui in avanti, tentando di risolvere il problema, o rifiutando di risolverlo, gli archi eroici iniziati 11 anni fa procedono e si chiudono.
Natasha si sacrifica per l’unica cosa che ha mai realmente importato per lei.
Clint torna dalla famiglia dopo averla creduta persa per sempre, e aver cercato di ritirarsi più volte per il loro bene.
Bruce definisce “il proprio scopo ultimo” indossare il guanto e schioccare, traguardo raggiungibile solo perché è riuscito a fare pace con Hulk, dando vita alla migliore versione di sé.
Thor conclude la sua regressione tra le braccia della madre, un bambino schiacciato da un universo che gli ha tolto ogni cosa. La sua è la parabola tragica di un eroe sconfitto dall’incapacità di gestire le proprie emozioni – una scelta autoriale geniale a coraggiosa, che fa suoi toni tragicomici di Thor Ragnarock.
Tony dopo una vita di successi, di eccessi, di rimorsi, di ottime idee finite male e di paranoie che non fanno dormire, finalmente può riposare il sonno dell’eroe. Tony, colui che ha sempre desiderato sacrificarsi per redimersi, arriva a farlo solo dopo aver costruito qualcosa che non è più disposto cedere. La rinuncia ad un futuro con la famiglia è un atto di puro eroismo.
Steve si prende una rivincita sull’Hydra, dimostra oltre ogni dubbio di essere degno, fronteggia da solo la più grande minaccia dell’universo, e infine torna da Peggy nel 1950. Quest’ultimo gesto indica che Steve ha abbandonato il sentiero di abnegazione del soldato, per scegliere la rivalsa personale: timidamente in Winter Soldier, con forza in Civil War e con assoluta risoluzione in Avengers Endgame. Il finale di Endgame è l’atto egoista di un uomo che non deve più nulla al mondo.

Gli archi di Thor, Tony e Steve non possono essere più diversi di così, non possono essere più giusti di così, e concludono degnamente 11 anni di storie, insieme alla battaglia contro Thanos. Cuore e cervello ballano di gioia.

Secondo me diversi dei pareri negativi su Avengers Endgame, che criticano a parer mio incongruenze trascurabili o forzature inesistenti, dipendono invece dal fatto che il film abbia poca, concentratissima, azione. Chi ha il solo desiderio di godersi gli eroi menare le mani, non potendo accettare due ore di film prive di ciò, si sfoga attaccando alla cieca uno storytelling che ha pochi punti deboli.
Per fortuna un’enorme silenziosa maggioranza continua a riempire i cinema, portando Avengers Endgame verso il successo planetario. All’interno di questa maggioranza spero che ci sia chi riesca ad apprezzare a fondo il sapiente lavoro di scrittura dei personaggi. Spero che ci sia chi sappia cogliere la preziosa tessitura di riferimenti tra il film e i nodi dell’universo cinematografico. E spero che ci sia chi riesca ad amare il fatto che la conclusione di tutto avrebbe anche potuto non avere una sola esplosione.

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Voto: 9/10

 
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Pubblicato da su 1 Mag 2019 in Action, Drammatico, Superhero Movie

 

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La Casa di Jack

la casa di jack

“Arancia Meccanica è un pasticcio ideologico, una fantasia fascista mascherata da avvertimento orwelliano. Finge di opporsi allo squadrismo e al controllo delle menti, ma tutto ciò che fa è celebrare la rivoltante figura del suo eroe. […] La verità è che Alex non è uno stupratore sadico a causa della società in cui vive, o dei suoi genitori, o della condotta della polizia. Lo è a causa del produttore, regista e autore del film, Stanley Kubrick. I registi a volte sono un po’ ipocriti nel parlare dei loro personaggi in terza persona, come se fossero davvero un prodotto dei tempi. No, io penso che Kubrick sia troppo modesto in questo: Alex è solo una sua creazione.”

Così scriveva il celebre critico cinematografico Roger Ebert Il 2 febbraio del 1972, a pochi mesi dall’uscita nelle sale di Arancia Meccanica. Voto: 2 stelle su 5.
Quello citato potrebbe essere un estratto di una recensione de La Casa di Jack, una volta sostituiti i nomi propri. Infatti, secondo molti critici, Jack non sarebbe altro che l’incarnazione di una compiaciuta fantasia di Von Trier, che con il suo lavoro eleva l’efferatezza ad arte e ne glorifica l’autore.

Io trovo che l’opera di Von Trier abbia diversi punti di contatto con quella di Kubrick, e per questo motivo ho recuperato la recensione di Roger Ebert. La Casa di Jack e Arancia Meccanica sono infatti simili a partire dalla reazione della critica, disgustata dalla “operazione simpatia” compiuta nei confronti del male. Entrambi i film provocano un forte disagio in chi guarda, per la surrealtà della violenza e per la grottesca bizzarria delle aggressioni compiute dai protagonisti. Si finisce per ridere di scene a dir poco crudeli. Arte e violenza si intrecciano in entrambe le pellicole, anche attraverso momenti musicali che spesso prevedono immagini apparentemente scollegate dagli eventi mischiarsi in un montaggio fortemente simbolico. Le voci fuoricampo di Alex e Jack accompagnano gli eventi rendendoci empatici con la loro vicenda e i loro fini. Addirittura entrambi i protagonisti appaiono più volte all’interno di scene in costume allegoriche che ne rappresentano lo stato d’animo. Infine Lars Von Trier cita esplicitamente Kubrick in una esilarante sequenza di doppio occultamento di cadavere velocizzata in maniera molto simile all’orgia presente in Arancia Meccanica sulle note di Rossini.

Io non credo che La Casa di Jack sia un film che celebra l’assassino come potenziale artista o l’artista come potenziale assassino. Questo è forse il punto di vista di Jack, uomo mediocre, dal pessimo gusto e dalla fortuna sfacciata. E potrebbe anche essere il punto di vista di un Lars Von Trier immaginario, che aleggia su tutta la pellicola come un burattinaio eccitato. Ma il Lars Von Trier reale, sempre in bilico tra genio e follia, sempre ad un passo dall’eccesso, ci racconta un’altra storia. Ci racconta del fallimento di un uomo ossessionato da se stesso, che non trova pace, che sprofonda negli abissi del proprio ego lasciando dietro di sè una scia di devastazione. Un uomo grottesco, ridicolo, che si crede una grande mente ma in realtà è solo delirante.
Se è vero che La Casa di Jack è un film autoriferito, in cui Von Trier parla di se stesso e della sua opera, è anche vero che si tratta di un film ferocemente autocritico, in cui il regista non si concede alcuna possibilità di redenzione. Io posso accettare un cinema egocentrico quando questo non esplode in momenti di narcisismo espressivo, ma piuttosto di severo biasimo di se stessi – come avviene anche in Mother! di Aronofski. L’operazione di Von Trier è particolare perché il film nasconde la sua anima autocritica dietro una patina di apparente autocompiacimento.

Il disagio suscitato dall’opera, come quello vissuto con Arancia Meccanica, è proprio il gioco che fa funzionare il film. È l’anima ironica de La Casa di Jack: il fatto che, indugiando sulla violenza con fare divertito, finiamo per sentirci come se nostra nonna fosse lì seduta di fianco a noi, inorridita. La Casa di Jack ci fa vergognare di noi stessi e non c’è critica più forte di quella che genera senso di colpa. Altro che film celebrativo, l’opera di Lars Von Trier è un’umiliazione continua. Tra una risata e una fitta di dolore.

Voto: 10/10

 
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Pubblicato da su 6 marzo 2019 in Horror, Psicologico, Satira

 

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Perchè What Remains of Edith Finch doveva essere un film

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Primo articolo su un videogioco.

Pronti via.

What Remains of Edith Finch è un gioco esplorativo story-driven in prima persona, quello che molti definirebbero un walking simulator dal momento che per la maggior parte tempo si gironzola ascoltando la voce della protagonista. Così Edith ci rende partecipi dei suoi ricordi e delle sue emozioni man mano che percorriamo la vecchia casa di famiglia, scoprendo i luoghi della sua infanzia. Il lato ludico consiste, oltre che nell’esplorazione, in sezioni di gioco separate dall’ambientazione principale, nelle quali si entra imbattendosi nelle testimonianze scritte degli altri personaggi della storia. Torniamo indietro nel tempo, il nostro punto di vista cambia, e siamo tenuti ad agire per risolvere la situazione e scoprire il segreto nascosto. Piano piano riusciamo a ricostruire lo sfortunato passato della famiglia di Edith, fino al trisnonno, con l’albero genealogico che si dischiude di fronte a noi.

What Remains of Edith Finch racconta di una sciagurata famiglia sull’orlo dell’estinzione, i cui membri sono tutti morti prematuramente. Sembrerebbe che una qualche maledizione gravi sulla genealogia della protagonista, o sulla loro enorme casa famigliare, ma la verità è molto più cruda. L’irresponsabilità genitoriale, in tutte le sue declinazioni, ha portato alla morte violenta dei figli dei Finch per generazioni, e questa malsana inettitudine si è tramandata fino ai nostri giorni. Nel gioco, oltre ad interpretare una Edith sempre più esterrefatta, combattuta tra il rimorso e la curiosità, vestiamo i panni di tutti i membri della sua famiglia nel momento della loro morte. Sono attimi molto intensi di luce e di ombra. Memorabile l’esperienza allucinatoria di Molly, una bambina di 10 anni avvelenata dalle bacche che aveva mangiato dopo essere stata privata della cena per una punizione. Oppure, altrettanto forte è vivere in prima persona il suicidio di Lewis, depresso dal mix tra un lavoro alienante e una psiche fragile.

What Remains of Edith Finch è una bellissima opera videoludica: poetica, emozionante e sorprendente. Eppure, e questo è il motivo per cui scrivo qui, questo gioco non aveva bisogno di essere un gioco. Un medium più tradizionale come il cinema ne avrebbe valorizzato la storia senza nulla togliere alle atmosfere magiche del prodotto originale. Come film What Remains of Edith Finch avrebbe sì perso in interattività e immersività, ma avrebbe guadagnato in ritmo, scorrevolezza e leggibilità. Ad esempio non ci sarebbero stati i fisiologici momenti morti in cui non si sa come progredire, non ci sarebbero state le lunghe sessioni sull’albero genealogico della famiglia a capire chi è figlio di chi, e non ci sarebbero stati i minigiochi nei momenti flashback.

Ma poi, soprattutto, What Remains of Edith Finch, ha una storia troppo bella per essere vissuta solo da piccole nicchie di videogiocatori. Il suo è un racconto dalle enormi potenzialità mainstream, che mischia dramma e fantasia in una vicenda agrodolce sulla vita, sulla morte e sulle responsabilità. Se fosse un film invece di essere un gioco indie, ne potremmo parlare a lavoro, o a scuola, o al bar. Sarebbe nei cineforum, nelle classifiche dei film più pazzi di sempre, spunterebbe fuori nell’home page di Netflix o di Amazon Prime decenni dopo la sua uscita nelle sale. Diventerebbe un cult e tutti annuirebbero se io dicessi che What Remains of Edith Finch mi ha spezzato il cuore.Gli amici saprebbero di cosa si tratta e non avrei bisogno di scrivere su un blog per esprimere quello che mi ha trasmesso. Sono molto amareggiato che un’opera di questo valore caschi pressoché nel nulla e lasci dietro di sé un silenzio così assordante.

 

 
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Pubblicato da su 12 febbraio 2019 in videogiochi

 

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