RSS

Perchè odio Game of Thrones

Avevo 14 anni quando per la prima volta presi in mano uno dei libri di Martin. Si intitolava Il Trono di Spade e stava nella sezione della biblioteca dove tempo addietro avevo scoperto la saga di Excalibur di Bernard Cornwell. “Se questo libro è bello solo la metà de Il Re d’Inverno” pensai “vale assolutamente la pena leggerlo”. Il Trono di Spade si rivelò essere piuttosto in linea con l’amata opera di Cornwell, ma meglio. Era più crudo, più intrigante e soprattutto dipingeva un mondo straordinariamente ricco. Da lì diventai GOT addicted, 10 anni prima che questa espressione venisse coniata. O, per essere più precisi, ASOIAF addicted, visto che la saga prendeva il titolo di A Song of Ice and Fire.

Credo che questa premessa illustri quanto io sia legato alla collana di libri scritta da Martin e quanto ciò ha influenzato il mio parere sulla serie TV. Tuttavia cercherò di rendere più chiaro possibile come le mie opinioni circa lo scarso valore del prodotto televisivo non siano dettate da forme di feticismo per l’opera originale, ma che dipendano piuttosto da difetti reali e importanti dell’adattamento. Per correttezza informo che, tanto nella lettura quanto nella visione della serie sono arrivato solo alla fine del quarto libro/stagione.

Cominciamo: Perchè odio Game of Thones?

house-a-song-of-ice-and-fire-29965891-1920-1080

1) LO STORYTELLING È PESSIMO
Mi trovo spesso a sostenere che se i libri fossero stati utilizzati come script per Game Of Thones, così come sono stati prodotti, la serie sarebbe stata migliore. Questo perchè Martin nasce autore televisivo, e nel dare vita a A Song of Ice and Fire impiega al meglio queste sue capacità, creando scene memorabili e dialoghi brillanti. Numerosi momenti della saga cartacea sembrano una vera e propria sceneggiatura e anche quando la narrazione diventa più descrittiva e meno dialogica il fotorealismo delle scene, il ritmo incalzante e la gestione accurata dei punti di vista sono estremamente cinematografici. Un adattamento intelligente sarebbe stato più fedele possibile all’opera originale. Ma l’adattamento HBO non è stato intelligente, o lo è stato a tratti e non fino in fondo. Gli autori HBO hanno operato un sabotaggio in due mosse. Per prima cosa hanno contratto in maniera estrema i tempi narrativi, privando di respiro la narrazione e rendendo il ritmo forzato, e per seconda cosa hanno prosciugato la vicenda tagliando tutto ciò che era stato reputato secondario. Il risultato è piuttosto paradossale: un’opera molto più condensata e insieme molto più povera, in cui i personaggi si muovono con motivazioni confuse, in una geografia politica e territoriale solo abbozzata. Interminabili scene di riempimento vengono piazzate qua e là per fare minutaggio, senza che l’intreccio progredisca o i rapporti tra i personaggi si sviluppino. Difficilmente mi dimenticherò la sequenza soft porno della prima stagione in cui Viserys e Doreah si dedicano a 5 minuti di petting e battute senza senso in una tinozza-vasca di legno: una scena di una bruttezza, di un’inutilità e di un imbarazzo estremo, che indica un’incapacità di scrittura fuori dal comune. Nel libro scene di questo tipo sono presenti, ma, oltre ad essere scritte con più cura, contribuiscono insieme a decine di altri momenti, più o meno centrali, al grande affresco di Westeros. Un affresco che dalla serie non esce neanche per sbaglio. E potrei enumerarne decine di pezzi come questi, dalle volgari scenette nel bordello di Ditocorto nella seconda stagione ai simpatici scambi tra Arya e Tywin nella terza, fino ai siparietti tra Arya e il Mastino, nella quarta. E se da un lato Game of Thrones è stacolmo di lunghissime e inutili scene di dialogo, dall’altro lascia poco spazio agli eventi centrali, il cui sviluppo e le cui conseguenze sono trattati con frettolosità e superficialità. È il caso dell’incoronazione a Re del Nord di Robb, i continui scontri nella Terra dei Fiumi, la rivalità tra Stannis e Renly, i giochi di potere di Tywin-Baelish e il processo a Tyrion. Tutto abbozzato, tutto confuso. Perfino io che conoscevo la vicenda a memoria mi sono trovato spesso spaesato da una sequenza di scene male impastate, che non offrivano punti di riferimento spazio-temporali, con equilibri di potere malgestiti ed eventi centrali con poca o nessuna conseguenza sulla vicenda.

2) I PERSONAGGI PRINCIPALI HANNO LA VITA TROPPO FACILE
Arya, Daenerys, Jon. Questi personaggi hanno dei problemi anche nei libri, perchè sono trattati in modo diverso rispetto agli altri. Si tratta di eroi ed eroine con attorno un’aura di purezza e di fortuna che stona tanto in un’opera cruda e realistica come A Song of Ice and Fire. Ed è palese che non moriranno fino alla fine: perché sono i protagonisti, coloro che tireranno le fila della storia. Tuttavia nell’opera di Martin c’è un prezzo da pagare per questa immortalità narrativa: ininterrotte difficoltà e atroci sofferenze. In un mondo in cui rimanere in vita per più di un libro è un miracolo, farlo comporta passare attraverso continue sventure. Nella serie no. La fuga di Arya nella terra dei fiumi è edulcorata all’inverosimile, con la nostra eroina che scampa con facilità alle torture e ai lavori forzati e finisce a fare la bella vita di palazzo per poi fuggire e incontrare un Mastino ben contento di proteggerla. Cosa hai da fare il broncio, cara Arya, che ti sei fatta poco più che una scampagnata? Jon nella serie risulta un babbeo assolutamente incapace di comprendere i pericoli a cui va incontro, che con una faccia da pesce lesso passa attraverso una moltitudine di scontri armati, l’incontro con un estraneo, diverse missioni suicide e la vita da traditore. Non percepiamo neanche un filo di drammaticità in quello che nel libro è un percorso di crescita estremamente doloroso: il Jon televisivo è di una stupidità e di una fortuna disarmante. E infine Daenerys, idealista e testarda, nei libri compie una serie di azioni avventate che avranno conseguenze terribili e la terranno costantemente in difficoltà, senza controllo sugli eventi, e infelice. Nella serie la sua storyline è un interminabile cammino trionfale, che inizia con una relazione con Drogo più che soddisfacente a fronte di quella cartacea che è contraddistinta dal terrore viscerale. Questi protagonisti sono capricciosi, inesperti e ottusi, eppure marciano intoccati attraverso una storia che miete vittime ad ogni puntata. Una schifezza.

3) I PERSONAGGI SECONDARI SONO TRASCURATI
In una delle puntate centrali della prima stagione Eddard Stark sta svolgendo i ruoli giuridici del Re quando dei contadini malandati chiedono giustizia per un’azione di saccheggio operata ai loro danni da Gregor Clegane. In questa sequenza, oltre alla sofferenza dei contadini, si percepisce la paura incussa da questo spietato guerriero e la risolutezza di uno stremato Eddard nel condannare l’azione con una sentenza politicamente pericolosa. Si tratta di una scena molto dura e molto bella, che nel libro produce derive narrative inaspettate. Peccato nella serie questa caschi completamente nel vuoto: essa non porta a nessuna conseguenza nel rapporto tra Eddard e Robert, non lancia la sottotrama di Beric, non svela le mosse di Tywin per far scoppiare la guerra e non sviluppi il personaggio di Gregor Clegane, nei libri protagonista assoluto delle battaglie nella terra dei fiumi – e di conseguenza nella storyline di Arya. Gregor farà una comparsata nella prima stagione tagliando in due un cavallo, nella seconda stagione cambierà attore e avrà un ruolo estremamente secondario, nella terza non comparirà un solo secondo, e nella quarta stagione verrà giusto ripresentato (con una terza faccia) la puntata stessa del duello con Oberyn Martell. Gregor Clegane, uno dei personaggi più minacciosi del libro, viene trattato dalla serie alla stregua dello scudiero di Tyrion e Game of Thrones è PIENO di queste mancanze nella caratterizzazione dei personaggi secondari. La lettera di Sansa che tradisce il padre è tagliata. L’incesto tra Jaime e Cersei è solo un pretesto per la morte di Eddard senza alcun valore psicologico. Stannis non ha un briciolo della caratterizzazione del libro e risulta burattino nelle mani di Melisandre. Il Mastino manca completamente di profondità. Il rapporto dei Baraheon con i Tyrell è confuso e posticipato di due stagioni, tagliando così Renly fuori dall’equazione. I personaggi di Shae e Talisa sono una fonte di vergogna estrema per chiunque abbia letto i libri. Insomma, non c’è un minimo di interesse da parte degli autori in tutte queste sfumature, e per questo l’opera televisiva risulta poverissima per i miei gusti.

IN CONCLUSIONE
Da questo mare di problemi ho ricavato una semplice deduzione: gli sceneggiatori di Game of Thrones sono dei cani. Per questo io odio Game of Thrones: perchè David Benioff and Daniel Weiss hanno stuprato un universo narrativo che in passato ho amato appassionatamente. La serie ha dei punti di forza notevoli nei costumi, nelle scenografie, in alcune scelte registiche e soprattutto nelle performance attoriali. Ma tutto questo scompare di fronte alla totale assenza di consapevolezza e gusto nella scrittura, che rovina personaggi, scene, background politici e culturali, e una delle narrazioni a più ampio respiro di sempre. Tutto quello che c’è di buono nella scrittura di Game of Thrones è dovuto al valore dell’opera originale, che ancora si intravede in mezzo alle macerie di una storia distrutta dalla HBO. Sono deluso e amareggiato per il successo di un’opera che è solo un’ombra del grande lavoro di Martin. Non mi resta che annegare il mio dispiacere nel VINOH.

Image2 (3)

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su 5 agosto 2017 in Senza categoria

 

Perchè amo Capitan America

b475388c73a29f9d5ed852e68494b89bIo, per anni aspro critico del grande successo Disney-Marvel mi sono trovato spesso a difenderlo sui social dagli attacchi degli haters, in particolare fanboy DC Comics. Perché questo? Di certo non ho rivalutato la mediocrità di oltre la metà dei film in questione, anzi, sono il primo che spesso ne mette in discussione aspetti come la storia o il ritmo.
Eppure da un po’ di tempo a questa parte ho cambiato modo di percepire il Marvel Cinematic Universe, al punto che ora riesco a vedere i grandi pregi del progetto in mezzo ai tanti difetti. Ed il merito è tutto del lavoro fatto su quell’anonimo, impopolare personaggio che è Captain America.

Dunque. Io, come la maggior parte del pubblico cinematografico della Marvel, non ho mai toccato i fumetti, e quindi parlo in ottica prettamente filmica. Captain America non ha poteri strabilianti, non ha il tipico istrionismo supereroistico e non ha un briciolo della formula teen che funziona tanto bene nel cinema fantastico contemporaneo. E come se non bastasse viene interpretato da un attore con un curriculum misero rispetto ai colleghi in calzamaglia (Downey Junior, Renner, la Johansson, Ruffalo). Di conseguenza il Captain America cinematografico non si regge in piedi da solo, ma ha bisogno di interagire con altri personaggi e di affrontare delle difficoltà fuori dal comune. Ed è qui che succede il miracolo: non solo dai Marvel Studios escono soggetti e sceneggiature interessanti ma viene fuori un personaggio che grazie all’interazione con quello che gli sta attorno risplende.

Ho riflettuto a lungo su come fosse possibile che dal macchinario Disney-Marvel siano provenuti film tanto belli quanto il secondo e il terzo Captain America.  E la risposta che mi sono dato è che essi riescono a mettere insieme i punti di forza di più generi: il filone supereroistico, lo spionaggio politico alla James Bond e la guerra.
La parte supereroistica è la cornice dove si svolge tutto, e va ammesso che il background marveliano è veramente figo – sono piuttosto le varie vicende a peccare. Abbiamo più eroi in conflitto tra di loro, poteri galattici che si manifestano progressivamente sulla Terra e un bestiario di bizzarrie anche autoironiche che spaziano tra le dinività, gli esperimenti di laboratorio finiti male e le intelligenze artificiali. La tecnologia in particolare è trattata con grande creatività ed è lo snodo di molte storie e personaggi.
Il mix tra thriller politico e guerra invece è tutto di Captain America e dei suoi film. Ora, io sono un fan di questi due generi, che trovo incalzanti e insieme drammatici: tutto ciò che riesce ad essere Captain America nei suoi momenti buoni. Ed è per questo che ho apprezzato tanto Winter Soldier e Civil War.

Prendete un ragazzone malinconico, idealista ed un po’ ingenuo, rendetelo una letale arma da combattimento, fatelo assistere alla morte del migliore amico e fatelo sacrificare per la patria, per poi risvegliarlo in un mondo che non è più il suo. A riassumere questa parabola l’unico aggancio con il passato è l’ex ragazza la quale, sposatasi con qualcun altro, ora è decrepita e morente. Intanto, il mondo è cambiato, il sogno americano si è sgretolato, è diventato necessario scendere a compromessi che raramente fanno contento qualcuno e l’eroismo forse non esiste più. In questo contesto Captain America è una forza positiva in un mondo confusionario fino all’incomprensibilità, che se affrontato nel modo sbagliato umilia, emargina e punisce. E come reagisce questo soldato d’altri tempi, spezzato dentro dal tempo e dalle tragedie? Con caparbietà, disciplina, ottimismo e cuore. Lo fa quando ha ragione, ma è comunque solo contro tutti (Winter Soldier) e lo fa quando non siamo affatto sicuri che abbia ragione, ma lo capiamo bene perché sappiamo quello che ha passato (Civil War). Io ho amato il modo di Captain America di affrontare le difficoltà, è composto e intelligente, realistico, e tutt’altro che fumettoso. In un mondo di cinecomic popolato di personalità sopra le righe, pazzi, buffoni, stupidi e superficiali è una boccata d’aria vedere Captain America alle prese con difficoltà che sarebbero anche nostre e superarle non solo per mezzo delle sue capacità sovraumane ma soprattutto della sua forza d’animo. Ed è ugualmente una boccata d’aria assistere al suo impercettibile fiaccarsi per i dispiaceri e le fatiche, con naturalezza. Quest’ultima cosa, tra l’altro, è davvero il colpo da maestro della scrittura di Civil War, che ben pochi hanno colto: la capacità di raccontare sottilmente le psicologie in gioco e mostrare come il loro attrito possa portare all’escalation.

Tutt’ora mi chiedo come la produzione responsabile della bellezza dei film di Captain America possa aver partorito quelle porcherie di Thor 1 e 2, o un terzo Iron Man che riesce ad essere quasi peggio di Man of Steel. Tuttavia l’universo Marvel è interessante al di là della qualità dei singoli film e sono contento di averlo capito, anche se così tardi.

In definitiva consiglio a tutti la visione della trilogia di Captain America (tenendo duro per un primo capitolo un po’ fiacco), a cui andrebbero probabilmente affiancati anche i due film degli Avengers. E suggerisco di tenere a mente questo: un bel film non è per forza impregnato di artisticità (genuina o contraffatta che sia), può anche solo mettere in scena una bella storia, raccontando personaggi interessanti. Snyder avrebbe molto da imparare da alcuni film Marvel.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 27 luglio 2016 in Senza categoria

 

Interstellar

interstellar
Titolo originale
: Interstellar
Titolo italiano: Interstellar
Anno: 2014
Nazionalità: USA
Regia: Christopher Nolan
Interpreti: Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Michael Caine, Matt Damon

Perchè questo film
Perchè il cinema di Nolan mi piace molto. È un cinema cerebrale e ambizioso, da cui non si sa mai cosa aspettarsi e che è riuscito sempre a incuriosirmi prima, e conquistarmi dopo. Nel progetto Interstellar Nolan riesce perfino a coinvolgere Kip Thorne: fisico teorico di enorme fama, che ha abbracciato completamente il compito di dare vita ad un buco nero digitale. Già da questo si capisce quanto Nolan sia un regista ossessionato, perfezionista, artisticamente così irrequieto che ad ogni nuovo film si sente in dovere di alzare l’asticella, correndo rischi sconsiderati per qualcuno che lavora a così alto budget. E sebbene abbia collezionato diversi scivoloni lungo la propria filmografia – ce ne sono anche in questo film – allo stesso tempo egli è sempre riuscito a fare le cose a modo proprio.
In aggiunta a tutto questo, va detto, io ero il target prefetto per una pellicola di questo genere: adoro l’hard sci-fi e ne conosco ambizioni e stilemi; sono stato un paio d’anni appassionato di astrofisica – ai suoi tempi ho affrontato la lettura di Barrow e Davies e Hawking su relatività, freccia del tempo, mondi a più dimensioni, singolarità fisiche, universi paralleli, eccetera; e infine 2001: Odissea nello spazio è il mio film preferito di sempre, ci ho fatto la tesina di maturità, più di un esame a Brera, e l’avrò visto una decina di volte. Non ho dubbi sul fatto che gran parte del pubblico non fosse intellettualmente preparata per assistere ad un’opera come Interstellar, ma non lo sostengo con spregio, anzi, questo ha generato una varietà di risposte curiosamente ampia all’opera di Nolan con moltissime recensioni che si sono concentrate su aspetti della trama a che a me sono sembrati secondari. È molto bello quando un film si dimostra tanto stratificato da generare interpretazioni e giudizi più che discordanti, proprio non allineati, come se riguardassero cose diverse. C’è chi ha definito il film fascista. Chi transumanista. Chi intimista. Chi ottimista e chi pessimista. Chi commerciale, chi autoriale, chi confuso, chi lucido, chi appassionato e chi freddo. C’è chi ha detto che si tratta di un’opera sull’amore, chi sull’ambizione, chi sulla solitudine. Qualcuno ci ha visto dentro tanto Gravity, chi tanto 2001 e chi tanto Inception. Io l’ho trovata una pellicola sull’inevitabilità degli accadimenti, alla Vonnegut, ma senza tutto l’apparato di rassegnazione autoironica. Da questo punto di vista ha diverse cose in comune con Le Sirene di Titano, che è un capolavoro davvero troppo sconosciuto e di cui consiglio la lettura a chiunque abbia apprezzato questo film.

L’anima dell’opera
Interstellar è più della somma delle sue parti. Potremmo passare giorni ad elencare i punti di forza e debolezza della scrittura, della messinscena, delle interpretazioni attoriali, e lo stesso non saremmo un passo più vicini al giudizio dell’opera come tale. La colonna sonora è meravigliosa. I drammi umani sono trattati con intelligenza. La risoluzione del gap temporale è commovente. L’arrivo a Gargantua non solo è un momento spinto di sense of wonder ma testimonia il traguardo cinematografico importante della ricostruzione visiva di un buco nero. Le IA sono originali ma a volte risultano un po’ troppo sopra le righe. La scientificità dell’opera si fa molto più sentire nella riproduzione delle dinamiche cosmologiche che nella costruzione della vicenda, con i personaggi che sembrano quasi ignari delle cose cui stanno andando incontro. Di conseguenza alcuni dialoghi paiono un po’ fuori contesto. Il wormhole sembra l’ingresso di un livello di Crash Bandicoot. Eccetera. Non si possono mettere sulla bilancia queste cose e ricevere in cambio uno scontrino che dica: “credibile ma un po’ troppo drammatizzato” oppure “un’opera poco compatta ma emozionante”. Davvero, no. È senza dubbio vero che Interstellar vuole essere troppe cose, e di conseguenza gli equilibri narrativi che presenta sono un po’ instabili, ma non si tratta di un’accozzaglia di materiale ma piuttosto di un complicato sistema planetario con un paio di centri di gravità e moltissimo materiale che vi gira attorno: detriti, comete, intuizioni e inquietudini. Interstellar è un film pluridimensionale da esplorare a fondo.

Quali sono questi centri gravitazionali a parer mio? Incredibilmente, gli stessi di Inception. Incredibilmente perchè le due opere sono quasi una l’antitesi dell’altra: dove nella prima c’era un groviglio narrativo inscindibile nella seconda c’è una certa percorribilità, dove una presenta un’opulenta visionarietà l’altra propone un’eleganza stilistica inarrivabile. Eppure al loro cuore entrambe le opere parlano, da un lato, del desiderio consumante di tornare dai propri figli, sconfiggendo rimpianti e sensi di colpa, e dall’altra dello scorrere del tempo. Entrambe queste anime si manifestano con grande potenza dopo il ritorno dal pianeta di Miller, con un Cooper distrutto che si rende conto di cosa abbia significato per lui sacrificare 23 anni della vita con la propria figlia. Sia in Inception sia in Interstellar le persone sono separate da distanze galattiche che riescono ad essere attraversate oltre ogni plausibilità da forze umane, come l’amore, la determinazione e il rimorso. Il cinema di Nolan degli ultimi anni è stato un cinema in cui grandi sentimenti deformano la realtà, rendendo possibile l’impossibile, e non in maniera disneyana, plasticosa, ma per mezzo di strappi nel tessuto del reale, trascendenze fisiche, singolarità che in Interstellar si manifestano nella loro forma più pura. Interstellar e Inception sono operazioni che fanno venire le vertigini, sono puro, distillato sense of wonder, e non sarò mai abbastanza grato a Nolan per aver avuto il coraggio di mettere su pellicola questo suo modo di vedere il mondo.

Un grande difetto
Fermo restando che il nocciolo comunicativo di Interstellar è quello appena illustrato, e non lo cambierei di una virgola, mi sento di criticare un aspetto marginale ma importante per la solidità dell’impalcatura narrativa del film. Sono d’accordo che non vi fosse spazio per sviluppare approfonditamente il contesto social sci-fi, ma l’opera è talmente piena di suggerimenti e input che qualcosa in più poteva essere fatto ai fini di rendere più chiara la situazione della Terra. Più volte nella prima parte del film si parla di una piaga in grado di desertificare il pianeta ma, nonostante vi siano le occasioni per approfondire economicamente e scientificamente la cosa, Nolan non sembra prendersi la briga di farlo. Questo tipo di leggerezza, che è stato perdonato alla maggior parte delle pellicole di fantascienza, qui sembra particolarmente stonato perchè quanto l’opera risulta fisicamente coerente tanto appare politicamente stilizzata. Invece che imbarcarsi in un’avventura galattica estrema l’umanità non poteva combattere la pandemia agricola? E da cosa è stata causata questa piaga? Si accenna da un lato ad un progressivo abbandono della tecnologia e dall’altro alla solita catastrofe ecologica ma non è mai chiaro quale delle due cose sia causa dell’altra.

Amedeo Balbi, nella sua bella recensione, fa giustamente notare che il film può essere letto come un’originale capovolgimento del clichè che vuole l’uomo vittima della propria tracotanza, sconfitto mentre stava ergendo una torre di Babele tecnologica. In Interstellar invece la nostra hubris è proprio quello che ci salva dagli stenti in cui l’abbandono del progresso ci ha catapultati. Forse. Il problema sta proprio nel fatto che questa coraggiosa posizione non sia tenuta con sufficiente fermezza da renderla reale, per cui ottima intuizione, ma poche palle, a parer mio.
Un caso isolato? Purtroppo no. Gli equilibri biochimici umani sono trattati con eguale superficialità. Non solo i protagonisti sopravvivono a stravolgimenti di pressione, attrazione gravitazionale e forza centrifuga estreme, ma non ne sembrano neanche particolarmente affetti – niente vertigini, vomito, emicrania, svenimenti. C’è un timido accenno agli scompensi del decollo, ma nulla di più: di nuovo braccino corto. L’ibernazione è gestita ancora peggio. Non è proprio possibile né che lo scongelamento duri pochi secondi, né che al risveglio ci si senta freschi e riposati, né che il processo si possa ripetere un numero indefinito di volte senza incorrere in seri danni ai tessuti. E poi per quale diavolo di motivo le persone dovrebbero morire di vecchiaia in presenza di una tecnologia crionica matura? Capisco che i Nolan non volessero invischiarsi troppo in questioni bioetiche, e al tempo stesso necessitassero di drammatizzare lo scorrere del tempo attraverso la minaccia della morte. Ma si tratta comunque di un’incoerenza narrativa pesante, che mi ha infastidito molto.
Insomma trovo che ottime intenzioni a livello di soggetto siano state troppo smussate durante la messinscena, per una mancanza di determinazione o forse, la paura di una censura ideologica.

Un colpo di genio [spoiler]
Nella scorsa recensione, qui, ho concluso sostenendo che la più grande mossa da maestro di Goddard fosse stata creare una tale confusione tra livelli narrativi che alla fine non fosse più chiaro quali clichè fossero voluti e quali fossero involontari, favorendo l’assoluzione retroattiva anche per errori non calcolati. Ho trovato un giochetto del genere anche qui.
Come ho accennato ad inizio recensione, a me Interstellar è parso un film sull’inevitabilità degli accadimenti. Un film deterministico, se vogliamo, che sottolinea quanto le forze cosmiche siano impegnate a fare andare l’umanità verso il trionfo. In un certo senso questa morale è inevitabile quando si decide di includere il tempo einsteiniano all’interno della propria opera, per cui non ho idea se Nolan volesse da principio parlare di questo o ci fosse inciampato per forza di cose. Fatto sta che egli, volontariamente o no, finisce ad illustrare quel modo controintuitivo di percepire il tempo tipico della letteratura scientifica del 900 e di alcuni romanzi postmoderni (ho già citato Vonnegut) e a suggerire una finalità cosmica abbastanza in linea con la teoria del principio antropico. Dove sta allora il gioco di prestigio a là Cabin in the Woods? Se era destino che tutto andasse in una certa maniera allora quelli che potrebbero sembrare modi banali per risolvere nodi centrali della vicenda, se non, appunto, clichè (l’attracco di fortuna all’Endurance fuori controllo, il paradosso della libreria, la sopravvivenza di Cooper) non sono scelte narrative pigre, ma la prova dell’esistenza di quella forza risolutrice che manovra la storia e le fa prendere le direzioni desiderate. Difficile a questo punto non vederci la tanto cara metafora nolaniana del cinema come architettura, preponderante in Inception. Oppure, anche, questa chiave di lettura non era stata predisposta e io sono stato gabbato. Ma la struttura dell’opera è tale che non possiamo sapere se determinate scelte sono state fatte apposta o no, per cui ancora una volta, ben fatto, Nolan, ben fatto.

Image4
Cooper e Mann si azzuffano su un deserto pianeta ghiacciato
a milioni di anni luce dalla Terra, tale è il dramma che stanno vivendo.
Se questo non è pazzesco, devo rivedermi il significato di “pazzesco”.

Voto: 9/10

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 11 novembre 2014 in Drammatico, Fantascienza, Psicologico

 

Tag: , , , , , , ,

Quella Casa nel Bosco

cabinmondo

Titolo originale: The Cabin in the Woods
Titolo italiano: Quella casa nel Bosco
Anno: 2012
Nazionalità: USA
Regia: Drew Goddard
Sceneggiatura: Drew Goddard, Joss Whedon
Interpreti: Kristen Connolly, Fran Kranz, Jesse Williams, Chris Hemsworth, Sigourney Weaver

Perchè questo film
Devo ringraziare il gestore di Tapirullanza, tra amici il Tapiro, per avermi riportato alla memoria questo promettente film, che avevo nella wish list da troppo tempo perchè potessi ricordarmene da solo. Il Tapiro ha lanciato sul suo sito il mese dell’orrore partendo da variazioni sul genere teen horror “house in the woods”, arrivando a parlare di Quella Casa nel Bosco alla seconda settimana, qui. Il suo articolo è ottimo ma consiglio di rimandare la lettura a chi volesse godersi le mille sorprese che il film ha in serbo dall’inizio alla fine. Quando a me, cercherò di accennare solo qualcosa di molto generico sull’opera che abbiamo davanti, per invogliare alla visione, e solo a quel punto entrerò nel vivo della recensione.
Sicuramente può aiutarvi a scegliere sapere che il film ha il 91% pomodori freschi su Rotten Tomatoes, un punteggio di 7,1 su imdb e circa metà commenti di youtube scritti da analfabeti incazzati che si aspettavano di assistere all’ennesimo slasher boschivo. Più ci si sposta verso il pubblico generalista più le opinioni si polarizzano, mentre la maggior parte dei critici è concorde nel dire che si tratta di una pellicola di valore. Di certo non abbiamo davanti un film che lascia indifferenti.

Un po’ di aggettivi
Un arguto commento su Rotten Tomatoes recita: “If The Cabin in the Woods were a meal, it would consist of 90 minutes of studying a well-written menu, and then ordering the cream pie, which arrives in your face. Sweet, sweet release”. Non avrei saputo illustrare meglio la sensazione di libidinosa spaesatezza che il film genera da un certo punto in poi. Quella Casa nel Bosco è… spiazzante, bizzarro, divertito, elettrizzante e soprattutto, soprattutto originale. Perchè ci sono anche degli scivoloni e delle soluzioni un po’ pigre, perfino qualche calo di ritmo, ma sono difetti che seriamente scompaiono di fronte all’irriverenza e alla fantasia del prodotto, che è davvero davvero originale. Pirandelliano. Escheriano. Completamente rovesciato.

Image2Altri aggettivi.

Un po’ di spoiler
la prima parte del film secondo me è la migliore: è un mix frizzantissimo di teen drama ottimamente scritto e corporation comedy alla The Office, con doppia atmosfera di attesa che diventa sempre più inquietante. A questo si aggiunge un gioco coi clichè semplicemente delizioso, partendo da quella tinta bionda nella prima scena che retrospettivamente fa davvero schiantare dal ridere. Idem per il montanaro pazzoide alla pompa di benzina, dei cui deliri mistici tutti i personaggi – e proprio tutti – non possono che ridere e per la serie di strizzate d’occhio nella sequenza obbligo-verità. È un peccato secondo me che la scrittura non riesca a dare sufficiente spazio a tutti i ragazzi, con Marty che ha una battuta per tutto e ruba la scena anche a personaggi che in quel momento vorrebbero essere più a fuoco. In particolare fa una figura involontariamente barbina Holden, il quale non riesce a ricoprire il ruolo che dovrebbe avere, mettiamola così. Fa numero e poco altro. Comunque, nonostante alcuni disequilibri, i personaggi sono molto più interessanti che negli altri teen horror: cosa ovvia dal momento che essi arrivano a ricalcare certi stereotipi bidimensionali perchè così dice il copione mentre in realtà c’è sotto molto altro. Come hanno detto alcuni commentatori se anche si fosse trattato di un horror ordinario, con questi ragazzi e questa scrittura sarebbe stato un horror molto piacevole.
Dall’altra parte, come fa notare il Tapiro, anche la parte aziendale è gestita con sapienza. I colleghi scherzano, sclerano a caso, si rinfacciano gli errori, sfottono gli altri reparti, perfino scommettono (trovata davvero tanto divertente che riesce a trasformare una situazione di grande tensione in pura ilarità). Non si tratta di una corporazione caratterizzata da perfezione militaresca, ma di persone normali che si trovano a dover portare a termine un lavoro psicologicamente molto duro. Tutto funziona davvero ad orologeria per i primi quaranta minuti. Poi BOOM inizia l’escalation, con una scena un po’ volgarotta ma che ci sta. Il punto è che tale escalation comunque era prevista nel copione per cui, a parte qualche ideuzza, non sorprende più di tanto: le lacune di caratterizzazione, volute o no che fossero, vengono fuori e c’è una certa frettolosità che rovina l’ottimo lavoro di preparazione. Certo si tratta di un’escalation comunque sui generis, ma io l’ho percepita un po’ fiacca. Si tenta una pistola di Cechov con la scena della moto, ma è una pistola abbastanza telefonata. E poi arriva la terza parte…

Meta(-meta)-narrazione
Ora che abbiamo il nostro cuscinetto anti SPOILER possiamo dirlo. Tutto il film è un trionfo meta narrativo, che ha come obiettivo principale quello di sfottere i luoghi comuni di genere mostrando quando devono essere manipolate persone e situazioni affinché esse possano rientrare nel canovaccio slasher-horror classico. Come comportarsi però una volta che il gioco si è esaurito e i poveri ragazzi sono stati maciullati nel rituale cinematografico satanico così come era stato progettato? Gli sceneggiatori hanno optato per un divertissement citazionista in cui i due sopravvissuti scatenano l’inferno liberando mostri per la sede corporativa. Davvero spassoso, bisogna dire. Quindi i due decidono di non sacrificarsi per il mondo in una scena di scazzo edonista a parer mio di cattivo gusto (che però può sottointendere che il passaggio di spugna non sia rivolto all’umanità ma al cinema horror, con una svirgolata metaforica). E niente, fine.
Però, però, forse c’è di più. Non è chiaro perché la regia non è chiara, ma più di una volta mentre il rituale prosegue e gli zombie fanno fuori uno a uno i ragazzi saltano fuori guasti sospetti che fanno pensare a una manipolazione dell’azienda da parte di qualcun altro. Poi iniziano i clichè da fanta-horror corporativo (pulsanti rossi che scatenano il finimondo), i deus ex machina non si interrompono nonostante non ci sia più nessuno a gestirli (la ragazzina zombie che arriva al momento giusto!) e i luoghi comuni continuano a sprecarsi (un buco nel muro verso la salvezza, srlsly?). Ho pensato: non sarà mica che tutto il film, inclusa la parte aziendale, è una mega trappolona di livello superiore, un meta-rituale di altro tipo, in cui non sono i ragazzi le vittime sacrificali ma l’azienda stessa? Ritualception, tipo. Ho continuato a pensarlo per un po’, solo che il film termina lì senza alcuna rivelazione. Delusione.
Delusione a meno che gli elementi fossero già stati posizionati tutti sul tavolo e non ci fosse bisogno far vedere il nuovo malefico burattinaio che ha indotto i guasti e indirizzato la storia verso il tragico epilogo, perchè quel burattinaio è il regista! Lo è senza dubbio in effetti, per il nostro ludibrio, ma intendeva davvero esplicitarlo o si tratta una sovrastruttura che ho aggiunto io per spiegarmi difetti intrinseci, involontari della seconda parte della pellicola? Onestamente non lo so, ma solo il fatto che il regista sia stato in grado di farmi nascere seri dubbi sulla natura delle scelte che caratterizzano il finale della sua opera significa che è riuscito a fare l’impossibile: cogliermi con le brache calate proprio quando pensavo di aver capito le regole del gioco. Ben fatto Goddard, ben fatto.

Voto: 8/10

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 13 ottobre 2014 in Commedia, Horror, Metafiction, Teen

 

Tag: , , , , , , , , , ,

Walk the Line

walk_the_line
Titolo originale
: Walk the line
Titolo italiano: Quando l’amore brucia l’anima
Anno: 2005
Nazionalità: USA
Regia: James Mangold
Interpreti: Joaquin Phoenix, Reese Witherspoon, Robert Patrick

Perchè questo film
Da un qualche tempo mi piace lavorare al pc ascoltando su youtube lunghe compilation di cantanti che conosco solo superficialmente. Mi permette di esplorare discografie spesso sconfinate senza la fatica di scegliere i pezzi e di masticarli uno per uno, ma lasciando che la musica mi scivoli addosso con facilità, solleticandomi qui e lì. Poi, se esco dall’ascolto soddisfatto, è probabile che ritorni sullo lo stesso video altre volte. Pian piano il solletico si trasforma in familiarità e inizio a riconoscere i pezzi e ad approfondirne la storia e i contenuti. Ultimamente questo approccio mi ha fatto avvicinare alla musica di Jonny Cash che mi ha catturato per la sua doppia anima indemoniata e malinconica, per le ritmiche così tipicamente anni 50, gli arrangiamenti asciutti ma penetranti e la sua voce vellutata di un velluto pesante e pieno di increspature. Quando dal fluire ininterrotto del meraviglioso Greatest Hits da 2 ore mezza che potete trovare a questo link emerse per la prima volta distintamente la sua Walk the Line ne fui seriamente folgorato. Non so bene spiegarne il motivo, forse, ripensandoci, perchè comunica una rassegnata determinazione cui io sono molto familiare. In ogni caso avevo bisogno di capire il motivo del formicolio che mi causava quella canzone e allora ho pensato di guardare l’omonimo film del 2005 alla ricerca di una risposta. L’avrò trovata?

I punti di forza
Il film ha molti notevoli pregi ma anche qualche irrimediabile difetto che gli impedisce di essere indimenticabile. Ed è un peccato perchè si tratta di un’opera di ottima fattura che di certo non si fa mancare impegno o sensibilità. Il problema è la visione di insieme, è che il racconto risulta un po’ incompleto, inconcludente. Ma andiamo con calma. Prima di tutto ci tengo a dire che il film ha alcuni momenti altissimi che da soli valgono la visione. Ad esempio quando il produttore della neonata Sun Records con un discorso sulla necessità di parlare della realtà vera senza sovrastrutture spirituali strappa al giovane Johnny la prima soffertissima versione del Folsom Prison Blues: non si può restare indifferenti davanti a tanta dimostrazione di umanità e non si può non elogiare l’interpretazione così a fuoco di Phoenix, o l’educatissima regia di Mangold. Ugualmente il confronto padre-figlio verso la fine del film è fantastico nel suo abbozzare una complessità sotterranea fatta di rancori e invidie, ma anche di sensi di colpa e proiezioni dei propri fantasmi sull’altro. È un momento portante che scioglie nodi per crearne degli altri e che dimostra quanto le nostre azioni siano indirizzate dal desiderio di frustrare o soddisfare i genitori (spesso entrambe le cose). I raccordi narrativi alla prima parte del film e gli agganci lasciati per la chiusura sono l’ossatura della storyline più scarna ma più cruda del film, che si può permettere di sottointendere molto per quanto sono sigificativi i momenti messi in scena. Come dramma familiare Walk the line è a parer mio ottimo.
E il resto? Ricostruzione storica? Storia d’amore? Film musicale? Biopic che dedica molto spazio alla dipendenza da stupefacenti?

Bene, benino, male
La messinscena devo dire che mi ha molto colpito, ma non solo per costumi e scenografie. Quel che dà valore alla dimensione storica del film è soprattutto la ricostruzione di quella vita anni 50 che temporalmente ci è così vicina ma sembra seriamente appartenente ad un altro mondo. Per le abitudini, le famiglie numerose, il modo di vivere le relazioni di coppia, la difficoltà di allontanarsi dalle tradizioni di famiglia, i seri problemi di comunicazione tra i sessi, l’irreversibilità di certe scelte. Tra l’altro gli Stati Uniti degli anni 50 stavano iniziando a rendersi conto delle contraddizioni che il sogno americano aveva prodotto, con un lato della medaglia contraddistinto dal puritanismo spinto, perbene ma frustrato in molti modi, e l’altro lato fatto di stenti e criminalità, di sfoghi, violenza e vizi distruttivi. In realtà uno dei motivi per cui Cash è assurto a leggenda fu proprio per il suo incarnare le contraddizioni dell’epoca: la sua figura vive una continua altalena tra fede ed eresia, tra impegno familiare e relazioni extraconiugali, tra romanticismo e disfattismo. Se questo parallelo America/Cash fosse stato allineato con la complicata cornice familiare di cui ho parlato sopra ne sarebbe uscito un film incredibile. Purtroppo regista e sceneggiatore non ci sono riusciti, o almeno non sempre e non del tutto. L’impressione è che i filoni narrativi e tematici a un certo punto vadano completamente fuori fase, la musica che aveva commentato perfettamente la prima parte del film diventa una semplice sottofondo per poi sparire del tutto. La telecamera si avvicina troppo al protagonista tagliando fuori elementi di contesto importanti e il film si trasforma da un grande affresco alla solita storia di droga che abbiamo visto mille volte al cinema. Quando Johnny si riprende e insieme si riprende anche il film oramai è troppo tardi, lo spettatore ha perso l’orientamento e il buon finale può solo mettere una pezza. Non si può più parlare di droga in questo scolastico a parer mio, non dopo Trainspotting, Requiem for a Dream e Pulp Fiction. Le sostanze, gli eccessi, la solitudine, l’overdose, il riscatto (o il tracollo): basta, non ne posso più.

Walk the Line
Resta da dire se ho trovato risposta alla domanda che mi aveva portato a guardare il film. Che dire? Sì e no. Nel senso che sì, credo di averla trovata, ma è stata una faticaccia e molto lavoro l’ho dovuto fare io. Da un film che prendeva il titolo da una delle più significative canzoni di Cash mi aspettavo molto più lavoro in questo senso. Johnny è stato un costruttore e un distruttore, ha passato un vita in bilico tra la volontà di mettere in piedi qualcosa di importante (famiglia, successo, musica) e l’istinto di bruciarsi. Il senso di colpa per la morte del fratello, il rifiuto da parte di suo padre, la sua indole boderline per tutta la vita gli hanno messo i bastoni tra le ruote, abbattendolo o esaltandolo in maniera esagerata e spingendolo verso la facile consolazione della cocaina. Ma allo stesso tempo egli ci teneva davvero a diventare una fonte di ispirazione per le persone, a soddisfare la sua amata, a dimostrare a suo padre di non essere un poco di buono, e da qui quella spinta, anche solo temporanea a dire “ce la posso fare a rigare dritto, lo farò per te e per me”. Il film parla di tutto questo, ma non vi si concentra a sufficienza a parer mio, crea dei fili ma non li tira per bene, per cui come ho detto sopra la sensazione è di essere di fronte a un’opera sfasata, un po’ inconcludente, che si fa sfuggire tante occasioni per raggiungere picchi artistici. Vi sono momenti molto intensi e il lavoro sulla messinscena è notevole, il ritmo è buono e la musica è bellissima, ma il film non ha un punto e si dimostra pigro in più punti. E non è una scelta di regia, ma un errore. L’errore di pensare che mettendo degli ottimi ingredienti sul tavolo questi si impastino da soli producendo una prelibatezza.

Voto: 7/10

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 24 settembre 2014 in Drammatico, Musicale

 

Tag: , ,

Dragon Trainer 1 e 2

Dragon Trainer

AVVERTENZA: L’articolo contiene spoiler e allusioni a fatti e personaggi che non vengono adeguatamente presentati. Consiglio la lettura solo a chi abbia visto almeno uno dei due film.

Io ho amato il primo Dragon Trainer. L’ho trovato e lo trovo ancora il più riuscito film di animazione 3D che abbia visto e uno dei pochi, se non l’unico, cartone occidentale capace di farmi commuovere senza dover far leva sui ricordi d’infanzia. In tempi non sospetti avevo anche scritto un commento a riguardo su una community di cinema, qui, con un po’ troppo entusiasmo, direi oggi.

Perché trovo Dragon Trainer 1 così bello? Tanti motivi, ma soprattutto per l’intreccio di conflitti che sorregge la vicenda e le fa prendere direzioni non banali. Si tratta di conflitti concreti e plausibili, ma soprattutto numerosi, variegati e fitti: sappiamo tutti, dalla nostra vita, che i momenti di maggior pathos sono dovuti al sovrapporsi di urgenze che prese una alla volta non sarebbero nulla di che e Dragon Trainer possiede una bella collezione di esempi sul modo in cui queste complicazioni possono verificarsi.
Il risultato è un paesaggio umano fatto di chiaroscuri, in cui fraintendimenti, imbarazzi, sfoghi e incomprensioni sono giustapposti a humor, leggerezza e tanta energia. Non c’è l’eccessiva drammatizzazione di alcune produzioni animate, ma non c’è neanche l’ingenuo idealismo di altre – e infatti non è un caso che i creatori di Dragon Trainer siano gli stessi di quel gioiello di parabola familiare che è Lilo e Stitch.

Potremmo dire che il primo Dragon Trainer parla del fatto che accettarsi per quello che si è raramente  basta, perché è necessario che anche gli altri lo facciano, e accettare senza capire è difficile perfino in famiglia. Perchè la comprensione possa avvenire è necessario venirsi incontro e combattere pregiudizi che, se non proprio senso hanno almeno una funzione e una storia, e quindi sono resistenti. Ma non è tutto perché uscire allo scoperto tende a generare invidie, aspettative e responsabilità. E se è vero che la vicinanza di un compagno fedele può permetterci di superare insicurezze e ostacoli, da tale vicinanza non possono che derivare preoccupazioni, sospetti e pericoli. Insomma ogni soluzione genera altri problemi, che pretendono provvedimenti che a loro volta produrranno complicazioni; ed è così per tutto il film, che risolve il loop in una maniera così drastica che qualcuno potrebbe considerare il termine happy ending inadatto a descriverlo.
Dragon Trainer è un film pieno di “ma”, di “anche se”, di “forse era meglio” e di “se solo”, esattamente come la vita vera e per questo a parer mio è così bello. I dettagli scenici, le trovate registiche, l’umorismo un po’ nerd e la spontaneità dei personaggi aggiungono ulteriore valore.

Dragon Trainer 2Mi rendo conto solamente ora quanto sia stato un errore metterne in programma un seguito sull’onda del successo di critica e di pubblico. Il primo Dragon Trainer era così ad orologeria, così giusto e completo che non rimaneva un granchè da dire sui personaggi, sulla loro maturazione o sui loro drammi. Alla fine del film Hiccup si rendeva conto che la sua diversità poteva essere costruttiva e perfino complementare alla forza dei suoi compagni; Stoic dopo mille scivoloni riusciva a scendere a patti con il proprio orgoglio e a considerare un modo diverso di vedere i draghi; Astrid imparava a fidarsi; i ragazzi riuscivano a mettere da parte la loro litigiosità a favore del lavoro di squadra; Sdentato accettava lo stato di co-dipendenza con il proprio cavaliere. Non c’era davvero nient’altro di importante da dire: i drammi si erano sciolti, i compromessi stabiliti e la situazione per quanto non idilliaca funzionava meglio di prima perché i protagonisti erano arrivati a capirsi. Cosa succede quando ci si mette a scrivere un nuovo capitolo di una storia bella conclusa e sigillata? Succede che in parte per pigrizia, in parte per paura di prendersi dei rischi, in parte per carenza di hook alla vicenda passata, si fa una brutta copia del punto di arrivo del film precedente (per mezz’ora), si introducono degli elementi di disturbo che non hanno uno scopo preciso (seconda mezz’ora) e poi si va chiudere più frettolosamente possibile in maniera che nessuno si accorga di aver visto una cosa che non ha ne capo ne coda (ultima mezz’ora).

Infatti è andata proprio così. Tutta la prima parte di Dragon Trainer 2 non fa che ribadire concetti che erano già stati affrontati (come il senso di libertà prodotto dai draghi) e riproporre timidamente conflitti già risolti (responsabilità contro intraprendenza ad esempio). Va a finire che:
– Gli amici di Hiccup si riducono a sagome comiche, che peraltro ripetono le stesse gag a oltranza;
– Astrid perde tutta la sua profondità, diventano una specie di Mary Jane dei poveri, con 15 minuti di screen time, un po’ passati come spalla, un po’ come donzella scema;
– A Stoic va ancora peggio, perché il suo comportamento arriva a contraddire la maggior parte delle cose interessanti che si erano imparate su di lui nel film precedente, come l’imbarazzo per il figlio e il carattere inflessibile ma emotivamente impacciato. Il suo nuovo ruolo di padre modello è ridicolo quasi quanto la santificazione strappalacrime cui ci tocca assistere verso il finale: Il rude vichingo che fa fatica a scendere a compromessi e ad accettare un figlio mingherlino non può essersi trasformato in un romanticone tutto premure in un paio d’anni, dai!
– Il rapporto tra Hiccup e Sdentato, che nel primo film è così intenso e imprevedibile qui sembra ridursi ad un ridondante tentativo di manovra aerea inutile quanto pericolosa. Per il resto il ragazzo se ne sta imbambolato per metà film mentre il drago fa le fusa o si trasforma in super sayan, a differenza di quel che serve.

Cosa dire dei due personaggi nuovi? La madre di Hiccup prometteva quasi bene con il suo sproporzionato senso di colpa se non fosse che bastano pochi minuti a rendersi conto che il suo atteggiamento vittimista è stato messo lì solo per nascondere una voragine di sceneggiatura – il fatto che lei in 20 anni non si sia più fatta rivedere a Berk. Anche qui, conflitto fantoccio che non porta a niente ed è l’ombra degli attriti di Dragon Trainer 1. Tra l’altro la madre riesce ad essere ancora più sdolcinata e appiccicosa dello riscoperto metrosessuale Stoic visto che non fa altro che baciare e abbracciare un Hiccup che in effetti più che starsene imbambolato a farsi stropicciare non può nulla. È la sagra del buonismo spinto, delle frasi fatte e degli slogan da oratorio. “La risposta è dentro di te!”, “Eri destinato a portare a termine quel che io avevo cominciato!”, “Il vero potere deriva dalla fiducia non dalla paura…”. Dai cazzo. DAI CAZZO. Fino all’ultimo ho sperato che si trattasse di gioco di prestigio che sarebbe culminato con la rivelazione che invece il mondo non è fatto di peluches ma piuttosto di delusioni e fraintendimenti. E invece no. Nel mentre i draghi fanno le fusa e facce buffe.

Vogliamo parlare del cattivo, ossia del personaggio che dovrebbe reggere la seconda parte del film? Non fa paura, non fa pena, non fa ridere, non mette tristezza. È un beota che sottomette i draghi calpestandoli o assoggettandoli con un drago più cazzuto che non abbiamo idea come abbia fatto ad ammaestrare… per cosa? Perché è stato menomato da giovane? Sì… ma anche no! Non si capisce. Non ha un piano, non ha dei desideri chiari, non ha emozioni precise e neanche espressioni facciali che vadano al di là di un ghigno beffardo che neanche il mago Forrest. E poi non ho mai visto infrangere a un personaggio più regole della Evil Overlord List in così poco tempo, e va bene i bambini non conoscono l’Evil Overlord List e tutti noi da piccoli abbiamo visto una montagna di film spazzatura in cui il Male in persona si fermava a rispondere alle domande da asilo del protagonista e non siamo cresciuti così storti. Sarà un battesimo del fuoco, ma allora se il livello di scrittura del seguito che vuoi per forza fare di Dragon Trainer, cara Dreamworks, è quello di Basil l’investigatopo 3 in videocassetta, distribuiscilo solo per l’home video così noi adulti non ce lo cucchiamo.

Penso che l’operazione DT2 sia stata un bluff non molto diverso da UP: target delle elementari ma elementi in grado di attirare, e perfino ingannare, uno studente universitario. Nel caso di UP la chiave di volta fu la tanto conclamata poesia visiva, nel caso di Dragon Trainer 2 gli straordinari precedenti narrativi del capitolo 1. Sono stato fregato per la seconda volta, spero che non accada di nuovo.

4177257403_07c452dc63

 

Voto DT1: 8/10
Voto DT2: 3/10

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 8 settembre 2014 in Animazione, Avventura, Fantasy, Teen

 

Tag: , , , , , , , , , , ,

Dellamorte Dellamore

cemetery_man_poster_02
Titolo originale:
Dellamorte Dellamore
Anno: 1994
Nazionalità: Italia
Regia: Michele Soavi
Interpreti: Rupert Everett, François Hadji-Lazaro, Anna Falchi
Tratto dall’omonimo romanzo di Tiziano Sclavi

Perché questo film
Qualche giorno fa una cara amica ha nominato Dylan Dog, confessando che le sarebbe piaciuto provare a leggerne qualche numero, e chiedendomi consiglio. Sapeva che in passato ero stato un grande appassionato. Immediatamente sono corso in camera di mio fratello – dove teniamo orgogliosi una collezione di quasi 100 albi – e ho iniziato a scorrere i titoli cercando di ricordare le suggestioni che mi aveva dato ciascuno di essi. Dovevo trovare tre numeri adatti ad introdurre una persona totalmente digiuna nell’assurdo mondo di dell’indagatore dell’incubo. È successo che mi sono messo a rileggere un albo dopo l’altro, con maggiore senso critico di una volta, forse, ma non minor trasporto. Ora che ho ripreso in mano i fumetti, posso affermare con sicurezza che Tiziano Sclavi è riuscito a dare vita a qualcosa veramente speciale: ad ogni nuova pagina mi rendevo sempre più conto che niente di quel che avevo mai visto o letto assomigliava, neppure lontanamente, al mix di ironia, follia, brutalità e umanità dei Dylan meglio riusciti. Il loro sapore era unico.
Ovviamente questo discorso varrebbe se escludessimo gli altri lavori di Sclavi, ingiustamente poco conosciuti. I suoi romanzi, frutto tra le altre cose di una ricerca stilistica non da poco, sono popolati di personaggi tra il drammatico e il ridicolo che ricordano molto quelli dell’universo dylandogiano, come Block, Groucho, Madame Trelkowski e lo stesso Dylan. E tendono ad oscillare tra surreale e iperreale. Comprensibile che i romanzi di Tiziano abbiano qualcosa in comune con i suoi fumetti, direi. Ma non è finita qui: due film sono stai tratti da suoi lavori. Il soggetto di Nero. è stato sviluppato parallelamente per il cinema e per la narrativa, mentre Dellamorte Dellamore è una vera e propria trasposizione dell’omonimo romanzo. La recensione di oggi è di quest’ultimo titolo. Non si parlerà mai abbastanza di Dellamorte Dellamore, un film che merita tutte le attenzioni che ha ricevuto e anche molte di più. Si tratta di un’opera contradditoria, difficile, che si è guadagnata i più entusiastici complimenti e le più feroci critiche.
Ho guardato Dellamorte Dellamore molti anni fa, un file abbastanza rovinato, e praticamente non me lo ricordavo più. Oggi l’ho recuperato, l’ho rivisto e credo, dopo tanto tempo, di essere pronto a scriverne. Segue il mio parere.

Le due anime del film
“Mi chiamo Francesco Dellamorte. Nome buffo no? Ho anche pensato di farmelo cambiare, all’anagrafe. Andrea Dellamorte sarebbe molto meglio per esempio. Sono il custode del cimitero di Buffalora. Non so com’è cominciata l’epidemia, so solo che alcuni cadaveri, non tutti per fortuna, entro 7 giorni dal decesso di notte si risvegliano e diventano morti che camminano. Io il chiamo ritornanti, anche se non capisco perchè abbiano tanta voglia di ritornare.”
Ecco qui, la prima voce fuoricampo del film. Beffarda, distaccata, con un retrogusto amaro, non avrebbe sfigurato in textbox posto di fianco alla tavola iniziale di un fumetto. Un dichiarazione di stile, in pratica.
Sì, Dellamorte Dellamore è un film fumettoso. Di più, è un film frammentato, episodico, che presenta diverse derive splatter, apparente nonsense psicologico, e una spolverata di metafisica esistenzialista. È pieno di zombie bruttissimi e di personaggi caricati fino al ridicolo, insiste sul morboso accostamento sesso-morte, spinto fino alla necrofilia, e lo fa con una leggerezza spregiudicata e decisamente dissonante. Diversi personaggi vomitano, sbavano, sanguinano copiosamente, sbranano e si fanno sbranare. Una schifezza. In tanti hanno definito il film una schifezza.
Poco male. Lì fuori è pieno di B-Movie osceni, sanguinolenti e non esattamente credibili, che tuttavia si sono ritagliati una fetta di pubblico grazie agli eccessi sgraziati che sono stati capaci di proporre. Dellamorte Dellamore ha qualcosa in comune con questo cinema rozzo e casalingo. Ma no, la pellicola di Soavi non è un film spazzatura. Possiede alcune delle caratteristiche dei suoi cugini trash, ma, dove questi potevano offrire, a livello di contenuti, poco più che un vuoto nichilismo, Dellamorte Dellamore è un tripudio di emozioni. Insieme a Francesco Dellamorte, esattamente come insieme a Dylan Dog, lo spettatore sensibile si commuove, si dispera, si aliena, si confonde e si rassegna. E ride.

Film, fumetto, romanzo
È sbagliato, ovviamente, sostenere – come è stato fatto – che Dellamorte Dellamore sia l’unico vero film di Dylan Dog. Certamente è più vicino all’opera cartacea di quanto lo sarà mai qualsiasi cosa fatta dagli americani, ma si tratta di due prodotti diversi, come vedremo. D’altra parte non si può negare che film e fumetti abbiano molte caratteristiche in comune: in entrambe le opere sfocate e drammatiche storyline si srotolano all’interno di una cornice umana molto convincente, popolata di personaggi caricaturali ma mordaci e punteggiata di uscite sarcastiche.
Dylan Dog e Francesco Dellamorte, il primo camicia rossa, il secondo bianca, entrambi con il volto dell’attore inglese Rupert Everett, sono uno l’alterego dell’altro in molti sensi. Sono autoironici, sono trasandati, sono malinconici. Ma dove il primo combatte un perenne corpo a corpo con un turbinante universo di individui sconfitti, che in un modo o nell’altro si trasformano in mostri, il secondo è con sé stesso che fa a pugni. La noia, la solitudine, la delusione e un profondo intreccio di eros e thanatos trascineranno Francesco Dellamorte molto in basso. Inoltre, come in Dylan Dog non risulta mai molto chiaro se il paranormale sia effettivamente esistente o si tratti di poco più che presenze che aleggiano ai bordi della coscienza del mondo, non capiamo se in Dellamorte la spirale di violenza che si innesca a un certo punto sia effettivamente reale oppure no. Ma, se nel primo caso la maggior parte dei fantasmi fluttuano attorno all’indagatore dell’incubo, e non dentro, nel secondo infestano direttamente il protagonista.
Il romanzo di Sclavi è ancora più sporco e cinico del film, in realtà. Quel Dellamorte, seduto su un scarcasmo ancor più rancido dei ritornanti, è uno spaventapasseri ben più odioso della sua controparte di cellulosa. E definire lo Gnaghi di carta un mostro deforme significherebbe fargli un complimento. Seguendo il commento di un sagace utente su Youtube, che definiva il film un horror shakesperano, si potrebbe dire che il libro è piuttosto un horror freudiano e il fumetto (tra le altre cose) un dramma bergmaniano. La pellicola è una notevole sintesi tra l’anima delle due opere di Sclavi: abbiamo un Dylan Dog meno romantico e più abbruttito, che abita una Buffalora a dir poco spettrale.

Struttura
Il ritmo del film è buono, anche se nella parte centrale la ridondanza di certe scene può arrivare ad annoiare. È proprio questa sezione la più scabrosa e sanguinolenta, con un regista che insiste parecchio sui dettagli orrorifici. Soavi è fin troppo bravo nel raccontare la fisicità della morte, con la sua puzza, il suo pallore, le unghie marce e cadenti, la pelle livida e sporca; così bravo che ci prende un po’ troppo gusto e finisce col sottomettere la fascinazione gotica della prima parte del film ad una deriva body horror che alla lunga diventa ripetitiva. In questa parte si susseguono sottotrame una via l’altra: l’amore impossibile tra l’assistente di Francesco (Gnaghi, grasso, ritardato e iperemotivo) e lo zombie della giovane figlia del sindaco; l’attaccamento morboso di una ragazza al suo innamorato morto; la scena incredibilmente trash della castrazione; l’invasione dei boy scout zombie, con annessa suora assassina. Un sacco di morti viventi, un sacco di storie tristi, perfino struggenti, che finiscono molto male. Quanto è sgangherata la lunga parte centrale di questo film! Non è certo un punto di forza, questo, ma bisogna dire, neanche di debolezza. Più che altro si tratta di un marchio di fabbrica. Il successo di Dylan Dog fu conseguenza, tra le altre cose, dell’improbabilità di strutture narrative che si reggevano in piedi per miracolo, fatte di scene sconnesse ma internamente molto valide. Parole non mie, ma addirittura di Umberto Eco, che per questa intensità sconnessa ha paragonato il fumetto di Sclavi a niente popò di meno che alla Divina Commedia.
Anche se ho parlato di “strutture narrative che si reggono in piedi per miracolo”, in realtà non c’è di mezzo nessun miracolo. Il fatto è che, nel fumetto come nel film, le vicende centrali sono incapsulate in una dimensione umana così vera e così bella da permettere loro di acquistare molto più senso di quello che avrebbero avuto se fossero state presentate da sole. L’inizio e il finale del film sono senza alcun dubbio le parti migliori, così come le incursioni di alcuni dei personaggi secondari più gustosi che vi sarà mai capitato di incontrare. Straniero è il nome del commissario di polizia in ogni singolo lavoro di Sclavi e qui è uno svampito uomo di mezza età che si depista da solo ogni volta che si presenta qualche indizio concreto; il sindaco è una caricatura delle figure politiche interessate solo all’esito delle future elezioni, assolutamente incapace di pensare ad altro se non alla successiva campagna elettorale; Gnaghi è allo stesso tempo ributtante e tenerissimo, così innocente e così desolatamente segnato dalla sua malattia (il ritardo mentale non è mai trattato con superficialità da Sclavi); infine Francesco Dellamorte è un solitario patologico talmente autolesionista da suscitare ben presto una grande pena in chi guarda, nonostante il sarcasmo con cui egli riesce ad affrontare la sua vita.

Tematiche
Nel caso vi stiate chiedendo di cosa parla il film, tolti tutti i fronzoli psicologici, lo splatter e l’ironia nera, ecco la mia opinione: morte, amore e tempo. Dei primi due aspetti ho già accennato qualcosa, ma in generale riassumerei la cosa dicendo che l’amore qui è visto come forza distruttiva, ben più dell’odio, qualsiasi cosa sia l’odio. Un bellissimo “dialogo” verso la fine del film mette bene in chiaro questo punto.
La terza tematica meriterebbe qualche parola in più ma non vorrei spoilerare più di quel che ho già fatto. Si può dire che la progressiva fatica della routine che si tramuta in claustrofobico panico da intrappolamento è una delle tematiche ricorrenti nell’opera di Sclavi. Anche in Dellamorte è presente, in maniera poco esplicita e subdolamente disseminata un po’ ovunque (la tv, il sindaco, il “ritorno dei morti”), ed esplode in un finale da capogiro che io personalmente colloco nella mia top 5 dei finali più geniali e inaspettati di tutto cinema. Un finale che, a modo suo, propone una Pistola di Cechov maiuscola, enorme, totale. Si può dire che ha le potenzialità di fare ripensare a tutta la vicenda.

Concludendo
E ora qualche osservazione disordinata.
– Anna Falchi non sa recitare, ma fisicamente è davvero tanto simile ad alcune delle fiamme di Dylan Dog (Amber ad esempio, in Golconda). Purtroppo ha una parte molto importante nella storia, che rovina quasi totalmente.  Anna Falchi è il difetto principale di Dellamorte Dellamore, difficile da perdonare anche di fronte al meraviglioso seno messo in mostra ripetutamente.
– Il film ha avuto parecchio più successo in Inghilterra, negli States e in Germania che in Italia. In parte questo deve essere dovuto al fatto che la voce impastata e imbalsamata della Falchi è stata risparmiata alle audience estere grazie ad un sapiente doppiaggio; in parte ciò dimostra che il film possiede un respiro internazionale, e che se quei delinquenti del Platinum Studio avessero avuto un po’ più di rispetto per il materiale originale avrebbero potuto guadagnare parecchio di più dalla versione transoceanica di Dylan Dog.
– La colonna sonora è spaziale. Sarà che sono un fan dei motivetti ossessionanti alla Clint Mansell, sarà che ho apprezzato particolarmente il modo in cui riusciva a sposarsi con il fascino decadente delle ambientazioni cimiteriali, sarà che per me l’elettronica nelle soundtrack non è mai troppa. Sarà che sono un fan di Manuel De Sica. Però, wow.
– Nei titoli di coda compaiono i nomi di due scultori. Scultori, esatto. Il cimitero è pieno di statue, alcune parecchio suggestive, ma ancora prima che per queste sono rimasto a bocca aperta di fronte a un modellino dell’isola dei morti di Arnold Bocklin. Una citazione di gran classe. C’è anche una bella citazione da un’opera di Magritte e un’altra da Quarto Potere. Viene omaggiata perfino Arancia Meccanica di Kubrick, anche se qui in maniera non tanto sottile e per questo un po’ pacchiana.

Io odio i B-Movie. Li trovo insulsi, autocompiaciuti e inutilmente volgari. Anche qui, in questo film, ci sono almeno un paio di scene esagerate e gratuite. Il punto è che Soavi si fa perdonare, per la sua maestria con la macchina da presa, per il team artistico di altissimo livello che è riuscito mettere insieme e, anche se non è merito suo, per ambientazione e storia, che sono fantastiche. Io consiglio Dellamorte Dellamore a tutti, davvero a tutti. Qualcuno abbandonerà la visione dopo pochi minuti schifato, qualcuno lo finirà solo per poterne dire male, qualcuno rimarrà interdetto a lungo, qualcuno lo considererà un prodotto malriuscito per poi rivalutarlo, qualcuno lo adorerà. Qualunque sia la vostra reazione almeno avrete visto qualcosa di diverso da solito, realmente diverso. E mi ringrazierete, spero.

Voto: 10/10

 
2 commenti

Pubblicato da su 12 gennaio 2014 in Commedia, Drammatico, Horror, Psicologico

 

Tag: , , , , , , ,